Artefatti di Internet #43 – Wikipedia (2001)

Nel 2000, il fondatore Jimmy Wales ha incaricato lo studente laureato Larry Sanger di sviluppare Nupedia, un’enciclopedia online basata su contributi accademici e su un rigoroso processo di revisione in sette fasi. Dopo un anno, la piattaforma aveva prodotto solo 21 articoli. Comprendendo la necessità di cambiare direzione, nel 2001 hanno lanciato Wikipedia, un wiki collaborativo e aperto. Nel giro di un mese, Wikipedia aveva 600 articoli e 20.000 un anno dopo. I contributori iniziarono a chiamarsi “Wikipediani” e una comunità di utenti per lo più anonimi si unì con l’obiettivo di creare un’enciclopedia online gratuita. Una delle idee più radicali di Wikipedia era che tutti potessero contribuire allo stesso modo: “Non mi interessa se sono un ragazzino delle superiori o un professore di Harvard”, ha detto Jimmy Wales.

«Hello, world». È il saluto che accoglie i primi visitatori del sito wikipedia.org. Nel messaggio pubblicato sul frontespizio, s’invita il visitatore a spendere 5-10 minuti del proprio tempo per inserire un articolo, o meglio una “voce”. Nasce così la più grande enciclopedia al mondo che cambia radicalmente l’approccio alla conoscenza.
Tutto ha inizio quando Wales, fondatore della Bomis (portale di ricerca per musica pop), assume Sanger nella sua azienda per realizzare un sogno nutrito fin da piccolo: dar vita a un’enciclopedia on line che comprenda tutte le forme del sapere e le renda accessibili a tutte le persone. Per renderlo possibile c’è bisogno di un nuovo strumento di pubblicazione sul web, che consenta una maggiore interazione tra le persone che vi prendono parte.
La soluzione è individuata nel wiki (termine hawaiano che vuol dire “veloce”), software ideato nel 1995 da Ward Cunningham, il cui aspetto principale è quello di facilitare la creazione e la modifica di un pagina, consentendo collegamenti ipertestuali con altre pagine. Di ogni singolo contenuto, inoltre, è disponibile una cronologia delle versioni precedenti che permette di verificarne l’evoluzione.

Andy Warhol

“Ma io, sono coperto? Devo guardarmi allo specchio per trovare qualche traccia. Lo sguardo senza interesse. La grazia diffratta… Il languore annoiato, il pallore sprecato… Il freak chic, lo stupore fondamentalmente passivo, la segreta conoscenza che ammalia…. La gioia di cinz, i tropismi rivelatori, la maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo. … L’ingenuità bambina, l’ingenuità al chewing-gum, il fascino che alligna nella disperazione, la trascuratezza narcisa, la perfetta diversità, l’inafferrabilità, l’ombrosa, voyeuristica aura vagamente sinistra, la pallida e magica presenza di soffici parole, la pelle, le ossa. … La pallida pelle d’albino. Incartapecorita. Rettile. Quasi blu… Le ginocchia nodose. La mappa delle cicatrici. Le lunghe braccia ossute, così bianche da sembrare candeggiate. Le mani interessanti. Gli occhi a spillo. Le orecchie a banana… Le labbra che tendono al grigio. Gli arruffati capelli bianco-argento, soffici e metallici. Le corde del collo in fuori intorno al grande pomo d’Adamo. C’è tutto, B. Nulla è andato perso. Io sono tutto ciò che dice il mio album.”

In questo magnifico autoritratto, presente nella Filosofia di Andy Warhol (1975), c’è tutto Warhol: la sua ingenuità e il suo cinismo, la timidezza e la freddezza, la vanità e l’autoironia. E c’è, soprattutto, la maschera. “A volte è così bello tornare a casa e togliersi il costume da Andy”, dirà nel 1984. Sostiene Henry Geldzahler, curatore di arte contemporanea al Metropolitan Museum e amico di Warhol dal 1960 alla morte: “C’erano almeno tre Andy Warhol, e confonderli ha portato a valutazioni della sua opera in apparenza contraddittorie“.

Timido e pieno di problemi di comunicazione nel’infanzia, nella sua vita Warhol “è riuscito a passare dal mutismo alla creazione di una rete di comunicazione universale” (Rauschenberg), e l’ha fatto costruendosi una maschera pubblica, dissociando l’intimità dall’apparenza: incarnando appieno, come sostiene Alberto Boatto (1995), la figura del dandy, ma “con questa differenza rispetto ai grandi modelli ottocenteschi: mentre il dandy ‘classico’ rifuggiva dalla volgarità, quello di oggi sa che essa è inevitabile. Allora il dandismo non si configurerà più come uno stile di fuga da quel mondo quotidiano giudicato incorreggibilmente volgare, ma come un modo per fare i conti con esso. Sarà un dandismo all’altezza della cultura di massa”. Ma con la mass culture siamo già alla Pop Art.

Storie libere

Il sito per ascoltare, scegliere ed appassionarsi di storie e narrazioni diffuse tramite Podcast

Storielibere.fm è un sito contenitore di podcast che si traduce in un progetto di narrazione e intrattenimento che si propone di ridare centralità alla parola.
Dentro troviamo narratori militanti che sfruttano ed usano i podcast per comunicare storie, prose ed informazioni su varie tipologie di argomenti.

“Scritto a voce” per noi significa: vissuto, raccontato, trasmesso, con la qualità della buona scrittura e la capacità immaginifica di coinvolgimento della voce e dei suoni. Le nostre “storie libere” possono essere ascoltate in qualsiasi momento: alla guida, durante un allenamento, durante un lavoro manuale, mentre si viaggia.

Dentro troviamo storie sempre nuove siano esse seriali e non solo in un flusso audio controllato e controllabile grazie proprio all’utilizzo della piattaforma podcast come mezzo di diffusione
I podcast sono contenuti audio o video registrati digitalmente e pubblicati su piattaforma web. Si possono ascoltare on demand in streaming o, tramite download, anche offline, in maniera gratuita.
Ogni singolo podcast è anche fruibile sulle principali piattaforme di ascolto: iTunes, Podcast, Spreaker.

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Superstition

Novembre del 1972, la trasmissione mitica era “Per voi giovani”, i conduttori erano: Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Massimo Villa e Riccardo Bertoncelli, dei veri, unici, insuperabili conduttori radiofonici ‘musicali’ (Un giorno scriverò di questo). Ero molto gggiovane e a differenza dei miei compagni di merende, ascoltavo anzi ‘mangiavo’ la radio… Quando fu trasmessa per la prima volta Superstition di Stevie Wonder fu un fulmine e ciel sereno.
E va bé, non scivolo nel nostalgico e vi invito ad ascoltarla suonata insieme ad un altro ‘mostro’ della musica rock chiamato Jeff Beck.

Artefatti di Internet #42 – Homestar Runner (2000)

Un’iconica serie animata in flash, Homestar Runner ha preso d’assalto Internet nei primi anni 2000, affascinando gli spettatori con il suo umorismo unico e personaggi memorabili. Creata da Mike e Matt Chapman (noto anche come The Brothers Chaps), la serie originariamente iniziò come una parodia di un libro per bambini. La popolarità del sito web è aumentata vertiginosamente con l’introduzione della serie “Strong Bad Email”, una funzionalità in cui il personaggio Strong Bad risponde alle e-mail dei fan. L’elemento interattivo colse il potenziale di Internet in quel momento e i segmenti divennero così popolari che alla fine furono pubblicati su DVD.

Homestar Runner è una serie di opere incentrate sul personaggio principale e consiste principalmente in cortometraggi animati, ma ci sono anche molti videogiochi e altri media. Personaggi principali di Homestar Runner e Strong Bad. Nonostante homestarrunner.com contenga molte serie diverse basate sui personaggi di Homestar Runner (come Strong Bad’s Mail o Marzipan’s Answering Machine), tutti i contenuti pubblicati sul sito sono considerati parte del Serie Homestar Runner.

Blowin’ in the wind

Grazie a Blob ho visto per la prima volta Gian Maria Volonté recitare il testo tradotto della canzone di Bob Dylan “Blowin’ in the wind”. Il video del 1967 ha un prologo simpatico tra Volonté e Giorgio Gaber che hanno rispettivamente 34 e 28 anni.

“Blowin’ in the Wind” è una canzone scritta da Bob Dylan nel 1962. Fu pubblicata come singolo e inclusa nel suo album The Freewheelin’ Bob Dylan nel 1963. È stata descritta come una canzone di protesta e pone una serie di domande retoriche su pace, guerra e libertà. Il ritornello “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” è stato descritto come “impenetrabilmente ambiguo: o la risposta è così ovvia che ti è proprio in faccia, o la risposta è intangibile come il vento”.

La Sierra Leone ha abolito i matrimoni infantili

Che nel 2024 esistessero ancora degli abominii non è una novità, mutilazioni dei genitali femminili per esempio in Somalia, Guinea e Gibuti sono all’ordine del giorno. I matrimoni infantili in Asia meridionale, specialmente in Paesi come Bangladesh e India, avvengono rispettivamente con il 52% e il 47% delle donne sposate prima dei 15 anni di età.
In Africa subsahariana, specialmente in Paesi come Niger e Repubblica Centrafricana, avvengono rispettivamente con il 76% e il 68% delle donne sposate prima dei 15 anni di età.
Dall’Africa arriva una buona notizia, in Sierra Leone il presidente Julius Maada Bio ha concluso l’iter legislativo e promulgato la legge che vieta i matrimoni infantili.

La legge criminalizza il matrimonio di ragazze di età inferiore ai 18 anni e stabilisce un rigido sistema sanzionatorio che prevede forti multe e per la prima volta pene detentive fino a 15 anni per i trasgressori. Il presidente Julius Maada Bio ha dichiarato che la nuova legge che vieta il matrimonio precoce, intende proteggere le ragazze in questo paese dell’Africa occidentale dove circa un terzo si sposa prima dell’età adulta, con conseguenze fortemente discriminatorie per tutta la vita della donna. “Ho sempre creduto che il futuro della Sierra Leone sia femminile”, ha affermato Bio. “Questa e le future generazioni di ragazze devono prosperare in Sierra Leone, dove devono essere protette, alla pari e rafforzate”. La moglie del presidente, Fatima Bio è stata tra i principali promotori della legge che si pone anche l’obiettivo di fornire un migliore accesso all’istruzione e ai servizi di supporto per i bambini vittime di matrimoni precoci.

Seckou Keita

Bel concerto di Seckou Keita ieri sera al Candiani di Mestre. Il concerto in realtà doveva svolgersi in coppia con il produttore, compositore e tastierista Moussa Ngom ma per problemi tecnici non ha potuto venire. Il suo posto è stato preso da un batterista di cui non ricordo il nome ma ricorderò la sua bravura.
Artista abile della kora (strumento che adoro) Seckou Keita è uno dei luminari fra i musicisti tradizionali africani.
Ho conosciuto Seckou Keita grazie alle collaborazioni con Omar Sosa in due pubblicazioni, un disco del 2017 e uno del 2021, due produzioni di rara bellezza.
Molto diverso dal suono elaborato con Omar Sosa, Keita contribuisce a mantenere viva la tradizione della kora, uno strumento iconico dell’Africa occidentale. Tradizionalmente suonato dai griot, la kora è uno strumento che richiede grande virtuosismo e sensibilità. Nell’introdurre nuovi stili di suono e composizione, Seckou riesce a dimostrare che uno strumento antico può essere rilevante anche nel mondo moderno.
Definito “l’Hendrix della Kora”, Seckou Keita è un ponte tra passato e futuro, un artista capace di preservare la tradizione della kora e al contempo innovarla, rendendola un linguaggio universale.

Fiore mio

‘Le otto montagne’ tratto da un libro di Paolo Cognetti mi era piaciuto. Non potevo perdere quindi il suo primo film o meglio docu-film che lo vede come protagonista e regista. Se si ama la natura e nello specifico la montagna, consiglio la visione di ‘Fiore mio’. Cognetti porta in scena la maestosità e la bellezza imperturbabile del Massiccio del Monte Rosa, una montagna alta fatta di ghiacciai e ‘alte’ visioni, dove le rocce ma anche la vegetazione sono di una bellezza disarmante.

Il filo conduttore è l’acqua, l’acqua come bene essenziale. L’acqua è vita, è energia, è una risorsa dal valore inestimabile e nel documentario infatti è sempre presente, dal ghiacciaio, al rubinetto di casa o del rifugio, dal lago al bicchiere da bere. L’acqua bene primario per l’uomo e per l’ambiente. Senza acqua non c’è vita!

Cognetti in ottanta minuti racconta con delle bellissime immagini, un’estate (quella del 2023) trascorsa a girare per i rifugi in alta quota (tra i 2.500 e i 3.500 metri di altezza S.L.M.) dove dialoga con i proprietari, i gestori e i dipendenti che lavorano. Ognuno con la propria storia, con le proprie esperienze e soprattutto con i propri ‘vorrei’.
I ‘vorrei’ sono i desideri che alla fine del docu-film, ognuno esprime, ognuno diversamente, ma tutti legati da un amore profondo per la natura, per la montagna, per la felicità, per il vivere.
Non si esce dalla sala cinematografica senza un carico di emozioni.

StartMe

Fra le centinaia e centinaia di app e servizi che ho usato e che continuo ad usare quotidianamente, ce ne sono alcune, diciamo una manciata, di cui non potrei farne proprio a meno. Va da se che se si usa il web abbastanza attivamente si cerca di utilizzare dei servizi che ci semplificano l’utilizzo in termini di tempo e organizzazione. Uno di questi che metto sicuramente al primo posto a pari merito con Feedly è StartMe.

StartMe è molto semplicemente un raccoglitore di link, comunemente chiamato Bookmarks che va aggiunto con la sua estensione al browser. In pratica prende il posto della nuova scheda, quella che su Chrome ha il simbolo di “+”. In realtà StartMe è molto, molto di più di un raccoglitore di link, è anche Notes, Tasks, RSS, Charts, Embed e molto altro ancora. Praticamente tutto quello che serve per aver sottomano tutti i nostri preferiti. Come tutti i servizi, la versione gratuita paga lo scotto di avere un banner, neanche tanto invasivo, nel Footer, ovvero quella sezione che si trova al fondo di ogni pagina di un sito.

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