Esperanto

Il 26 luglio 1887 fu pubblicato il primo libro scritto in esperanto, intitolato semplicemente Unua libro (“un libro”). L’opera conteneva le 16 regole dell’esperanto (il riassunto della grammatica di questa lingua), circa 900 radici del vocabolario e alcuni testi, tra cui frammenti della Bibbia, il Padre Nostro, poesie e una lettera in cui il suo autore, Ludwik L. Zamenhof, spiega perché creò questo linguaggio artificiale.

Il breve trattato volto a introdurre al mondo la nuova lingua dalle grandi ambizioni era stato scritto da un tale Doktor Esperanto. Letteralmente, dottore speranzoso. Uno pseudonimo che rappresentava la volontà di Zamenhof di accorciare le distanze e permettere a chiunque di riconoscersi nelle differenze, comunicando. Il linguista polacco aveva capito l’importanza dell’essere vicini e sperava di dare il suo contributo per ritrovare uno spirito di connessione umana.

Facile da apprendere, l’Esperanto deriva principalmente dalle lingue neolatine, benché alcuni vocaboli abbiano origine da altre famiglie linguistiche, ed è caratterizzato da semplicità fonetica, grammaticale e lessicale, proprio per facilitarne l’apprendimento e di conseguenza la diffusione. Perché Zamenhof voleva fare dell’esperanto una vera e propria lingua franca, utilizzata per la comunicazione tra persone con lingue madri diverse. Chiunque avrebbe dunque iniziato a comprendersi grazie all’esperanto, un insieme di segni a tutti noto e che avrebbe dovuto essere necessariamente scorrevole. Non a caso rispetto a molti altri idiomi l’esperanto può essere appreso con tempistiche sorprendentemente rapide, perché Zamenhof aveva messo a punto una grammatica sì, figlia di diverse lingue, ma assolutamente non complessa, senza eccezioni ma che non mancasse di espressività. Le forme regolari dell’esperanto permettono l’apprendimento assoluto dell’idioma a qualsiasi età e la logica che esso segue lo fa essere privo di ambiguità.

Zamenhof visse a Białystok, una città della Polonia con una popolazione formata da varie etnie e lingue, il che lo portò ad assistere a conflitti e difficoltà di comunicazione tra persone di diverse nazionalità. Osservando questi problemi e volendo promuovere la comprensione reciproca e la pace tra culture diverse, Zamenhof ideò una nuova lingua che fosse facile da imparare, non fosse associata a una nazione o a un gruppo etnico specifico e potesse essere adottata da persone di qualunque età in tutto il mondo come seconda lingua comune per la comunicazione globale.

Da allora l’esperanto ha continuato ad esistere e a svilupparsi, con una folta comunità globale di parlanti e una letteratura e cultura molto ricche. Sebbene non sia diventata una lingua universale come sperava Zamenhof, l’esperanto continua ad essere utilizzata come lingua internazionale per la comunicazione e la comprensione tra persone di culture e Paesi diversi. (Esperanto.net)

Tour virtuale del museo egizio di Torino

Nel periodo di emergenza sanitaria in cui siamo stati costretti a casa, molti musei, monumenti e siti archeologici hanno organizzato dei tour virtuali per apprezzare le loro meraviglie anche da casa. Questi tour virtuali sono tutt’ora attivi.

Il Museo Egizio di Torino ha organizzato una visita virtuale della mostra “Archeologia invisibile”che illustra principi, strumenti, esempi e risultati della meticolosa opera di ricomposizione di informazioni, dati e nozioni in seguito allo studio dei reperti.

L’esposizione è un viaggio reale e virtuale tra pezzi unici e mummie alla scoperta della storia che si nasconde dietro agli oggetti antichi. Guardando oltre l’oggetto lo si può interrogare per scoprirne la storia, gli aneddoti ed i segreti.

La mostra è articolata in tre sezioni: la fase di scavo, le analisi diagnostiche ed il restauro e conservazione.

Grazie al virtual tour è così possibile esplorare le sale espositive e le vetrine ospitate, “navigandone” tutti gli elementi, dai video ai singoli reperti, da qualunque dispositivo.

Link per vedere il museo egizio di Torino

Appunti Corti #29

E’ triste constatare l’esistenza di persone che pur di soddisfare la propria smania di visibilità, pur di vedere appagata la propria voglia di protagonismo attraverso la divulgazione delle stramberie che esprimono pubblicamente.
Narcisismo, voglia di riassaporare la perduta Notorietà, desiderio di conquistare gli spazi del Dissenso. Sono queste le principali molle che muovono i Bastian Contrari alla ricerca di ascolto e di attenzione.

Unique pieces #6

I fiori hanno un’influenza misteriosa e sottile sui sentimenti, analogamente a certe melodie musicali. Rilassano la tensione della mente. Dissolvono in un attimo la sua rigidità. (Henry W. Beecher)

Bon Iver — Bon Iver (2011)

Bon Iver pseudonimo di Justin Vernon, pubblica il suo secondo lavoro a distanza di tre anni dal suo fortunato ‘For Emma, Forever Ago’. Com’è immaginabile, la seconda prova discografica è sempre molto attesa, a conferma della veridicità artistica del musicista. A tal proposito, diciamolo subito la “prova” è stata superata.

Bon Iver, infatti, pur conservando la sua essenza musicale, si evolve brillantemente nelle sonorità che, grazie all’uso di fiati e archi, rende questa sua seconda opera assai più fiorente e luminosa.

Il disco è stato registrato nel Wisconsin, un’ex-clinica veterinaria ristrutturata a studio di registrazione, questo va detto per sottolineare la differenza dal primo disco che, invece, fu registrato in una capanna di caccia sperduta tra le foreste del Wisconsin nel gelo invernale del 2007, della serie: “status quo ante”.

Una vena più ottimistica è rivelata nelle dieci canzoni che compongono il disco. Grazie alla poesia melodica e ai suoni originali del trentenne cantautore statunitense, l’omonima opera ci fornisce una musicalità rarefatta e intensa, un minimalismo folk di grande impatto emozionale.

Un buon disco quindi, con belle canzoni costruite attorno alla sua vocale espressività minimalista. Bon Iver si dimostra uno degli autori più ispirati, sensibili e maturi degli ultimi anni. Consigliato.

Artefatti di Internet #28 – McDonald’s Page (1996)

La prima home page di McDonald’s conteneva un quiz McTrivia, jingle e un tour mondiale interattivo. McDonalds.com è stato originariamente acquistato da Joshua Quittner, uno scrittore per WIRED, che stava facendo ricerche su una storia sull’occupazione abusiva di domini quando si rese conto che McDonalds.com era disponibile. Ha contattato i rappresentanti dei media di McDonald’s per chiedere perché non l’avevano comprato, solo per scoprire che nessuno in McDonald’s sembrava capire Internet. Ha detto all’azienda che avrebbero potuto contattarlo all’indirizzo ronald@mcdonalds.com se avessero mai voluto il dominio, cosa che alla fine è stata fatta.

Il simbolo di McDonald’s incarna come pochi altri il concetto di globalizzazione. Eppure questa immensa catena di ristoranti fast food è stata fondata in un piccolo sobborgo di Chigago nel 1940. Nel 1967 fu aperto il primo ristorante all’esterno degli Stati Uniti, in Canada, a Richmond, una città della Columbia Britannica. Il 1971 fu l’anno del primo fast food in Europa: nei Paesi Bassi, a Zaandam. Negli anni ’90 arriva anche sul web e questa è una delle primissime homepage.
Il logo è sempre uguale, anche perché ormai sarebbe impossibile cambiarne le caratteristiche vista la risonanza acquisita nel corso dei decenni, l’homepage, però, è decisamente diversa. Non poteva essere altrimenti: McDonald’s oggi è una società quotata in borsa, con un fatturato di circa 25 miliardi di dollari e oltre 420 mila dipendenti in tutto il mondo. La modernizzazione passa (anche) dal web e quindi anche la home non poteva che subire evidenti restyling.

Marc Chagall

“Io e il villaggio” (1911, MoMA di New York)

Marc Chagall (1887-1985) fa parte di quel più ristretto gruppo di indipendenti, curioso osservatore delle novità e capace di una sintesi originale tra le proposte avanguardistiche e la propria concezione stilistica: dai primi del Novecento agli ultimi anni della sua vita non concede alle metamorfosi dell’arte di invadere la sua produzione, ma si interessa alla loro evoluzione e involuzione cogliendo solo ciò che ritiene compatibile con il suo stile e i suoi soggetti, la cui coerenza non viene mai meno.
La sua carriera di pittore attraversa tutto il XX secolo, una lunga esistenza artistica corredata da un successo e un apprezzamento di pubblico enormi, destinata a non tramontare nonostante la morte e il trascorrere del tempo.

“Il violinista” (1912-1913, Stedelijk Museum di Amsterdam)

Capre, galli, uccelli, maiali, cavalli, pesci, cicogne. E vacche. Gli animali dell’adolescenza a Vitebsk accompagnano Chagall per tutta la vita. Marc parla con loro, sono anche i suoi compagni di gioco. Il nonno è un macellaio. Uccide le bestie secondo la religione ebraica, vale a dire come un rito sacrificale (“Tu, piccola mucca, nuda e crocefissa, tu sogni in Paradiso. Il coltello lampeggiante ti ha fatto salire in cielo”, dice Chagall).
Anche quando l’artista vive a Parigi nel quartiere bohémien della “Ruche”, dove si trasferisce negli ultimi mesi del 1911, a 24 anni, è raggiunto dai gridi degli animali scannati. Il suo atelier non è lontano dal mattatoio di Vaugirard: “Le due, le tre del mattino. Il cielo è blu. Sorge il giorno. Laggiù, poco oltre, si sgozzava il bestiame, le vacche muggivano e io le dipingevo. Vegliavo così per notti intere”, scriverà, nel 1921-192 nella sua autobiografia.

“Sopra la città” (1918, Galleria Tretjakov di Mosca)

La matrice dei soggetti ritratti da Chagall risiede fondamentalmente in due ambiti: la vita popolare russa e la Bibbia. Dal primo trae ricordi ed esperienze che trasmettono quello spirito fiabesco e incontaminato che spesso pervade le sue tele, mentre dal testo sacro – che dagli anni ’30 studia con sempre maggior dedizione – prende spunto per i diversi soggetti cruciali che costituiscono il corpus artistico della seconda metà della sua carriera. Lo stile del pittore viene inizialmente influenzato da movimenti avanguardisti come i Fauves – dai quali però rimane ai margini – optando poi per una progressiva semplicità delle forme che lo inseriscono nel neo-primitivismo a carattere russo. I colori proposti da Chagall con il tempo iniziano a valicare i confini delle forme disegnate diventando liberi e indipendenti da esse: ispirato forse dal Tachisme francese i suoi quadri si compongono di macchie e nette fasce di colore.

Doppio Profilo su Fondo blu e verde, 1950

Segnali #1

SuoniMichel Petrucciani (1962 – 1999) è stato un pianista condizionato fin da bambino da una malattia chiamata osteogenesi imperfetta che ne ha fermato lo sviluppo fisico. Nipote del rinomato chitarrista Tony Petrucciani, Michel iniziò a fare musica da bambino suonando batteria e pianoforte, studiando musica classica e poi jazz. Alto poco più di un metro, la sua musica energica e solare ha emozionato il mondo trasformandolo in un vero gigante del palco.

Visioni – Famoso per i suoi reportage scientifici ed esplorativi, George Steinmetz utilizza l’obiettivo fotografico per gettare luce sui pochi segreti rimasti nel mondo moderno: deserti inaccessibili, culture sconosciute e nuovi traguardi della scienza e della tecnologia. Collaboratore abituale di National Geographic, ha lavorato su soggetti che vanno dall’esplorazione petrolifera agli ultimi traguardi della robotica. Ha realizzato più di 20 servizi per la rivista.

Dintorni – La speranza – per chi è incline a vederla e a provarla – credo sia proprio questo: un giardino quando stai sulla soglia. Non c’è bisogno di entrare, è l’idea stessa che sia lì che è sufficiente. Non è detto che quando si entra sia esattamente come ci si aspetta – la storia delle speranze disilluse è vecchia come il mondo – ma a volte, per andare avanti, c’è bisogno di un miraggio.
La speranza è una poesia di Czesław Miłosz. La potete leggere qui, insieme ad altre poesie scelte.

Who By Fire – Leonard Cohen (1974)

Sono venuto per sollevare il loro spirito, e loro hanno sollevato il mio“, ha detto Cohen ricordando la sua partecipazione nella guerra dello Yom Kippur nel Sinai.
Nel 1974, riflettendo ancora sulla guerra, compose “ Who by Fire ”. La frase nasce dalla preghiera solenne recitata ogni Yom Kippur, l’Unetaneh Tokef, che ci chiede con gravità di considerare quale destino potrà riservare il prossimo futuro a ciascuno di noi, chi morirà e chi vivrà. Cohen era stato vicino alla morte, e aveva visto la morte, sul campo di battaglia del Sinai. Ma non morì lì; è rinato. Si potrebbe anche dire che in seguito scelse la vita, tornando dalla sua compagna Suzanne e avendo un secondo figlio con lei, e sedendosi per comporre canzone dopo canzone, tra cui “Anthem” e “Alleluia”.