Appunti corti #138

L’altopiano è un luogo che insegna il valore della misura.
Non ha la verticalità spettacolare delle montagne più alte né l’orizzonte infinito del mare. Eppure possiede una forza silenziosa: quella degli spazi aperti, del vento che attraversa l’erba, del tempo che sembra scorrere con un ritmo diverso.

Camminare su un altopiano significa ritrovare una dimensione essenziale. Lo sguardo si allunga lontano, libero da ostacoli, e i pensieri fanno lo stesso. Le preoccupazioni quotidiane perdono peso, mentre emerge una sensazione di equilibrio tra la vastità del paesaggio e la piccolezza dell’uomo.

L’altopiano racconta storie di resistenza. Ha sopportato inverni durissimi, tempeste, guerre e silenzi. Eppure continua a offrire i suoi prati, i suoi boschi, i suoi cieli immensi. Ci ricorda che la forza non è sempre rumore e impeto: spesso è la capacità di restare, di adattarsi, di custodire la propria identità nel passare delle stagioni.

Forse è per questo che chi ama gli altopiani vi torna sempre. Perché in quei luoghi c’è qualcosa che aiuta a ritrovare sé stessi: una bellezza sobria, profonda, che non cerca di stupire, ma di accompagnare. E che, proprio per questo, lascia un segno duraturo nel cuore.

Van Morrison – Somebody Tried to Sell Me a Bridge (2026)

The Man è stato sicuramente molto impegnato ultimamente, con questo sontuoso nuovo album di 20 tracce intriso di blues, che segue le orme dell’altrettanto accattivante e strepitoso Remembering Now dell’anno scorso.

Questa volta Van Morrison applica senza sforzo il suo stile distintivo per infondere nuova vita a brani noti, per la maggior parte interpretati o scritti da numerosi luminari del blues, oltre a svelare alcuni nuovi e avvincenti brani originali.

Con una durata di oltre 90 minuti, c’è molto da dire e Morrison sembra rinvigorito da tutto ciò; scopre rarità raramente ascoltate, rivitalizza classici e offre interpretazioni impressionanti che sembrano provenire da qualcuno che ha la metà dei suoi anni.

L’album è costruito come un omaggio alle leggende del blues e alle sue varie espressioni, con una selezione di cover di classici da BB King, Lead Belly, Sonny Terry & Brownie McGhee e altri, alternate a quattro brani originali firmati da Morrison stesso.

Per dare vita a questa visione, Morrison si è circondato di grandi nomi del mondo blues come Taj Mahal, Buddy Guy ed Elvin Bishop, oltre a una band di veterani con esperienza nel blues di Chicago e nel jump blues (organo Hammond, piano, armonica e chitarre incisive) che rendono il sound organico, ricco e autentico.

Molti critici sottolineano il tono reverenziale e la profonda conoscenza del genere dimostrata da Morrison, che non si limita a riprodurre i brani ma li conversa, dando loro nuova vita pur restando fedele all’essenza.

Indipendentemente da quanti altri album gli siano rimasti, il livello di intensità e talento dimostrato in “Somebody Tried to Sell Me a Bridge” dimostra che Van Morrison lascerà il segno.

Somebody… è un album per chi ama il blues classico e le interpretazioni mature, un lavoro che guarda alle radici con rispetto e passione, pur inserendovi lo stile personale e l’esperienza di una leggenda vivente della musica.

Willie Mae Thornton

In una Los Angeles assediata dal caldo, il 15 luglio 1984, muore a cinquantasette anni la cantante blues Willie Mae Thornton, più conosciuta con l’appellativo di “Big Mama”. Il suo cuore si è fermato proprio alla vigilia della partenza del suo nuovo tour.

La carriera professionale di Thornton iniziò nel 1940 quando, all’età di 14 anni, si unì alla Sammy Green’s Hot Harlem Review, girando il Sud come cantante, batterista e suonatrice di armonica. Nel 1948, si trasferì a Houston, in Texas, un centro per un nuovo stile di blues che si adattava perfettamente al suo approccio sfacciato e audace. La sua presenza scenica dinamica e la sua voce potente attirarono rapidamente l’attenzione, portando a un contratto discografico con la Peacock Records di Don Robey nel 1951.

Fu durante un’esibizione del 1952 all’Apollo Theater di New York che si guadagnò il suo duraturo soprannome “Big Mama”, a testimonianza della sua statura imponente e della sua imponente consegna vocale.

I contributi musicali più significativi di Thornton includono le sue registrazioni originali di “Hound Dog” e “Ball and Chain”. Nel 1953, registrò “Hound Dog”, una canzone scritta da Jerry Leiber e Mike Stoller. La sua interpretazione divenne un enorme successo, trascorrendo sette settimane al primo posto nella classifica R&B di Billboard e vendendo quasi due milioni di copie. Nonostante l’immenso successo, Thornton avrebbe ricevuto solo 500 dollari per la canzone. “Hound Dog” in seguito ottenne una fama ancora maggiore quando Elvis Presley registrò la sua iconica versione rock and roll tre anni dopo.

Per tutti gli anni ’60 e ’70, Big Mama Thornton fece ampie tournée in America e in Europa, esibendosi in eventi rinomati come il Monterey Jazz Festival. Il suo stile di canto “ruvido e bello e folle ma controllato” ha affascinato il pubblico e influenzato una nuova generazione di musicisti. Ha sfidato le norme di genere con il suo “guardaroba maschile trasgressivo” e la sua voce cruda e senza fronzoli, rompendo le barriere per le donne nella musica.

Il suo profondo impatto sulla musica è stato riconosciuto postumo con la sua introduzione nella Blues Foundation Hall of Fame nel 1984. Sia “Hound Dog” che “Ball and Chain” sono incluse nella lista della Rock and Roll Hall of Fame delle “500 canzoni che hanno plasmato il rock and roll”, consolidando la sua eredità come figura fondamentale nella musica popolare. Nel 2004, è stato fondato il Willie Mae Rock Camp for Girls, chiamato in suo onore per fornire educazione musicale alle giovani ragazze.

Appunti corti #137

La quotidianità è spesso considerata la parte meno interessante della vita: gli stessi percorsi, gli stessi gesti, gli stessi impegni che si ripetono giorno dopo giorno. Eppure è proprio lì che si svolge la maggior parte della nostra esistenza.

I grandi eventi sono rari. Le decisioni che cambiano il corso di una vita, le celebrazioni, i successi memorabili o le difficoltà straordinarie occupano solo brevi momenti nel tempo. Al contrario, sono le abitudini quotidiane a costruire lentamente ciò che diventiamo. Un singolo gesto può sembrare insignificante, ma ripetuto centinaia di volte assume un peso enorme. La pazienza, l’affetto, la cura per gli altri, lo studio, il lavoro: tutto cresce nel silenzio della ripetizione.

La quotidianità ha anche una caratteristica particolare: tende a diventare invisibile. Ci abituiamo alle persone che incontriamo ogni giorno, ai luoghi che frequentiamo, persino alle cose che un tempo desideravamo. Per questo motivo è facile vivere in modo automatico, attraversando le giornate senza accorgerci del loro valore. Eppure basta uno sguardo più attento per scoprire che ogni giorno contiene qualcosa di unico: una conversazione inattesa, una luce diversa sul paesaggio, un pensiero nuovo, un piccolo gesto di gentilezza.

Forse la vera sfida non è cercare continuamente l’eccezionale, ma imparare a riconoscere la ricchezza dell’ordinario. La serenità non nasce sempre da ciò che interrompe la routine; spesso nasce dal modo in cui abitiamo quella routine. Quando impariamo a dare attenzione alle cose semplici, la quotidianità smette di essere un intervallo tra gli eventi importanti e diventa essa stessa il luogo in cui la vita accade.

In fondo, una vita non è fatta principalmente di giorni straordinari, ma della somma di giorni comuni. Ed è proprio nella qualità di questi giorni che si misura, spesso, la qualità della nostra esistenza.

Alex Welsh

Il 9 luglio 1929 nasce a Edimburgo, in Scozia il trombettista e direttore d’orchestra Alex Welsh, uno dei pochi musicisti britannici che, insieme a Humphrey Lyttelton, Freddy Randall, Bruce Turner e pochi altri, ha saputo conquistarsi una solida fama a livello internazionale.

Protagonista del jazz tradizionale britannico del dopoguerra. Alex Welsh suonava tromba e cornetta ed era noto anche come cantante e leader della sua orchestra.

Dopo gli esordi con la Leith Silver Band e con il gruppo del clarinettista Archie Semple, si trasferì a Londra nei primi anni Cinquanta, dove fondò la sua band. Il suo stile, influenzato dal jazz di Chicago e dal Dixieland, contribuì in modo significativo alla rinascita del jazz tradizionale nel Regno Unito.

Negli anni Sessanta collaborò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Red Allen, Pee Wee Russell e Ruby Braff. Si esibì inoltre in importanti festival internazionali, tra cui il Newport Jazz Festival.

Alex Welsh morì nel 1982, a soli 52 anni, ma rimane una figura centrale del jazz tradizionale britannico, apprezzato per il suono caldo della sua tromba e per la capacità di rendere il jazz accessibile a un vasto pubblico.

Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)

Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds.

Il disco si muove nel territorio tipico di Arnalds: pianoforte minimale, archi, elettronica ambient e voci eteree. Ma qui l’elemento centrale è la collaborazione: Bonobo, RY X, Talos, JFDR, Josin, Loreen e altri artisti contribuiscono a creare un mosaico sonoro molto coerente, fatto di brani delicati, sospesi, spesso malinconici.

L’ascolto è fluido, cinematografico: più che un album di canzoni sembra una lunga colonna sonora emotiva, costruita su atmosfere e stati d’animo più che su strutture tradizionali.

La tracklist è in parte una retrospettiva di collaborazioni passate e in parte una nuova narrazione tematica sulla connessione tra artisti.

Like Gravity è un disco intimo, collettivo e cinematografico, che parla di amicizia, collaborazione e comunità artistica. Non è un album innovativo come re:member o emotivamente compatto come some kind of peace, ma è un lavoro molto coerente e profondamente umano.

Se ti piace Arnalds, è un disco da ascoltare la sera, dall’inizio alla fine, come si guarda un film lento e pieno di paesaggi. È un disco che non cerca il capolavoro, cerca la connessione. E in questo senso il titolo è perfetto: la gravità è ciò che tiene insieme le cose, anche quando sono lontane.