Nat King Cole: la calda morbidezza della voce

Nat King Cole, nato Nathaniel Adams Coles il 17 marzo 1919 a Montgomery, Alabama, è stato uno dei cantanti, pianisti e intrattenitori più influenti della musica jazz e pop del XX secolo. È noto per la sua voce calda e vellutata, che gli ha permesso di attraversare con facilità diversi generi musicali, conquistando un vasto pubblico.
Nat King Cole ha iniziato come pianista jazz, fondando nel 1937 il “King Cole Trio”, una formazione innovativa per l’epoca, che non includeva batteria. Il trio ebbe un grande successo nel circuito jazz e swing. Tuttavia, Cole è ricordato soprattutto per la sua carriera di cantante. Negli anni ’40, iniziò a concentrarsi sul canto, e la sua voce inconfondibile lo portò a diventare una delle stelle della musica pop.
E’ stato anche un pioniere per quanto riguarda la rappresentazione degli afroamericani nei media. Nel 1956, divenne il primo afroamericano a condurre un programma televisivo di varietà negli Stati Uniti, “The Nat King Cole Show”. Sebbene lo spettacolo fosse acclamato dalla critica, non riuscì a trovare sponsor nazionali sufficienti a causa del razzismo prevalente dell’epoca, e fu cancellato dopo un anno.
Oltre alla sua carriera musicale, Cole affrontò il razzismo durante tutta la sua vita. Negli anni ‘50, ad esempio, fu vittima di un attacco razzista durante un concerto in Alabama. Nonostante ciò, continuò a rappresentare dignità e grazia sia sul palco che fuori, diventando un’icona non solo per il suo talento, ma anche per il suo ruolo come simbolo di integrazione.
Nat King Cole morì prematuramente il 15 febbraio 1965 a Los Angeles a causa di un cancro ai polmoni. La sua eredità continua attraverso la sua musica e le sue innovazioni sia come artista che come icona culturale. Sua figlia, Natalie Cole, è stata anch’essa una famosa cantante, e uno dei suoi più grandi successi è stato un duetto virtuale con suo padre nel brano “Unforgettable”, pubblicato nel 1991, che ha riportato l’opera di Nat King Cole sotto i riflettori mondiali.
Nat King Cole rimane una figura fondamentale nella storia della musica, con una voce e uno stile che hanno segnato un’epoca e continuano a ispirare generazioni di artisti.

Il Buddambulo #20

Il Buddismo e la scelta della felicità #5/10

[…] Se vi chiedete, per esempio, che cosa desiderate dalla vita per voi stessi o per il vostro partner, per i vostri figli, i parenti o gli amici e i conoscenti, la risposta si rivela sempre essere “una vita felice e realizzata”. E buona parte degli studi moderni di ricerca sociale confermano che questa risposta è universale: va oltre tutte le barriere nazionali, religiose, etniche e di status. Fa parte, in altre parole, della condizione umana universale. Inizialmente il concetto può essere espresso in termini di salute, o ricchezza, o relazioni o carriera, eccetera, ma alla fine tutti questi desideri sono solo obiettivi secondari che contribuiscono alla nostra felicità. Sono, per così dire, fermate secondarie lungo l’itinerario. Se non fosse così non le vorreste, né per voi né per gli altri.
Quindi si tratta di una prospettiva molto diversa.
Significa che è possibile esprimere questa grande idea rivoluzionaria che il Buddismo ci presenta, un’idea che troviamo così insolita e così difficile da mandare giù, affermando che il Buddismo non fa altro che riconoscere la realtà essenziale della nostra natura umana universale. Non fa altro che sottolineare che questa è la più forte delle motivazioni nella vita umana e che può essere imbrigliata e sfruttata come strumento di cambiamento per consentirci di vivere una vita più ricca e intensa.
Ciò forse spiega perché spesso si senta dire che “Buddismo è ragione” o “Buddismo è buon senso”. […]

Tuttavia questa nuova prospettiva ci porta solamente a metà strada. Ci può aprire gli occhi alla realtà essenziale di quanto dichiara il Buddismo, ma non ci dice molto circa il come essenziale. Sono convinto che tutti noi sottoscriveremmo la validità dell’idea centrale, ma volerla è diverso da conseguirla. Dobbiamo imparare a conseguirla, dobbiamo imparare a prendere il materiale difficile e intrattabile che tanto condiziona la nostra vita e trasformarlo in carburante per il benessere. Il Buddismo tratta la questione dicendoci di fare il passo essenziale di riconoscere nel nostro cuore che si tratta di una scelta che possiamo fare. Che possiamo attivamente cominciare a tessere la felicità nella nostra vita. E questo riconoscimento ha lo scopo essenziale di mettere le nostre speranze, determinazioni e ambizioni nella stessa direzione.
Questo ci porta di fatto a un altro paradosso improbabile che costituisce il cuore degli insegnamenti buddisti, ossia che felicità e sofferenza non sono, come spesso pensiamo, esperienze totalmente diverse e separate poiché si trovano agli estremi opposti dell’ampio spettro dell’esperienza umana. Il Buddismo dice che esse sono strettamente e intimamente interconnesse, quasi come le facce opposte di una stessa moneta.
Come può essere? Direte voi. Non ha senso! Siamo fortemente condizionati a evitare la sofferenza, e cerchiamo attivamente la felicità, e queste stanno in due direzioni chiaramente diverse. Il Buddismo in realtà non la pensa così, sostenendo che questa è una visione semplicemente incompleta e parziale. Nel senso che se crediamo, come normalmente facciamo, che la nostra felicità in questa vita sia direttamente dipendente dal condurre un’esistenza senza intoppi, senza guai, illuminata dal sole, senza ansia e difficoltà, allora questa è decisamente una strategia destinata a fallire, dal momento che è irrealizzabile. Nessuno di noi conosce nemmeno una persona che conduca una vita del genere.
Se invece cerchiamo di stabilire un senso di benessere forte e resiliente nella nostra vita allora la felicità sì può essere raggiunta, sostiene il Buddismo, poiché l’unico posto dove essa si trova è nel bel mezzo di tutti i problemi che la vita ci scaglia addosso. Questa è l’unica realtà. Pertanto, la nostra felicità e la nostra u sofferenza si trovano nella stessa direzione. (Continua)

T Bone Walker, il primo bluesman elettrico

T-Bone Walker, nato come Aaron Thibeaux Walker il 28 maggio 1910 a Linden, Texas, è stato un leggendario chitarrista, cantante e compositore blues statunitense. È noto per essere uno dei pionieri dell’uso della chitarra elettrica nel blues e ha avuto una profonda influenza su molti artisti successivi, tra cui B.B. King, Chuck Berry e Jimi Hendrix.
Walker è considerato uno dei padri fondatori del Texas Blues e ha sviluppato uno stile unico di chitarra che combinava linee melodiche eleganti con un suono potente e pulito. Il suo pezzo più famoso, “Call It Stormy Monday (But Tuesday Is Just as Bad)”, del 1947, è diventato un classico del blues.
Con la sua tecnica innovativa, che includeva l’uso del vibrato e dei bending, e la sua capacità di fondere il blues con elementi di jazz e swing, T-Bone Walker ha aperto la strada a molte delle tecniche chitarristiche moderne. Oltre alla sua maestria strumentale, Walker era anche un frontman carismatico, noto per le sue performance energiche e per il modo in cui riusciva a coinvolgere il pubblico.
Walker è morto il 16 marzo 1975 a Los Angeles, ma la sua eredità musicale continua a vivere, e il suo impatto sul blues e sul rock è ancora fortemente sentito.

Asterisco *22

Tutto il mondo vuole risolvere i problemi con la guerra, ma una minoranza sa che la guerra crea problemi nuovi senza risolvere i vecchi, tutto il mondo vuole risolvere la crisi climatica senza troppi scossoni ma una minoranza sa che bisogna cambiare stili di vita e modelli di sviluppo, tutto il mondo si rinchiude nelle false sicurezze della politica ma una minoranza sa che i cambiamenti sono innanzitutto culturali.

Bob Dylan

Bob Dylan, giovane folksinger di origini ebraiche, al Greenwich Village aveva mosso i primi passi in un ambiente regolato dai precetti beatnik. La nuova sensibilità giovanile si formò su questa nuova coscienza, e ovviamente non poteva essere esaurita dalla divertente, ma fatua e artificiale, vitalità della musica pop a cavallo tra i due decenni. Dylan fu la risposta a nuovi bisogni. Se la «Beat generation» aveva sparso nel corso degli anni Cinquanta i semi dell’aperta contestazione alla società americana, sino all’arrivo di Dylan la musica dei giovani americani era rimasta al di fuori di quella dinamica, non riuscendo ad affrancarsi del tutto dalla funzione di intrattenimento in cui era relegata.
Nei primi anni Sessanta il panorama discografico americano era dominato da artisti patinati e inoffensivi, ben lontani dalla potenza trasgressiva dell’esprimere stelle del rock’n’rol. Anche l’esplosione del beat inglese non fece altro che popolare le classifiche di gruppi le cui canzoni erano, dal punto di vista del contenuto, ancora lontane da una piena consapevolezza.
Bisognava ripartire da qualcosa di più autentico e la soluzione fu il cosiddetto folk revival, il recupero della semplicità e della schiettezza attraverso la musica di Woody Guthrie e Pete Seeger, ai cui valori sociali si ricollegavano gli stessi beatniks. Ma il «folk revival» sarebbe rimasto un fenomeno decisamente contenuto senza la geniale e strabordante figura di Bob Dylan. Dylan si limitò a riprendere la struttura della canzone folk, toccando solo fuggevolmente il repertorio dei vecchi folksingers; al posto delle antiche ballate sovrappose le proprie canzoni, caratterizzate da testi altamente poetici, a volte personali, più spesso popolati di metafore bibliche e toni apocalittici con cui attaccava l’edonistica società americana contrapponendole un’America perduta, fatta di sincerità, genuinità e organica comunione tra Uomo e Terra. Dylan si accompagnava solo con la chitarra e l’armonica a bocca e cantava con voce nasale, priva di abbellimenti stilistici. Una «povertà» scenica che aveva lo scopo di lasciare che il pubblico si concentrasse esclusivamente sui testi, ma non solo. Lo stile, oltre il valore testuale, era di per sé un significato, esprimeva una scelta senza ritorno verso il totale abbandono di ogni compromesso commerciale. Questa incontaminata purezza produsse un effetto irresistibile sulla confusa nebulosa del nuovo movimento generazionale che ancora stava cercando il volto di un eroe perfetto e senza macchia. Dylan rispondeva in modo quasi messianico a questi requisiti. Era il profeta che il Nuovo vangelo attendeva.
Le sue canzoni, rapidamente evolute dal lessico tradizionale folk, chiedevano con forza di essere ascoltate, non danzate; apparivano brutalmente sincere e per di pù avevano il merito di cogliere perfettamente quel brivido di cambiamento che si stava diffondendo tra i giovani: Blowin’ in the Wind, The Times They Are A-Changin’, Masters of War, sono le pietre miliari di questa rivoluzione, la cui enorme popolarità ebbe l’effetto di spingere l’intero corpo della musica pop a parlare un’altra lingua. Dylan operò, praticamente da solo, uno spostamento culturale clamoroso, introducendo la critica sociale tipicamente beat nel linguaggio giovanile della musica. Dopo Dylan, tutta la musica da classifica del periodo apparve agli occhi di un’intera generazione come un enorme cumulo di spazzatura.
Robert Zimmerman era nato a Duluth e cresciuto a Hibbing, in Minnesota, ascoltando la musica degli anni Cinquanta e sognando di entrare a far parte della band di Little Richard. Dopo aver letto la biografia di Woody Guthrie, Bound for Glory, il giovane cantautore scelse di trasferirsi a New York, fece visita al leggendario folksinger e cambiò legalmente il suo nome in Bob Dylan, con il quale iniziò a esibirsi nei circuiti folk. Fu John Hammond a «scoprirlo» e a metterlo sotto contratto per la Columbia, nel 1962. In quell’anno incise il suo primo album, fatto sostanzialmente di cover, ma fu nell’anno successivo, il 1963, con The Freewheelin’ Bob Dylan, che esplose il fenomeno. I suoi brani dimostrarono al mondo come la canzone potesse toccare argomenti importanti, sovvertire definitivamente le regole del bel canto e vivere ben al di là del puro e semplice intrattenimento. Se il rock’n’roll e il folk avevano dato all’America la base musicale, si potrebbe dire che Dylan offrí le parole, o meglio, un modo nuovo di far parlare la musica. C’era stato chi, prima di lui, al Village, aveva cominciato a riscrivere il folk secondo canoni nuovi, come Dave Van Ronk e «Rambling» Jack Elliott, ma Dylan si accostava alla musica tradizionale, all’eredità di Woody Guthrie e al lavoro di Pete Seeger, con una disposizione completamente nuova, figlia del rock’n’roll, fortemente comunicativa, intrisa di coscienza artistica, illimitatamente ambiziosa.

PlantSnap: Riconoscimento piante e fiori

Un altro nome di cui gli amanti delle escursioni dovrebbero prendere nota è PlantSnap, l’app gratuita per iPhone e Android che permette di identificare in modo facile e veloce il 90% di tutte le specie di fiori, foglie, alberi, funghi e piante grasse. L’app, infatti, è in grado di identificare oltre 600.000 piante da ogni parte del mondo in pochi istanti.
Il meccanismo è lo stesso delle app precedenti: si fotografano parti specifiche della pianta e l’applicazione riconosce automaticamente la specie di appartenenza, fornendo anche le principali informazioni sulla sua tassonomia e una descrizione dettagliata con curiosità sulla pianta.
PlantSnap unisce al riconoscimento fotografico ance il social feed PlantSnappers, con il quale è possibile connettersi con più di 35 milioni di amanti della natura provenienti da oltre 200 Paesi, nonché una vasta libreria di specie da consultare.

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Gli Allman Brothers registrano il manifesto del rock sudista

Il 13 marzo 1971 gli Allman Brothers Band si esibiscono per il secondo giorno consecutivo al Fillmore East di New York. Non è una novità per la band più rappresentativa del rock sudista la presenza nel locale di Bill Graham. Gli abituali frequentatori hanno ancora scolpito nella memoria le sorprendenti esibizioni in occasione dei concerti dei Blood Sweat & Tears e dei Grateful Dead.
Gli Allman Brothers Band sono considerati i pionieri del Southern Rock, un genere che mescola rock, blues, country e jazz con radici profondamente americane. Il loro album “At Fillmore East” (1971) è spesso considerato il manifesto del rock sudista, un’opera che ha ridefinito il genere e influenzato generazioni di musicisti.
Perché “At Fillmore East” è il manifesto del Southern Rock?
Energia e improvvisazione: È un album dal vivo che cattura l’essenza della band, con lunghissime jam session e un interplay straordinario tra le chitarre di Duane Allman e Dickey Betts.
Fusione di generi: Mescola blues, jazz e rock, con brani come “Whipping Post”, “In Memory of Elizabeth Reed” e “Statesboro Blues”.
Slide guitar iconica: Duane Allman, con la sua tecnica alla slide guitar, ha definito il suono della band e del genere.
Atmosfera live autentica: Il doppio album fu registrato in uno dei templi del rock, il Fillmore East di New York, e trasmette l’intensità delle loro esibizioni.
Dopo “At Fillmore East”, il Southern Rock esplose, con band come Lynyrd Skynyrd, The Marshall Tucker Band e Charlie Daniels Band che ne seguirono le orme.
Purtroppo, nel 1971 Duane Allman morì in un incidente motociclistico, ma la band continuò, lasciando un’eredità indelebile nella storia del rock.

Appunti Corti #95

Ogni libro è una porta, un invito a esplorare, a scoprire qualcosa di nuovo. Ci sono libri che mi fanno ridere, altri che mi fanno piangere. Alcuni mi lasciano senza fiato per la bellezza delle loro descrizioni, mentre altri mi tormentano per giorni, costringendomi a riflettere su ciò che sono e su come vedo il mondo. Leggere è un atto intimo, quasi sacro. Ogni volta che apro un libro, è come se stringessi un patto silenzioso con l’autore: lui mi dona le sue parole, io gli offro il mio tempo, la mia attenzione, e, in un certo senso, anche una parte di me stesso.

Al Jarreau: un originale talento vocate tra Jazz, R&B e Pop

Oggi, 12 marzo, si celebra l’anniversario della nascita di Al Jarreau, avvenuta nel 1940 a Milwaukee, negli Stati Uniti. Al Jarreau, il cui vero nome era Alwyn Lopez Jarreau, crebbe in un ambiente familiare profondamente immerso nella musica: la madre era pianista e il padre, pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno, era anch’esso cantante.
Al Jarreau è stato un celebre cantante e compositore americano, noto per la sua voce versatile e per essere l’unico artista ad aver vinto Grammy Awards in tre diverse categorie: jazz, pop e R&B. La sua carriera durò oltre cinque decenni e si distinse per la sua capacità di spaziare tra generi musicali, sperimentando con le sonorità e utilizzando la voce come uno strumento vero e proprio.
Nato a Milwaukee, Wisconsin, Jarreau iniziò a cantare in chiesa fin da giovane, influenzato dal gospel, ma sviluppò presto un interesse per il jazz, il soul e il pop. Sebbene si sia laureato in psicologia e abbia lavorato come assistente sociale, la passione per la musica ebbe presto la meglio, e alla fine degli anni ’60 cominciò a esibirsi nei club di Los Angeles, dove il suo talento fu notato.
Uno dei punti di forza di Jarreau era la sua capacità di scat, una tecnica vocale di improvvisazione tipica del jazz, e il modo in cui imitava strumenti musicali con la voce. Questa abilità, insieme al suo timbro vocale unico, lo rese un interprete incredibilmente originale.
Le sue collaborazioni con artisti di generi diversi, come George Benson e Chick Corea, hanno messo in luce la sua capacità di adattarsi a stili musicali vari, pur mantenendo sempre la sua firma vocale unica. Era apprezzato non solo come artista jazz, ma anche nel mondo della musica pop e R&B, riuscendo a colmare il divario tra i generi con la sua arte.
Al Jarreau ha ricevuto sette Grammy Awards nel corso della sua carriera, dimostrando il suo impatto duraturo e la sua eccellenza in vari campi musicali. La sua morte, avvenuta nel 2017 all’età di 76 anni, lasciò un grande vuoto nel panorama musicale internazionale, ma la sua eredità continua a vivere attraverso le sue registrazioni e l’influenza che ha esercitato su molti artisti successivi.
Il suo stile innovativo, la sua personalità magnetica e la sua incredibile tecnica vocale fanno di Al Jarreau una figura unica nella storia della musica.