That’s All right – Elvis Presley (1954)

“That’s All Right” è una canzone scritta e originariamente eseguita dal cantante blues americano Arthur Crudup nel 1946. La versione più celebre è però quella di Elvis Presley, che la registrò il 5 luglio 1954 presso gli studi Sun Records a Memphis, Tennessee, pubblicandola come singolo il 19 luglio 1954 con “Blue Moon of Kentucky” come lato B. Questo brano rappresenta il debutto discografico di Elvis ed è considerato da molti critici come uno dei primi esempi di rock and roll, segnando l’inizio della carriera del “Re del Rock”.
La versione di Presley è una rivisitazione fedele dell’originale blues di Crudup, interpretata con un approccio più energico e giovane che mescolava country, blues e rhythm and blues. Registrato con la chitarra di Scotty Moore e il contrabbasso di Bill Black, il brano divenne un successo e fu inserito nella lista delle “500 Greatest Songs of All Time” dalla rivista Rolling Stone. Nel 1998, la registrazione fu anche inserita nella Grammy Hall of Fame, sottolineando la sua importanza storica e artistica nel panorama musicale mondiale.
La particolarità della registrazione presso Sun Records fu che durante una pausa, Elvis iniziò a suonare “That’s All Right” in modo spontaneo, e ciò colpì il produttore Sam Phillips, che decise di registrare il pezzo così com’era. Il singolo lanciò la carriera di Elvis Presley, dandogli una visibilità immediata e facendo da battistrada per la diffusione del rock and roll nel mondo.
In sintesi, “That’s All Right” è il brano che ha segnato l’avvio della carriera di Elvis Presley e uno dei momenti chiave nella nascita del rock and roll, con un forte impatto culturale e musicale duraturo.

Oltre 60 film di Charlie Chaplin gratuiti online

Alcune cose da sapere su Charlie Chaplin. Ha recitato in oltre 80 film, la maggior parte dei quali durante l’era del cinema muto. Solo nel 1914, ha recitato in 40 film, poi in altri 15 nel 1915. Negli anni ’20, Chaplin si era affermato come la prima star del cinema e regista di grande impatto, se non la persona più riconoscibile al mondo. Grazie a YouTube, puoi guardare oltre 50 film di Chaplin sul web. Qui sotto, troverai un mini-festival cinematografico di Chaplin che riunisce quattro film girati nel 1917: The Adventurer, The Cure, Easy Street e The Immigrant.

La Bussola #39

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Joe Eldridge

Joe Eldridge (morto il 5 marzo 1952) è stato un sassofonista alto jazz americano, fratello maggiore del noto trombettista Roy Eldridge. Nato a Pittsburgh, Pennsylvania, iniziò la carriera professionale nel 1927 e guidò per diversi anni un gruppo chiamato Elite Serenaders. Negli anni ‘30 suonò con diverse band, tra cui Speed Webb e Cecil Scott, e nel 1933 co-diretto un ensemble con suo fratello Roy. Successivamente suonò con McKinney’s Cotton Pickers, Blanche Calloway e rimase nella band di suo fratello dal 1936 al 1940. Dopo brevi esperienze con Buddy Johnson e Zutty Singleton, nel 1943 guidò la propria band al club Jimmy Ryan’s. Si trasferì poi a Los Angeles, dove lavorò ancora con Singleton, Roy Eldridge e Hot Lips Page. Passò la seconda metà degli anni ‘40 suonando soprattutto in Canada, tornando a New York nel 1950 per insegnare musica. Morì a New York all’età di 44 anni. Joe Eldridge è ricordato come un eccellente sassofonista alto e arrangiatore, figura di rilievo nel jazz degli anni ’30 e ’40 .

Noori & his Dorpa Band – Beja Power! (2022)

La musica come forma di protesta e resistenza è un fenomeno che esiste da tempo immemorabile. In tempi di disordini politici e sociali, è diventato un rifugio vitale per i musicisti. Agisce come una valvola di sfogo per le loro lamentele e convinzioni e un appello clamoroso per il loro pubblico. I risultati sono migliorati se si stabilisce un senso di connessione emotiva tra i due. Questo potere simbiotico è stato particolarmente potente dove gli indigeni sono stati oppressi. Beja Power!, Electric Soul & Brass From Sudan’s Red Sea Coast, è un disco che perpetua questa nobile forma di espressione e dissenso.
I Beja (pronunciato Bee-Jah) sono un gruppo etnico di circa 1,2 milioni di persone che abitano in Sudan, Egitto ed Eritrea. Scolpiti in geroglifici, sono un’antica comunità, che fa risalire i loro antenati a millenni. Alcuni etnografi credono che siano tra i discendenti viventi dell’antico Egitto e del regno nubiano di Kush. Nella storia recente, hanno vissuto principalmente nel deserto orientale, ed è sulla costa sudanese del Mar Rosso che questo album ci trasporta.
Nonostante la sua giovane età, Noori, desidera mantenere viva e contemporanea la musica di Beja. Della stessa cultura Beja, si sa poco; una politica deliberata. La loro terra a est, vicino al Mar Rosso, è ricca d’oro e i successivi governi sudanesi hanno ignorato le pretese di Beja per il riconoscimento e l’accesso alla ricchezza all’interno del loro suolo. In particolare, sono stati completamente emarginati sotto il duro governo di oltre 30 anni dell’ex uomo forte Omar al-Bashir. In effetti, Bashir ha condotto una campagna per cancellare la cultura, la lingua e la musica dei Beja e negare loro il diritto a un sostentamento dignitoso.
È in questo contesto che la sua banda Dorpa si è formata nel 2006 e, sebbene le condizioni per i Beja siano cambiate poco dalla cacciata di Bashir nel 2019, sono stati in prima linea nel cambiamento politico in Sudan; ad esempio, manifestano regolarmente e chiudendo il porto più grande del paese. Noori crede fermamente che scatenare la musica Beja integri pienamente tali atti di protesta.
Registrato in Omdurman, oltre al leader Noori con la chitarra histambo, gli altri musicisti che compaiono nell’album sono Danash (tabla), Fox (chitarra ritmica), Gaido (basso), Naji (sax tenore) e Tariq (chitarra ritmica). In qualche modo paradossalmente, la musica stessa, provocatoriamente afro-jazz sottolineata da ipnotizzanti ritmi sudanesi, suona genuinamente globale. Elementi di assouf, blues, jazz, rock, soul elettrico, psichedelia e surf permeano queste melodie storiche aggiornate, forse non influenzate, ma evocative, del Sud-est asiatico, del Nord America, delle Ande sudamericane e del Sahara.
Ognuna delle sei tracce strumentali rappresenta un aspetto della vita di Beja e c’è una netta differenza nell’arrangiamento, nella forma, nell’umore, nella sensazione e nella melodia di ciascuna. Figure increspate di chitarra da surf che duellano con il soulful sax tenore e linee di basso sonore, i ritmi funky incrociati di tabla e congo costruiscono tutti irresistibilmente sia in slancio che in volume, e proprio mentre pensi che il clima sia stato raggiunto, un assolo di chitarra vertiginoso eleva il accordare ancora più alto.
Beja Power!  riesce eminentemente ad essere un potente atto di sfida, un’acclamazione e una testimonianza di devozione per la cultura Beja e un’esperienza musicale assolutamente piacevole.

A un amico, a settant’anni

Settant’anni, amico mio,
e non ti pesano adosso:
ti camminano accanto,
come vecchi compagni di strada.

Hai collezionato giorni veri,
risate che resistono al tempo;
silenzi condivisi che valgono
più di mille parole.

Sei uno che sa restare,
quando tutto corre via,
uno che ascolta senza fretta
e brinda ancora alla vita.

Le rughe?
Sono mappe di viaggi fatti fino
in fondo, tracce di sole, di vento
di scelte tenute strette.

Buon compleanno, amico.
Il meglio, in fondo,
sa ancora sorprenderti.

Joe Rushton

Joe Rushton, il cui nome completo era Joseph Augustine Rushton, Jr. (morto il 2 marzo 1964), è stato un sassofonista jazz americano specializzato nel sassofono basso. Nato a Evanston, Illinois, fu uno dei musicisti jazz più noti a dedicarsi al sassofono basso, strumento che iniziò a suonare stabilmente dal 1928. Prima di questo, suonava il clarinetto e tutti gli altri tipi standard di sassofono, e occasionalmente registrava anche con questi strumenti. Ha collaborato con numerose band e musicisti prestigiosi come Ted Weems, Jimmy McPartland, Bud Freeman, Floyd O’Brien, Benny Goodman (1942-43), Horace Heidt (1943-45) e la band Five Pennies di Red Nichols, con cui suonò fino ai primi anni ‘60. Ha inciso sei pezzi per la Jump Records tra il 1945 e il 1947, ma per il resto compare nei dischi come sideman. Joe Rushton morì a San Francisco all’età di 56 anni.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #18

18 – Hard Rock

Versione anfetaminizzata del blues-rock anni ’60, il passo più veloce, se non frenetico, la voce un urlo sgraziato che esaspera lo shouting dei vocalist rhythm’n’blues neri, i riff di chitarra distorta e sferragliante al centro della scena nei lunghi assoli chitarristici che diventano presto un topos del genere, l’hard rock fin da subito si impone come un antidoto popolare contro le spinte colte del progressive.
Si è soliti attribuire ai Led Zeppelin l’invenzione del genere, anche se questo in realtà è in parte falso: se è vero che col gruppo di Plant e Page che il genere viene definitivamente codificato e diventa il genere popolarmente più affermato per tutti gli anni ’70, capace di riempire arene e stadi e di far balzare gli LP dei gruppi hard rock (primi fra tutti gli stessi Led Zeppelin) in cima alle classifiche di vendita, contrapponendone allo stesso tempo la vena sanguigna e puramente fisica alle cerebrali, elitarie sperimentazioni del progressive è pur vero che, in forme molto simili, tale suono era già presente nei dischi di altri gruppi inglesi come Who, Cream e Blue Cheer.
Fin dall’esordio omonimo del 1969 in ogni caso, anche grazie alle radici musicali folk del vocalist Robert Plant, il gruppo impose una formula, quella del disco hard rock inframmezzato da ballate folk, che diventerà un luogo comune del genere: due esempi memorabili sono “Babe I’m Gonna Leave You” nell’esordio e “Stairway to Heaven” su “IV”, capolavoro del gruppo che vede una formazione ormai matura, in cui alla matrice blues si affiancano innumerevoli altre influenze e sfumature, dalla psichedelia folk di “When The Levee Breaks” al formidabile attacco di “Black Dog”.
Il successo commerciale (e artistico) dei Led Zeppelin genera un numero impressionante di epigoni sia in patria che oltreoceano: dall’hard-boogie in salsa pop degli Status Quo, ai Free di Paul Rodgers, con un hard rock solidamente piantato nelle radici Americane, (l’avventura musicale di Rodgers proseguirà poi nei Bad Company), dalla vena romantica dei Thin Lizzy, gruppo sottovalutato che viene ricordato più che altro per il singolo “The Boys Are Back in Town” agli Slade, precursori del glam-rock, fino ad arrivare a Humble Pie e Faces, due gruppi nati dalle ceneri degli mall Faces: i Faces, in particolare, capitanati da Rod Stewart, sono autori di un trascinante hard rock dai forti connotati rhythm’n’blues.
La triade “sacra” dell’hard-rock contempla però, accanto ai Led Zeppelin, due gruppi in particolare: Deep Purple e Black Sabbath. Eccessivi e a tratti assimilabili al progressive i primi, autori nel 1972 di uno dei dischi chiave dell’hard rock, quel “Machine Head” che in sé assomma gran parte dei vizi e delle virtù del genere: se il gruppo infatti spicca per il virtuosismo dei suoi componenti, primi fra tutti il chitarrista Ritchie Blackmore e il vocalist Ian Gillan, proprio nell’ostentazione continua di tali qualità, nei duelli tra la chitarra e l’organo, negli eccessi che diventano ancor più evidenti ascoltando i live del gruppo si intravedono quelli che diventeranno i limiti del genere.
Per molti versi stilisticamente agli antipodi rispetto ai Deep Purple si collocano i Black Sabbath: dove i primi puntano pesantemente sul virtuosismo tecnico, il gruppo di Ozzy Osbourne e Tony Iommi crea un’immagine gotica e orrorifica del gruppo e gli da una veste sonora adatta: un suono di basso amplificato e distorto e chitarre sature di fuzz parente di quello già ascoltato nei dischi di Blue Cheer (non a caso con i Black Sabbath principale influenza dei futuri gruppi stoner). Con “Paranoid” (1971) i Sabbath toccano probabilmente il punto più alto della propria produzione discografica, definendo da una parte un immaginario sonoro e visivo che servirà da spunto per innumerevoli band heavy metal (in particolare black-metal e doom-metal) e allo stesso tempo rilasciando vere e proprie bombe sonore come “Iron Man”, “War Pigs” e la title-track.
La risposta Americana all’ondata hard rock inglese non tarda ad arrivare: riappropriandosi di suoni che nel nuovo continente erano nati i gruppi d’oltreoceano riconducono il blues-rock pesante nei solchi della tradizione da cui proveniva, accentuando gli elementi rhythm’n’blues e boogie, come risulta evidente ascoltando i dischi di Grandfunk Railroad, Mountain e Bachman-Turner Overdrive.
La componente boogie è ancora più accentuata nei dischi di quel sottogenere dell’hard rock che prende il nome di Southern rock: Allman Brothers, ZZ Top e Lynyrd Skynyrd, tutti gruppi che provengono dal ultra-reazionario sud degli Stati Uniti, ne sono i principali esponenti.
I primi sono i più fantasiosi del gruppo, band da live più che da studio (il disco più famoso degli Allman è il celebre “Live At Fillmore East” del 1971), eredi dei Grateful Dead nelle lunghe jam live che li vedono fondere con disinvoltura blues, country e jazz, tendenti in studio a ripiegare su un hard-blues più tradizionale e sintetico.
Fermamente piantato nelle radici il boogie dei Texani ZZ Top, gruppo che serve il miglior mazzo di canzoni nel 1973 con “Tres Hombres” e quello dei Lynyrd Skynyrd di “Second Helping” (1974), l’album della celebre “Sweet Home Alabama”, prodotto (come l’esordio, d’altra parte) da quell’Al Kooper che con Blues Project e Blood, Sweat & Tears era stato, nella seconda metà degli anni ’60, tra i principali revivalisti del blues e tra i suoi più strenui innovatori: il cerchio, in qualche modo, si chiudeva. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Marilyn Silverstone

Nata a Londra nel 1929, Marilyn Silverstone si diploma in Storia dell’Arte al Wellesley College (USA) e lavora poi come redattore per le riviste Art News, Industrial Design e Interiors negli anni Cinquanta. Diventa produttore associato e ricercatore per una serie di film, premiati con un Oscar, su artisti e pittori. Nel 1955 comincia a fotografare come professionista freelance con la Nancy Palmer Agency. I suoi reportage sono in Asia, Africa, Europa, America Centrale e Unione Sovietica.
Nel 1959 si trasferisce a Nuova Delhi dove vive e lavora fino al 1973.
Produce un libro, Ocean of Life: un viaggio di scoperta nel cuore di una cultura complessa e affascinante.
Nel 1964 si associa a Magnum Photos (membro effettivo nel 1967). Il film Kashmir in Winter, realizzato con le sue immagini, vince un premio al London Film Festival del 1971. Le sue foto appaiono nelle più importanti riviste: Newsweek, Life, Look, Vogue e National Geographic.
Nel 1977 la Silverstone è ordinata monaca buddista (due anni prima aveva scelto di essere “contributor” di Magnum). Vive in Nepal, in un monastero dove pratica la sua religione e si interessa alla vita e alla cultura, in via di sparizione, del Rajasthan e dei territori intrno all’Himalaya.
Il suo lavoro è stato in parte raccolto in una mostra e un libro collettivi realizzati da Magnum e dedicati ad alcune figure di donne fotografe: Magna Brava.
Nell’ottobre del 1999 muore nel monastero di Shechen, nei pressi di Kathmandu. Il suo fondo fotografico è custodito e amministrato da Magnum Photos sotto la direzione di James Fox, già responsabile della redazione di Magnum e ora curatore.
Bibliografia parziale: Bala: Child of India, Methuen & Co. (1962);
Gurkhas and Ghosts: The Story of a Boy, Methuen & Co. (1964);
Ocean of Life: Visions of India and the Himalayan Kingdoms, Aperture (1985); The Black Hat Dances, Dodd, Mead & Company (1987);
Magna Brava: Magnum’s Women Photographers (con Inge Morath,
Susan Meiselas, Martine Franck e Eve Amold, 1999).

Magnum PhotosFlickr Elle