Open Flames – Same Time Next Year (2025)

La band alt-rock di Londra The Open Flames ha finalmente lanciato il suo attesissimo album di debutto, “Same Time Next Year”, un disco pieno di energia grezza, narrazione letteraria e dinamiche texture sonore. Alimentato dal lancio dei loro singoli nel 2024 Drop a Coin ed Eat Alone, l’album consolida il posto della band nel panorama alt-rock, offrendo un viaggio audace ed emotivamente carico attraverso suoni ed esperienze. Spaziando dal groove ispirato a Dungeons & Dragons alla furia in stile primi Replacements di Lockdown, Same Time Next Year offre un esaltante mix di rock anthemico e riflessione intima. Al centro di tutto c’è il lirismo roco ma poetico di David Eastman, che lui e la co-cantante Paige Brubeck danno vita attraverso vivide narrazioni guidate dai personaggi. La narrazione cinematografica della band è esaltata dalla batteria fragorosa di Evan Sult, dalle linee di basso fluide e inventive di Brubeck e Len Bendel e da un’intera gamma di toni di chitarra distorti e intrisi di feedback. L’album trae ispirazione dalla grandiosa arena-rock dei R.E.M., dalla grinta viscerale della chitarra di Neil Young e dallo spirito punk rauco degli X, il tutto mantenendo un tocco moderno e distinto.

Ascolta il disco

Roberto Kunstler, un cantautore generoso

Il 25 settembre 1960 nasce a Roma Roberto Kunstler, un cantautore generoso che nella sua lunga carriera ha regalato moltissimi brani ad altri musicisti.
Il paroliere Kunstler ha iniziato a suonare e comporre canzoni alla fine degli anni ’70, esibendosi per la prima volta al Folk Studio. Nel 1984, ha pubblicato il suo primo singolo, “Danzando con la notte e col vento”, il cui lato B, “Piccola regina del varietà”, ha vinto il Premio Rino Gaetano. L’anno successivo, ha partecipato al Festival di Sanremo con la canzone “Saranno i giovani”.
Nel corso della sua carriera, Kunstler ha pubblicato diversi album, tra cui “Gente comune” (1985), “Pilato non mi vuole più” (1989) e “Eclettico Ecclesiastico” (1991). Ha anche collaborato con Sergio Cammariere, scrivendo con lui l’album “I ricordi e le persone” (1993). Kunstler ha scritto testi e musiche per altri artisti, tra cui Paola Turci, Francesca Schiavo e Ornella Vanoni.
Kunstler ha partecipato più volte al Premio Tenco sia come cantautore che come autore per Sergio Cammariere. La sua collaborazione con Cammariere ha portato alla canzone “Tutto quello che un uomo”, che ha ottenuto il terzo posto al Festival di Sanremo nel 2003 e ha vinto il premio della critica.
Oltre alla sua carriera musicale, Kunstler si è laureato in Archeologia e Storia delle religioni del Vicino Oriente Antico all’Università di Roma.

Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club band (1967)

Dopo aver esplorato la forma canzone in tutti gli angoli in cui poteva essere illuminata, dopo avere utilizzato lo studio di registrazione come media nel senso contemporaneo del termine, i Beatles offrono tredici nuovi movimenti, cinque dei quali (Lucy in the Sky with Diamonds, Getting Better, She’s Leaving Home, With A Little Help From My Friend, A Day In Life) entreranno nella memoria collettiva. Per gli amanti della dietrologia, ci sono situazioni come il basso di McCartney registrato altissimo, le derive allucinatorie di Lennon, un crescente distacco tra le quattro personalità che lascia intravvedere la futura dissoluzione del quartetto attraverso le suite pluridirezionali di Abbey Road.
Sono solo considerazioni a posteriori, mentre la sostanza è quella di un caposaldo collage-pop senza grandi paragoni.

Ascolta il disco

La Bussola #26

La descrizione del sito Rivista Studio è: Un media di attualità, cultura, moda e stili di vita fondato nel 2011.

Rivistastudio tratta ogni giorno approfondimenti e novità dai mondi della cultura, dello spettacolo e della tecnologia. Ogni tre mesi Studio è anche un rivista di carta: è dedicata, in ogni numero, a uno dei temi fondamentali che stiamo vivendo come cittadini e come società.
Oggi Studio è un ecosistema editoriale che comprende diverse offerte: un sito che segue le notizie più di attualità e le approfondisce con un taglio culturale unico in Italia, quattro newsletter verticali, eventi dal vivo, una serie di podcast, un canale Instagram pensato per essere un vero e proprio media a sé stante.

Bob Dylan: i suoi album #4

Another Side of Bob Dylan (1964)

Non sono io, baby
Qual è l’altra faccia di Dylan a cui allude il titolo?

Another Side of Bob Dylan è il quarto album in studio del cantautore statunitense Bob Dylan, pubblicato l’8 agosto 1964 dalla Columbia Records. L’album si discosta dallo stile più socialmente impegnato che Dylan aveva sviluppato con il suo precedente LP, The Times They Are A-Changin’ (1964). Il cambiamento suscitò critiche da parte di alcune figure influenti della comunità folk: il direttore di Sing Out! Irwin Silber si lamentò del fatto che Dylan avesse “in qualche modo perso il contatto con la gente” e fosse rimasto intrappolato “nell’armamentario della fama”. Nonostante il cambiamento tematico dell’album, Dylan eseguì l’intero Another Side of Bob Dylan come aveva fatto con i dischi precedenti: da solo. Oltre alla sua solita chitarra acustica e armonica, Dylan suona il pianoforte in una traccia, “Black Crow Blues”. Another Side of Bob Dylan raggiunse il numero 43 negli Stati Uniti (anche se alla fine divenne disco d’oro) e raggiunse l’ottavo posto nelle classifiche del Regno Unito nel 1965.
L’altra faccia di Bob Dylan a cui si fa riferimento nel titolo è presumibilmente quello romantico, assurdo e stravagante – tutto ciò che non era presente in Times They Are a-Changin’, un album decisamente folk e intriso di protesta. Per questo motivo, Another Side of Bob Dylan è un disco più vario e anche di maggior successo, poiché cattura l’espansione della musica di Dylan, offrendo interpretazioni fantasiose e poetiche sia di canzoni d’amore che di melodie di protesta. Contiene in realtà lo stesso numero di classici del suo predecessore, con “All I Really Want to Do”, “Chimes of Freedom”, “My Back Pages”, “I Don’t’ Believe You” e “It Ain’t Me Babe” tra i suoi standard, ma la chiave del successo del disco sono le tracce dell’album, eleganti, poetiche e stratificate. Sia i testi che la musica sono diventati più profondi e Dylan sta sperimentando nuove strade: questo, nella sua costruzione e nel suo atteggiamento, non è propriamente folk, ma abbraccia molto di più. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori, un’opera incantevole e intima.
Rimanendo fedele a quella reticenza nel rispondere alle domande troppo dirette che ha contraddistinto tutta la sua lunga carriera, Bob Dylan non chiarì mai fino in fondo quale fosse il significato più profondo dell’“altra faccia” di se stesso a cui fa riferimento il titolo del disco. Eppure le atmosfere viscerali, i testi dai toni quasi allucinati, gli spunti ironici, gli errori ostentati e i temi evasivi forniscono un’immagine piuttosto chiara delle idee che passavano per la testa di Dylan quando riuscì finalmente a staccarsi le scomode etichette di portavoce di una generazione smarrita e di salvatore del popolo che gli erano state affibbiate dai media dopo l’uscita di due album pieni di canzoni di protesta dai toni decisamente intellettuali e socialmente molto impegnate. A questo punto Dylan aveva bisogno di prendersi una pausa, di allontanarsi per un attimo dagli aspetti più drammatici dell’esistenza e di tornare ai temi che gli erano più congeniali. L’album Another Side of Bob Dylan è questo e molto di più.

Appunti Corti #120

Fuori nubi sottili, settembrine, dentro mura dense, solide. Non soffro di ‘prigionia’ anzi, con il verde che circonda la casa, le opportunità di aria e natura non mancano, ma la scorgo negli occhi incrociati di anonimi passanti e un po’ mi rattrista. Basterebbe poco per aver gioia della vita; i raggi di sole che avvisano l’inizio del giorno, il profumo del sugo che arriva dalla cucina, la telefonata inaspettata di una persona cara e soprattutto sopra ogni cosa, il saper di stare in salute. Troppe volte ci si dimentica di quando poco basti far sorridere i nostri occhi, farli evadere da quella ‘prigione’ che è dentro la nostra mente.

Bella Ciao

Il 20 settembre 1943 nasceva Bella Ciao. Così almeno è incline a credere gran parte dei ricercatori e degli appassionati cultori di canzoni popolari. La ricostruzione della storia e soprattutto dell’origine del brano, infatti, non è facile.
Bella ciao è un canto popolare italiano diventato l’inno simbolo della Resistenza partigiana contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il testo racconta la storia di un partigiano che saluta la sua amata prima di andare a combattere contro gli invasori, esprimendo il desiderio di libertà e sacrificio per la causa.
Le origini precise di Bella ciao sono incerte e oggetto di dibattito. Non ci sono prove documentali certe della sua esistenza durante la guerra, e alcuni studiosi ritengono che sia stata composta dopo il conflitto, ispirandosi a melodie popolari precedenti come quella della canzone sovietica “Fischi al vento” o a canti popolari piemontesi e francesi. Alcune brigate partigiane, come la Brigata Maiella e la Brigata Garibaldi, la cantavano negli anni Quaranta, ma non era l’inno più diffuso tra i partigiani, che preferivano altri canti come “Fischia il vento”.
Il brano divenne celebre e simbolo universale di resistenza e libertà soprattutto dopo essere stato portato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964, da dove si diffuse in Italia e nel mondo, assumendo un valore trasversale e politico senza riferimenti ideologici precisi. Oggi Bella ciao è cantata in molte lingue ed è un simbolo globale di lotta contro l’oppressione.

Let it be – The Beatles (1970)

Alle volte, le canzoni potrebbero non nascere. Per Let It Be, viste le tensioni che c’erano tra i Beatles sarebbe stato possibile. Pensate se fosse andata davvero così, se Paul McCartney fosse arrivato in studio, avesse provato a far ascoltare la sua nuova canzone Let it Be agli altri tre e nessuno gli avesse dato retta. Magari McCartney avrebbe lasciato perdere, magari quella canzone solo abbozzata che aveva fatto sentire per la prima volta agli altri durante le session del White Album, nel 1968, i Beatles non l’avrebbero mai incisa, forse lui l’avrebbe realizzata dopo, con i Wings (come ironicamente suggerì Lennon, dopo la fine della band). E noi non avremmo quello che oggi, unanimemente, viene considerato come uno dei capolavori del repertorio beatlesiano.
Il brano nacque nel 1968, dopo che una notte a McCartney è venuta in sogno la madre Mary, che era morta quando Paul aveva solo quattordici anni, nell’ottobre del 1956. Il sogno non era un sogno qualsiasi, Paul aveva sognato la madre che lo invitava a non preoccuparsi, a lasciare andare le cose come dovevano andare, a non lasciarsi sopraffare dalle amarezze: “Una canzone positiva”, disse McCartney, “lei era venuta nei miei sogni per rassicurarmi mentre ero ansioso e paranoico, per dirmi che sarebbe andato tutto bene“. Quello che andava male, già dai tempi del White Album, era il clima all’interno dei Beatles, le tensioni dopo la morte di Brian Epstein si erano fatte via via più forti, e all’inizio del 1969 nulla era migliorato davvero. Harrison soffriva lo strapotere degli altri due autori, Lennon era completamente perso nel suo amore per Yoko e in mille progetti paralleli, era McCartney a insistere per tenere insieme il gruppo, mettendo in piedi progetti nuovi, come quello di un album registrato solo da loro quattro allo stesso modo delle origini, e anche quello di un film realizzato con le riprese della band al lavoro sul nuovo disco. Pensò addirittura a un concerto, per riportare dopo anni la band a suonare dal vivo. Le cose non andarono esattamente così, il concerto si ridusse alla famosissima esibizione sul tetto degli uffici della Apple nel centro di Londra, a Savile Row; le riprese del film non fecero che accentuare le tensioni e la lavorazione del disco, provvisoriamente intitolato Get Back, fu addirittura sospesa e il disco messo in stand by, superato poi dal lavoro che la band farà per Abbey Road.