Asterisco *45

Oggi una bella bimba nera mi sorride al parco, e mi sento grato verso di lei che continuerà la vita anche dopo di me, e verso chi mi ha educato in modo da non provare odio o paura verso di lei o la sua famiglia, perché se quella bambina crescerà nella mia città mentre io invecchio, uniti dai diritti, dai doveri e dal patto costituente di una medesima società, noi saremo la stessa etnia senza invasione né colonizzazione.

Clare Fischer, il pianista che mescola jazz e classica

Il 22 ottobre 1928 a Durand, nel Michigan, nasce il pianista, organista, compositore e arrangiatore Clare Fischer. Pianista e direttore d’orchestra statunitense, noto per la sua versatilità e per l’abilità nel fondere jazz, musica classica, ritmi latini e brasiliani. La sua carriera, durata oltre sei decenni, ha influenzato profondamente il panorama musicale internazionale.
Nato a Durand, Michigan, Fischer si laureò in composizione alla Michigan State University. Negli anni ‘50, divenne pianista e arrangiatore per il gruppo vocale The Hi-Lo’s, esperienza che influenzò profondamente il suo stile armonico. Negli anni ’60, collaborò con artisti come Donald Byrd e Dizzy Gillespie, e si distinse per le sue registrazioni di jazz latino e bossa nova, tra cui il brano “Morning”, considerato un classico del Latin Jazz.
Negli anni ‘70, fondò il gruppo “Salsa Picante”, con cui vinse un Grammy Award nel 1981 per l’album 2+2. Parallelamente, intraprese una carriera come arrangiatore per artisti pop e R&B, collaborando con Prince, Paul McCartney, Michael Jackson, Chaka Khan e molti altri.
Fischer era noto per la sua capacità di integrare elementi di jazz, musica classica e ritmi latini. Le sue composizioni, come “Pensativa” e “Morning”, sono diventate standard del jazz. Il suo lavoro ha influenzato numerosi musicisti, tra cui Herbie Hancock, che lo ha citato come una delle sue principali influenze armoniche.
Durante la sua carriera, Fischer ricevette undici nomination ai Grammy Awards, vincendone due: uno nel 1981 per l’album 2+2 e uno postumo nel 2013 per Music for Strings, Percussion and the Rest. 

Vento nel Vento – Lucio Battisti (1972)

“Vento nel vento”, come tutti i brani del primo Lucio Battisti è stata scritta insieme a Mogol, e fa parte dell’album Il mio canto libero. È un brano intenso, poetico, malinconico e profondamente introspettivo.
“Vento nel vento” parla della perdita di un amore, o più precisamente del vuoto emotivo lasciato da una relazione finita. È un brano sulla disillusione, sul sentirsi travolti da qualcosa che non si riesce a controllare, proprio come il vento. La voce narrante racconta la sua fragilità, la confusione, e la mancanza di senso che prova dopo essere stato lasciato.
Simbolicamente il vento è usato come simbolo della fugacità, dell’instabilità e dell’assenza di controllo. Tutto passa, tutto vola via, come il vento. Anche i sentimenti più profondi possono disperdersi.
La musica è malinconica ma intensa, con una struttura che cresce lentamente, seguendo l’evoluzione emotiva del testo. La voce di Battisti è carica di dolore trattenuto, rendendo ancora più potente il messaggio.
“Vento nel vento” è un brano sulla vulnerabilità emotiva che segue la fine di un amore. Parla del sentirsi vuoti, soli e sopraffatti, in balia delle emozioni. Una delle espressioni più poetiche e dolorose del Battisti più introspettivo.
Il compianto Ernesto Assante considera questo brano come una delle canzoni italiane più belle mai scritte, una struggente ballata che parla di un amore che salva un uomo, annulla la solitudine, fa scomparire le paure, le sofferenze e spinge verso una rinascita.
Difficile non restare emozionati, difficilissimo non cogliere il perfetto bilanciamento tra passato e presente, la modernità dello stile di Battisti portata in una dimensione melodica apparentemente tradizionale, esaltata dalla parte orchestrale.

Bob Dylan: i suoi album #6

Highway 61 Revisited (1965)

Viaggio con direzione ignota
Dylan è stanco di suonare canzoni che non vorrebbe suonare. Poi scrive “un lungo pezzo di vomito” e tutto cambia.

“Highway 61 Revisited” è il sesto album in studio di Bob Dylan, pubblicato nell’agosto del 1965, pochi mesi dopo Bringing It All Back Home. È considerato uno dei suoi capolavori assoluti e uno degli album più influenti della storia del rock. Diversamente dal suo predecessore che aveva un lato acustico, questo album è interamente dominato da strumenti elettrici, segnando la definitiva transizione di Dylan dal folk al rock. La produzione è cruda e diretta e le registrazioni, avvenute a New York, catturano l’energia istintiva delle performance dal vivo.
“Highway 61” è una strada storica americana che attraversa il sud degli Stati Uniti, simbolo di fuga, trasformazione e tradizione blues (è anche chiamata la “Blues Highway”). Dylan stesso è cresciuto vicino a questa strada, nel Minnesota.
Questo album consolidò Dylan come poeta del rock, influenzando artisti come The Beatles, The Rolling Stones, e tutta la generazione del rock psichedelico. È stato inserito in numerose classifiche tra i migliori album di tutti i tempi (Rolling Stone lo ha spesso messo nella top 10).
E’ difficile dire se si tratti del più bel disco di Dylan. Di sicuro è quello più importante, più completo, un manifesto visionario, una boa intorno alla quale è girato il vento di tutto il mondo del rock alla metà esatta del decennio d’oro della musica popolare, il 1965.
Il disco è un racconto irripetibile di visioni che raffigurano l’altra America, quella della strada, dei vicoli bui e malfamati, dei sogni infranti e dei viaggi. La svolta elettrica già iniziata precedentemente, raggiunge la maturazione con questo album, gemme come “Like a rolling stone” (una, se non la, canzone più bella di tutti i tempi), Desolation row e Ballad of a thin man, riempiono di fremiti anche gli animi più insensibili alle sonorità rock. I testi sono veri propri intuizioni poetiche. In questo disco Dylan riesce a coniugare vibrazioni elettriche, ritmo, istinto di fuga, con un’alta e ambiziosa densità letteraria. La forza devastante di questa “sintesi” deriva dalla sua ricchezza di linguaggio, figlio della grande tradizione americana, sia quella dei poeti Whitman e Ginsberg, sia dei menestrelli folk come Woody Guthrie.
Highway 61 Revisited è stato un disco “boa”; la musica popolare sta svolgendo il ruolo profondo e sublime della poesia, Dylan porta il rock al rango della grande letteratura, e si rivolge efficacemente allo stesso tempo a milioni di persone.
Uno schiaffo di incomparabile bellezza.

La Bussola #28

La descrizione del sito Osservatorio Repressione è: Associazione di promozione sociale nata nel 2007.

Osservatorio Repressione si prefigge di promuovere e coordinare studi, ricerche, dibattiti e seminari, sui temi della repressione, della legislazione speciale, della situazione carceraria, la raccolta, la conservazione di materiali e di documenti inerenti la propria attività, cura la pubblicazione di materiali ed esiti delle proprie ricerche, promuove progetti indipendenti o coordinati con altre associazioni e movimenti che operano nello stesso ambito.
L’Osservatorio Repressione è una associazione antifascista, antirazzista e antisessista.

Red Richards, il pianista dalla matrice stride

Il 19 ottobre 1912 nasce a Brooklyn, New York, il pianista Charles Richards, più conosciuto dagli appassionati di jazz come Red Richards.
Red Richards, è stato un pianista jazz statunitense noto per il suo stile swing e stride. Ha avuto una carriera musicale che si è estesa per oltre sei decenni, collaborando con numerosi artisti di rilievo e lasciando un’impronta significativa nel panorama jazzistico.
Richards iniziò a studiare pianoforte classico all’età di dieci anni, ma a sedici anni si orientò verso il jazz dopo aver ascoltato Fats Waller. Il suo primo ingaggio professionale importante fu con Tab Smith al Savoy Ballroom di New York dal 1945 al 1949. Successivamente, collaborò con Bob Wilber (1950–51) e Sidney Bechet (1951). Nel 1953, partecipò a una tournée in Italia e Francia con la band di Mezz Mezzrow, suonando al fianco di Buck Clayton e Big Chief Moore, e accompagnando Frank Sinatra in Italia. 
Negli anni successivi, suonò con Muggsy Spanier, Fletcher Henderson e Wild Bill Davison. Nel 1960, formò il gruppo Saints & Sinners con Vic Dickenson, attivo fino al 1970. Negli anni ’70 e ’80, collaborò con artisti come Eddie Condon, Panama Francis e i Savoy Sultans, esibendosi in tutto il mondo. 
Red Richards era noto per il suo stile pianistico che combinava elementi di stride e swing, ispirandosi a pianisti come Fats Waller e James P. Johnson. La sua tecnica includeva una mano sinistra “rolling” e una profonda comprensione della storia del pianoforte jazz, che gli permetteva di esprimersi con sensibilità sia come accompagnatore che come solista.
Richards continuò a suonare fino alla sua morte, avvenuta il 12 marzo 1998 a Scarsdale, New York.

Mavis Staples — One True Vine (2013)

A sei anni dall’ottimo Well never turn back e a tre dal buon You are not alone, ritorna Mavis Staples con “One True Vine”, quattordicesima incisione della sua ultra quarantennale carriera.
Da cantante gospel qual’è, è ancora la fede il comune denominatore dei suoi testi, ma è sempre la sua meravigliosa voce a renderli superlativi. A fronte dei suoi settantaquattro anni, la Mavis non mostra segni di decadimento ma anzi, come i migliori vini rossi, migliora col tempo.
Continuando la collaborazione artistica con Jeff Tweedy leader dei Wilco, iniziata con “You Are Not Alone” nel 2010, di cui è produttore, anche questa volta la Staples riesce a dare il meglio di sé. Fin dalle prime note è palpabile la passione religiosa per il Vangelo e il suo credo incrollabile ma è poi la sua voce e il feeling che riesce a creare che sanno rendere grandi le canzoni e farle apprezzare anche ai più atei ed agnostici. E’ proprio questa la grandezza dell’artista, una donna che sa esattamente come trovare l’anima di ogni lirica e consegnarla con estrema naturalezza, sincera ed onesta.
L’album cresce di ascolto dopo ascolto, ha un effetto magico che riesce a trasportare e soprattutto ad elevare anche lo spirito meno sensibile… che poi è quello che la buona musica dovrebbe fare, e (anche) in questo disco, la Grande Mavis Staples colpisce in pieno. One True Vine è un ottimo disco ed è soprattutto consigliato alle anime in cerca di pace.

La vita, però

Quante cose avrei voluto ancora dire.
Quante parole sono rimaste bloccate,
senza che più siano state dette,
la vita, però, ha voluto così…

Quante cose avrei voluto ancora fare.
Quante cose sono rimaste desiderio,
senza che più siano state fatte,
la vita, però, ha voluto così…

A volte mi fermo a pensare a tutte quelle cose
che avrei ancora voluto dire,
che avrei ancora voluto fare,
la vita, però, ha voluto così…

Il tempo, però, ci mette di fronte a tante strade,
a tante incognite, a tanti momenti differenti,
che ci portano lungo percorsi che non possiamo.
La vita, però, ha voluto così…

Bob Mould – Here We Go Crazy (2025)

Recensioni 2025

Fin dai tempi degli Hüsker Dü, Mould ha cercato di cogliere momenti di chiarezza dai tumulti e dal malessere personali. Invecchiando, questa ricerca ha assunto una connotazione sempre più zen (quando canta “Riesco a sentire il chiacchiericcio di una ciotola d’avorio rotta”, non può fare a meno di sembrare un koan monastico), anche se la sua salute emotiva è diventata sempre più legata al clima sociale e politico. Dopo il malconcio Blue Hearts del 2020, Here We Go Crazy è esplicitamente concepito come una risposta ai disordini dell’inizio del 2025. Fortunatamente, il cupo clima nazionale non sminuisce l’esuberanza power-pop di Mould. Come un artigiano i cui strumenti sono melodie zuccherine e riff di chitarra forti e scricchiolanti, Mould è un maestro con pochi eguali; in tutto il nuovo album evoca con sicurezza ritornelli orecchiabili e brividi viscerali, supportato dalla sua sezione ritmica di lunga data composta dal batterista Jon Wurster e dal bassista Jason Narducy.
Tra i miei musicisti preferiti.

Ascolta il disco