Thurman Green

Il 12 agosto 1940 a Longview, nel Texas, nasce il trombonista Thurman Gree, registrato all’anagrafe con il nome di Thurman Alexander Green.

Thurman Green è noto per il suo contributo alla scena jazz di Los Angeles. Ha lavorato con molti musicisti di fama, contribuendo sia come solista che come musicista d’ensemble.
Green ha collaborato con artisti di spicco come Horace Tapscott, Gerald Wilson, Ella Fitzgerald e Lionel Hampton. Era anche membro dell’Horace Tapscott’s Pan Afrikan Peoples Arkestra, una formazione nota per il suo impegno nel promuovere la cultura afroamericana attraverso il jazz.
Il suo stile al trombone era caratterizzato da un suono caldo e melodico, con un’approfondita comprensione dell’armonia jazz e una grande versatilità nell’interpretare diversi stili, dal bebop al free jazz.
Nonostante non abbia raggiunto un vasto riconoscimento commerciale, Thurman Green è molto rispettato dagli appassionati di jazz e dai musicisti per il suo talento e il suo contributo alla scena musicale.

100 Brani Jazz #4

Quarta selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: What A Wonderful World di Louis Armstrong, Lush Life di John Coltrane/Johnny Hartman, Blue Train di John Coltrane, Poinciana di Ahmad Jamal, In a Sentimental Mood di Duke Ellington & John Coltrane, Freddie Freeloader di Miles Davis, Summertime di Ella Fitzgerald, Watermelon Man di Herbie Hancock, Salt Peanuts di Dizzy Gillespie e Moanin’ di Art Blakey.

Ascolta su Radioscalo

Massimo Zamboni – La mia patria attuale (2022)

Dopo diversi ascolti viene confermata la regola generale applicata ai dischi e quindi quella di ascoltare più volte le tracce prima di esprimere un giudizio. “La mia patria attuale” ha bisogno di serenità d’animo, di silenzio e di un ascolto attento. E poi dopo, quando la musica tace, di una riflessione silenziosa. Più e più volte.

“La mia patria attuale” è un disco intellettuale, quasi letterario.

La scelta di pubblicato il 21 gennaio non è casuale: il 21 gennaio (1921) è nato il Partito Comunista d’Italia e il 21 gennaio (1924) è morto Lenin. Due riferimenti importanti per l’artista, ancora fedele alla linea dei CCCP e CSI, di cui coltiva la memoria collettiva.

Se ci si ferma un attimo a riflettere non stupisce questa scelta. Zamboni è di Reggio Emilia, dove è nato il Tricolore e soprattutto terra resistente e partigiana. E i partigiani si definivano patrioti, senza vergogna: perché con il loro sacrificio hanno provato a lavare l’onta del fascismo e ridare dignità all’Italia.

“La mia patria attuale” traccia una visione approfondita sulle correnti incapacità di un’Italia che non sembra più in grado di valorizzare il proprio immenso passato culturale e sociale, lasciato ormai quasi all’abbandono e dove l’importante termine “Patria”, la terra dei padri, viene sempre più utilizzato con faciloneria per interazioni persino irrispettose di quell’aureo significato.

Esiste davvero l’Italia o è solamente una mera espressione geografica? Esistono davvero gli italiani? Ha senso cercare la nostra coscienza comune? Riusciremo ad andare oltre questo sciagurato “mare nostrum” di delusioni brucianti e promesse mancate? Sapremo svincolarci e liberarci dal disordine, dal cinismo, dalla paura e dall’ignoranza che sembrano condannarci a restare, per sempre, proni e piegati, in balia dei peggiori governi e di una classe politica che è incapace di guardare con fiducia costruttiva al futuro, incapace di offrire prospettive alternative, incapace di uscire dai soliti schemi mentali e dai soliti luoghi comuni, ma si ostina a vivere nella menzogna di uno sterile, paranoico e frustrante eterno presente, pur di conservare i propri privilegi e la propria posizione?

Per la prima volta in carriera l’ex-Cccp e Csi si lascia trascinare pienamente nel mondo cantautorale, un territorio che non è mai stato tra i suoi preferiti, ma nel quale sembra finalmente accedere con attenta curiosità e assoluta padronanza. La capacità compositiva è sempre stata una delle sue doti più spiccate, non solo in musica – è pregiata la sua carriera parallela di scrittore – e in questo progetto il cuore pulsante del pensiero dello Zamboni cittadino italiano prende il sopravvento su tutto il resto.

I dieci brani di “La Mia Patria Attuale”, ricchi di combattive sonorità di matrice folkeggiante, di una narrazione cantautoriale cruda e malinconica, di una vibrante e accattivante poesia, di chitarre e pianoforte, organo e mellotron, offrono al pubblico quello che, ad un primo ascolto, potrebbe apparire solamente un ingannevole e insensato conforto, un dolente susseguirsi di invocazioni a Dei inesistenti che si mostrano sordi alle nostre preghiere, ciechi e insensibili dinanzi alle dolorose tragedie che sconvolgono il mondo. In realtà, però, queste invocazioni sono rivolte soprattutto a noi stessi – agli sciagurati, ai reietti, ai diversi, agli emarginati, agli esclusi – spronandoli, attraverso quelle ritmiche e quelle percussioni che appartengono alla nostra storia comune, a rivoltarsi contro questa delirante e brutale visione della società.

A dominare non sono le chitarre distorte, l’elettronica ma è la voce, la sua voce. Che canta, racconta, sussurra sulla musica, creando dei momenti profondi e di forte impatto emotivo.

Philip Jones Griffiths

VIETNAM. South Vietnam. 1970

Nato nel 1936 a Rhuddian, nel Galles, comincia a svolgere la professione di farmacista a Londra mentre lavora part time come fotografo per il Manchester Guardian. Nel 1961 diventa fotografo freelance per il London Observer. Documenta la guerra d’Algeria nel 1962, si sposta in Africa Centrale e da qui si trasferisce in Asia. Nel 1966 entra a Magnum Photos (membro effettivo nel 1970) e fotografa in Vietnam dal 1966 al 1971. Vietnam Inc., apparso nel 1971, è un grande successo editoriale, esaurito in poche settimane.
Nel 1973 documenta la guerra dello Yom Kippur e in seguito lavora in Cambogia (1973-75). Nel 1977 si trasferisce in Thailandia, base per i suoi lavori e i suoi spostamenti in Asia.
Nel 1980 si sposta a New York e assume la presidenza di Magnum, carica che riveste per cinque anni.
Griffiths ha esposto le sue immagini in varie mostre, negli Stati Uniti e in Europa, e continua a lavorare sui reportage dedicati al buddismo in Cambogia, la siccità in India, le comunità povere del Texas, il rimboscamento del Vietnam e le conseguenze della prima guerra del Golfo. Ha lavorato anche dietro la macchina da presa realizzando un documentario per la BBC sui discendenti degli ammutinati del Bounty sull’isola di Pitcair, un film sulle conseguenze dello scavo minerario in una valle del Galles e un altro sul campo profughi Khao-I-Dang, in Thailandia, per conto dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU. Il suo film sul cammino di Ho Chi Minh, realizzato per la BBC, è passato sulla TV pubblica degli USA nel 1990. Uno sguardo dal Galles è circolato nel Regno Unito nel 1991 e nel 1997. Il suo più recente documentario è una personale visione sul nostro futuro, trasmesso il primo giorno del nuovo millennio.

Bibliografia parziale: Vietnam Inc.(1971, ristampa 2001 con introduzione di Noam Chomsky); Bangkok (1979); Philip Griffiths: una visión retrospectiva. 1952-1988 (1992); Dark Odyssey (1996); Agent Orange, “Collateral Damage” in Viêt Nam (2003); Viêt Nam at Peace (2005).

Fondazione P.J. GriffithsFotografia ArtisticaMagnum Photos

Timore

Nuvole basse e pioggerellina.
Un sottile timore appiccica come grasso.
Inquietudine per qualcosa di indicibile,
inafferrabile, incrollabile.
Ma il sentimento non basta,
nemmeno per scrivere una strofa
.

Charlie Gaines

L’8 agosto 1900 nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, il trombettista Charlie Gaines, conosciuto anche con il soprannome di Devil, diavolo.

Charlie Gaines (1900-1986) è noto soprattutto per il suo contributo alla scena jazz degli anni ’20 e ‘30. Nato a Filadelfia, Gaines iniziò la sua carriera musicale suonando in orchestre locali prima di trasferirsi a New York, dove entrò a far parte di alcune delle big band più celebri dell’epoca.
Negli anni ‘20, Gaines suonò con la Earl Walton Orchestra e con la band di Fess Williams, contribuendo a definire il suono delle formazioni jazz dell’epoca. Era conosciuto per il suo tono caldo, il fraseggio elegante e l’abilità nell’improvvisazione, caratteristiche che lo resero un trombettista molto richiesto sia in studio di registrazione sia nelle esibizioni dal vivo.
Charlie Gaines ebbe anche una carriera come bandleader, guidando gruppi nei locali notturni di Filadelfia e New York. Oltre alla tromba, era anche cantante e compositore; uno dei suoi brani più noti è “Anticipation Blues”.
Sebbene non abbia raggiunto la fama internazionale di altri trombettisti del suo tempo, il contributo di Gaines è stato significativo per l’evoluzione del jazz tradizionale verso lo swing. La sua carriera musicale continuò per diversi decenni e il suo lavoro viene ricordato per il suo stile sofisticato e raffinato.

Matt Berninger – Get Sunk (2025)

Recensioni 2025

Dopo l’uscita del suo primo album solista, Serpentine Prison del 2020, Matt Berninger è caduto in una depressione così profonda da non riuscire né a scrivere né a cantare. Dopo aver trascorso due decenni a descrivere nei dettagli una malinconia densa come il fumo come cantante dei The National, l’improvvisa incapacità di articolare questa oscurità totalizzante è stata debilitante. Ora, al suo secondo album solista, sembra determinato a lasciarsi alle spalle per sempre quel periodo cupo. E’ un ascolto ricco e appagante, è semplice ma toccante, urbano ma artistico. È un disco da ascoltare quando si è a casa da soli e ascoltando le cicale estive. Non importa la nostra età, non perdiamo mai i nostri sogni, Get Sunk esige di affrontare la nostra perdita e di rispondere ai nostri bisogni. Consigliato.

Ascolta il disco

La Bussola #23

La descrizione del sito Doppiozero è: “Rivista culturale, con edizioni in italiano e in inglese, e una casa editrice, in rete dal 14 febbraio 2011. Vogliamo mettere il rinnovamento culturale al centro del dibattito, come valore capace di spingere il cambiamento in una direzione democratica e in cui sia fondamentale rispetto per il lavoro e la dignità di chi lo svolge. Il contenuto non prima della forma, ma nella forma migliore possibile per arrivare a più persone, per arrivarci prima e in maniera chiara ed efficace.”

Collaborano a doppiozero oltre 2000 scrittori, critici, giornalisti, ricercatori, studiosi di diverse discipline, in un ecosistema che riunisce intellettuali di fama, giovani autori e studiosi affermati. Doppiozero propone ai suoi lettori uno spazio aperto di idee, un luogo per l’approfondimento, la scrittura e l’elaborazione di progetti culturali innovativi. Per costruire una comunità capace di sfidare criticamente i conformismi contemporanei. Per un futuro diverso, e non per pochi. Perché non si perda la memoria mentre si transita verso il futuro, per aprire spazi a chi ha cose nuove da dire. Perché quando tutto sta per cambiare il rischio più alto è che nulla cambi.

Art Ensemble of Chicago

Evocato in particolare da un gruppo di musicisti di eccezionale versatilità e, cosa nuova nel jazz moderno, di spiccata vocazione spettacolare, gli Art Ensemble of Chicago, raggrupparono artisti provenienti, come dice il nome del gruppo, da Chicago, città che in quegli anni rinacque come centro propulsivo di molte nuove proposte musicali. La band, formata da Roscoe Mitchell, Don Moye, Lester Bowie, Joseph Jarman e Malachi Favors, mise in scena una sorta di teatro di strada, con costumi orientali e africani, volti pitturati e una gestualità pronunciata. La musica rilanciava una dimensione tribale dove l’immagine del «buon selvaggio» era rovesciata in una minacciosa e fiera maschera rivoluzionaria. Il gruppo nacque dalle ceneri del Roscoe Mitchell Art Ensemble, a sua volta derivato da un’altra storica formazione, la Experimental Band del pianista Muhal Richard Abrams. Mitchell, Jarman e il già famoso Favors iniziarono a lavorare insieme ad Abrams per la Aacm, la Association for the Advancement of Creative Musicians, e a loro, nel 1966, si unì Lester Bowie, appena arrivato da St Louis. La prima registrazione dell’Aacm fu Sounds (1966), del Roscoe Mitchell Sextet, con Bowie e Favors. Nell’agosto 1967 i quattro fondatori dell’Ensemble registrarono per la prima volta insieme, per Numbers r&z di Bowie, ma la data ufficiale di nascita del gruppo è il 1969, quando al quartetto si unì Don Moye. Per alcuni anni la band fu una sorta di travolgente teatro permanente della rivoluzione culturale, ottenne un grandissimo successo in Europa e alla fine degli anni Settanta provò a formare una propria etichetta discografica, la Aeco, confermando una tendenza all’autonomia organizzativa che aveva una certa vitalità nel nuovo jazz (a partire dal voltafaccia di Coleman), in un certo senso coerente con il radicale senso di autonomia culturale espresso dalla musica.
Malgrado i cambiamenti estremi, il sassofono manteneva la sua leadership nel contesto strumentale del jazz, era ormai un simbolo, cosí come la chitarra elettrica lo stava diventando nel rock. Ma ovviamente la ricerca forsennata di nuove strade spinse i maggiori solisti dell’epoca a scoprire altre dimensioni stilistiche.