Nat Jaffe

Il 5 agosto 1945 muore a soli ventisette anni il pianista Nat Jaffe. Il decesso avviene a New York, la città dove è nato il 1° gennaio 1918.

Nat Jaffe (1918-1945) è noto per il suo lavoro durante l’era dello swing. Nato a New York, trascorse parte della sua infanzia in Germania, dove studiò pianoforte classico. Tornato negli Stati Uniti negli anni ’30, si immerse nella scena jazz di New York, iniziando a suonare con musicisti di rilievo.
Jaffe collaborò con band e artisti importanti, tra cui Charlie Barnet, Billie Holiday, Coleman Hawkins e Jack Teagarden. Era apprezzato per il suo tocco elegante, la sensibilità armonica e la capacità di accompagnare con gusto ed efficacia i solisti.
Nonostante il suo talento, la carriera di Nat Jaffe fu tragicamente breve. Morì prematuramente all’età di 26 anni nel 1945 a causa delle complicazioni di un’ipertensione. La sua morte così precoce limitò il suo impatto sul jazz, ma i suoi contributi rimangono una testimonianza della sua abilità musicale e della sua sensibilità interpretativa.

Bob Dylan: i suoi album #1

Bob Dylan (1962)

Sulla strada del genio
Tredici brani registrati in sole tre session: imperfetti, ingenui, finanche rozzi. Ma già specchio di un talento immenso.

“Bob Dylan” è l’album di debutto omonimo di Bob Dylan, pubblicato il 19 marzo 1962 dalla Columbia Records. Questo disco segna l’inizio della carriera di Dylan come cantautore e artista di folk music, anche se, a differenza dei suoi lavori successivi, è meno noto per i testi profondi e poetici che lo avrebbero reso celebre. L’album è infatti un progetto di debutto che riflette un mix di canzoni folk tradizionali e alcune composizioni originali.
L’album “Bob Dylan” è piuttosto semplice, con uno stile acustico, incentrato sulla chitarra e la voce di Dylan, senza l’accompagnamento elaborato che sarebbe diventato tipico dei suoi lavori futuri. La produzione, affidata a John Hammond, rispecchia la semplicità delle registrazioni folk dell’epoca.
L’album è composto da 13 tracce, di cui molte sono reinterpretazioni di brani folk tradizionali. Le canzoni più importanti includono:
“Talkin’ New York” — un brano autobiografico in cui Dylan racconta le sue prime esperienze a New York, prima di diventare una figura centrale del movimento folk.
“The Song to Woody” — una canzone tributo al suo idolo Woody Guthrie, che aveva un’influenza enorme sulla musica folk e sulla carriera di Dylan.
“Man of Constant Sorrow” — una reinterpretazione di una canzone folk tradizionale, che mostra già il talento di Dylan nell’interpretare e rivitalizzare la musica popolare.
“Pretty Peggy-O” — una ballata che diventerà uno dei brani più noti di Dylan in versioni successive.
L’album non fu un grande successo commerciale al momento della sua uscita, e molte delle canzoni erano interpretazioni di brani già esistenti, con Dylan che ancora non aveva sviluppato pienamente la sua voce distintiva come cantautore. Tuttavia, l’album fu importante per avviare la sua carriera e per far conoscere al pubblico la sua sensibilità musicale e la sua capacità di reinterpretare la musica folk.
Anche se questo disco di debutto non contiene le canzoni che lo avrebbero consacrato come uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi, “Bob Dylan” è considerato un punto di partenza cruciale per la sua evoluzione artistica. Le sue future innovazioni nel folk e nel rock lo avrebbero portato a cambiare per sempre il panorama musicale.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #7

7 – Il Garage rock

Se il folk-rock di metà anni ’60 costituisce la risposta ufficiale del pop-rock americano alle “nuove” sonorità inglesi, il garage-rock può essere visto come la sua controparte underground, nel senso più puro e letterale del termine, trattandosi di una scena spontanea e frammentaria animata da un’infinità di gruppi dal suono amatoriale e crudo che tritano e riducono all’osso i riff di Kinks, Stones e Yardbirds, facendoli risuonare all’interno dei garage di casa, (da cui il genere prende il nome), cominciando e spesso terminando lì l’intera “carriera” musicale, tra le quattro mura del box di casa.
Talvolta alcuni di loro emergono all’improvviso, con hit improvvise e inaspettate, come la “Louie Louie” dei Kingsmen, da molti considerata il primo pezzo garage della storia o la “Psychotic Reaction” dei Count Five che ispirerà a Lester Bangs il celebre “Psychotic Reaction and Carburetor Dung”, per poi tornare ad immergersi nell’underground con la stessa rapidità con cui ne erano usciti.
Molti di loro probabilmente sarebbero destinati a rimanere irrimediabilmente nel dimenticatoio, non fosse per il provvidenziale intervento di recupero archeologico compiuto da “Nuggets” (1972), seminale raccolta curata da Lenny Kaye, chitarrista del Patti Smith Group che per la prima volta allinea alcuni dei principali gruppi e i pezzi del movimento: gruppi e pezzi per cui stilare una mappa dettagliata ed esaustiva è impresa pressoché impossibile vista la frammentazione del non-movimento.
Probabilmente il gruppo più influente per le future ondate revivalistiche sono i Sonics, gruppo di Tacoma che nel 1965 fa uscire “Here Are the Sonics”, esordio al fulmicotone farcito di cover rhythm’n blues selvagge e pezzi originali indimenticabili come “The Witch”, “Strychnine” e “Psycho”. Dalla stessa area, quella del nord-ovest Americano provengono i già citati Kingsmen, i Wailers, gli Standells di “Dirty Water” e i Raiders, facendo della scena in questione una delle più interessanti tra tutte quelle che tra il 1964 e il 1967 vanno moltiplicandosi da una costa all’altra degli Stati Uniti, (anche se in questo caso il termine scena va preso più che mai con le pinze): dalla California (Count Five e Syndicate of sound) a New York (gli Strangeloves di “I Want Candy”), da Chicago (Shadows of the Knight e gli Awboy Dukes di “Baby Please Don’t Go”). Da Flint (futura patria del gruppo hard rock Grand Funk Railroad) provengono invece i Question Mark & The Mysterians che si lamentano delle 96 lacrime versate (“69 Tears”) sostenuti dall’ipnotico incedere di un organo farfisa.
Nonostante le apparenti caratteristiche derivative (peraltro presupposto per la nascita di ogni nuovo genere) il garage-rock si rivelerà seminale non solo per i revival a cui sarà soggetto nei decenni successivi, ma anche perché per la prima volta, in parte grazie al suo carattere semi-clandestino, in parte a causa del livello amatoriale della maggior parte dei suoi protagonisti, in parte ancora per le precarie condizioni di registrazione fece emergere un suono grezzo e sporco, un cantato rauco e feroce che verranno poi ripresi ed esasperati nel proto-punk di Detroit di Stooges ed Mc5 lungo un sentiero che conduceva dritto al punk-rock del ‘76: e proprio l’idea fondante del punk che chiunque possa prendere in mano uno strumento e salire sul palco è messa in pratica qui per la prima volta con successo, anche se tra le anguste mura di un garage della periferia americana anziché sui palchi newyorchesi del CBGB.  (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Miró

Il nome di Joan Miró viene spesso associato all’immagine di un pittore ingenuo, troppo spesso tacciato di manifesta ed esibita facilità; le figurine infantili che popolano i suoi dipinti, soltanto un ludico divertimento. Tuttavia, nessuna lettura è probabilmente più lontana e superficiale per una reale comprensione di un artista come lui.
Miró rappresenta per la storia dell’arte moderna una vera eccezione, non classificabile all’interno di un movimento preciso, ma è piuttosto tra le pieghe del Surrealismo (meglio sarebbe dire del surreale), che si può tentare di far rientrare un artista che sfugge e si svincola da ogni possibile definizione.
Il teorico del Surrealismo André Breton ha favorito questo malinteso, questa chiave interpretativa fuorviante, valutando negativamente la componente “giocosa” e apparentemente facile che avvicina l’uomo al cielo ma gli toglie un po’ della sua onnipotenza, o meglio impiegandoci circa trent’anni per comprenderla realmente.


Miró, la cui esistenza, non dimentichiamolo, ha attraversato due conflitti mondiali e una logorante guerra civile, rappresenta la lotta tra ragione e spontaneità, arte letteraria e arte pura, una lotta che egli annullerà con il continuo proliferare dei suoi grotteschi personaggi su tele, ceramiche, litografie e sculture; reinventando fino alla fine della sua lunghissima carriera nuovi mezzi per esprimere la e sua incontenibile voglia di evolvere il pensiero e di fare arte.
Miró crea un linguaggio nuovo e tutto suo che non ha riferimenti, ma nasce ogni volta che si cimenta con una nuova superficie, con una nuova tecnica, con una nuova immagine vista con l’inesauribile fantasia scatenata dalle forze latenti che agiscono sugli oggetti e su tutto ciò che appartiene alla nostra quotidianità. La sua arte dunque, che nasce dalle pieghe profonde dell’inconscio e del sogno, riesce a far vivere, con l’uso di linee, stelle filanti, code d’aquilone e colori, quell’universo immaginifico che è in ognuno di noi.

Per questo egli darà corpo all'”universale” raggiungendo così la perennità, per questo la sua arte continua a piacere e a stupire coloro che ancora si soffermano davanti ai suoi quadri cercando di “sentire” e non solo di capire quello che trasmettono. Lo spettatore si stupisce che profondissimi blu o accesissimi rossi possano comunicare la sensazione del mare, del cielo e dell’infinito, oppure ricondurre al calore del sole o alla rabbia e alla disperazione se pensiamo alle opere del 1937 (eseguite in concomitanza con la guerra civile spagnola).
Joan Miró nasce il 20 aprile 1893 a Barcellona, in una casa del Passatge del Crédit.
Il padre è un orefice e orologiaio e la madre è figlia di un ebanista di Palma di Maiorca città che accoglierà la sua morte avvenuta il 25 dicembre 1983.

Asterisco *41

Sai cosa succede quando passano gli anni?
Vedi l’amore in modo diverso. Ti innamori dell’anima delle persone.
Vuoi solo amore e tranquillità. Apprezzi di più la vita perché ti accorgi che nulla è per sempre e comprendi la cosa più importante
ogni minuto è un miracolo perché sei vivo.

Elmer Crumbley

Il 1° agosto 1908 a Kingfisher, nell’Oklahoma, nasce il trombonista e qualche volta cantante Elmer Crumbley.

Elmer Crumbley è stato un trombonista jazz americano noto per il suo contributo alla musica swing e jazz orchestrale. Ha iniziato la sua carriera musicale negli anni ‘20, suonando con varie big band e orchestre di jazz dell’epoca.
Crumbley è stato particolarmente noto per il suo lavoro con la band di Jimmie Lunceford, una delle orchestre più celebri dell’era dello swing. Durante la sua carriera, ha anche collaborato con artisti come Count Basie e Erskine Hawkins. Il suo stile di trombone era caratterizzato da un suono caldo, potente e preciso, che si adattava perfettamente agli arrangiamenti orchestrali del periodo.
Anche se non è uno dei nomi più noti del jazz mainstream, il suo contributo è stato significativo per l’evoluzione del trombone nel contesto orchestrale jazz. Ha continuato a suonare e ad esibirsi fino agli anni ‘70, lasciando un’impronta duratura nella comunità jazzistica.

La Bussola #22

La descrizione del sito Collettivo Culturale TuttoMondo è: “CCTM vuole essere un viaggio attraverso le varie forme dell’arte, della cultura e del costume.”

Le parole e le immagini possano offrire bellezza, far nascere una riflessione, dare meraviglia in questo momento in cui la meraviglia sembra essere perduta e stimolare la curiosità e la voglia di guardare il mondo, a TuttoMondo, cogliendone tutta la bellezza di luci, colori e le ombre. CCTM da spazio a chi vuole condividere una poesia, un dipinto, o qualunque altra forma artistica che rappresenti il vostro essere.

Kenny Burrell, tocco raffinato e fluido

Kenny Burrell è un chitarrista jazz americano nato il 31 luglio 1931 a Detroit, noto per il suo stile elegante e sofisticato, che fonde bebop, blues e swing con una grande sensibilità armonica. È considerato uno dei più grandi chitarristi jazz di tutti i tempi, apprezzato per il suo tocco raffinato e la sua capacità di creare linee melodiche fluide e ricche di sentimento.
Cresciuto nella vivace scena jazz di Detroit, Burrell ha iniziato a suonare professionalmente già da giovane, collaborando con artisti come Dizzy Gillespie e Tommy Flanagan. Il suo debutto discografico avviene nel 1956 con l’album Introducing Kenny Burrell, che mette in mostra il suo stile sobrio e sofisticato.
Uno dei suoi lavori più celebri è Midnight Blue (1963), un capolavoro che mescola jazz e blues in un’atmosfera rilassata e avvolgente. Brani come Chitlins con Carne sono diventati classici del repertorio jazzistico. Burrell è anche noto per la sua collaborazione con artisti come Jimmy Smith, John Coltrane, Duke Ellington e molti altri.
Kenny Burrell ha lasciato un segno profondo nel jazz grazie alla sua musicalità raffinata e alla capacità di fondere l’eleganza del jazz con la visceralità del blues. Il suo suono caldo e la sua sensibilità armonica continuano a influenzare chitarristi di tutto il mondo.