Bob Dylan: i suoi album #2

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Canzoni per Suze
Semplicemente, il disco in cui Bob Dylan diventa Bob Dylan.

“The Freewheelin’ Bob Dylan” è il secondo album in studio di Bob Dylan, pubblicato il 27 maggio 1963 dalla Columbia Records. Questo disco segna un punto di svolta nella carriera di Dylan, consolidando il suo status di cantautore di protesta e poète engagé, e rappresenta un significativo avanzamento rispetto al suo debutto.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è uno degli album più iconici di Dylan e uno dei capolavori del folk degli anni ‘60. L’album segna il passaggio dal folk tradizionale a una musica più personale e poetica, con una crescente attenzione alla politica, ai diritti civili e alle emozioni individuali. Le composizioni di Dylan sono più mature e complessamente strutturate rispetto a quelle del suo debutto, e l’album esplora temi di protesta sociale, libertà individuale e cambiamento.
L’album contiene alcune delle canzoni più influenti e amate di Dylan, che sono diventate pietre miliari della musica folk e popolare:
“Blowin’ in the Wind” — Probabilmente la canzone più famosa dell’album, è diventata un inno del movimento per i diritti civili e della protesta contro la guerra. Il testo semplice e diretto pone domande sulla libertà, la pace e la giustizia.
“A Hard Rain’s A-Gonna Fall” — Un brano che mescola immagini poetiche e apocalittiche per descrivere il caos e la sofferenza del mondo, spesso interpretato come una riflessione sulla guerra fredda e sulla paura della guerra nucleare.
“Girl from the North Country” — Una ballata dolce e malinconica, ispirata alla tradizione folk, in cui Dylan canta di una relazione perduta. La canzone è arricchita dalla voce di Johnny Cash, che partecipa come ospite.
“Masters of War” — Un feroce attacco alla guerra e a coloro che la promuovono per motivi di profitto. Questo brano è una delle canzoni di protesta più esplicite di Dylan.
“Don’t Think Twice, It’s All Right” — Una canzone di addio in cui Dylan riflette sulla fine di una relazione, con un tono che mescola tristezza e accettazione.
“The Times They Are a-Changin’” — Anche se questa canzone è nell’album successivo, la sua scrittura rispecchia il tono e lo spirito di cambiamento che pervade “The Freewheelin’ Bob Dylan”. Tuttavia, non è presente in questo album ma è spesso associata al periodo creativo di Dylan in questo periodo.
Il suono dell’album è caratterizzato da arrangiamenti di chitarra acustica e armonica, con una produzione molto più raffinata rispetto al debutto di Dylan. Le canzoni spaziano da ballate tranquille e intime a brani più energici e di protesta, con Dylan che mostra una crescente maturità sia come poeta che come musicista. Il suo uso della lingua e delle immagini poetiche si fa più complesso, e il suo talento per la scrittura di testi evocativi diventa sempre più evidente.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è stato un grande successo critico e commerciale. Ha consolidato Dylan come una delle figure di punta della musica folk e della protesta sociale degli anni ‘60. La sua capacità di affrontare temi politici e sociali con una profondità emotiva e una grande abilità poetica lo ha reso una figura centrale nella cultura musicale e politica dell’epoca.
L’album è spesso considerato uno dei migliori album di tutti i tempi e ha avuto un’influenza duratura sulla musica popolare, sulla musica folk e sul movimento per i diritti civili.

Beatles – Rubber Soul (1965)

Un album di svolta, non solo per i Fab Four, ma pure per il concetto universale di pop, che queste canzoni hanno la capacità di forgiare ex-novo. Nel 1965 Paul, John, George e Ringo sono ancora i simpatici ragazzi di Love Me Do (hanno ricevuto I’MBE direttamente dalla Corona Inglese e il concerto allo Shea Stadium è uno degli apici di tour sempre più massacranti): già nella copertina dell’lp, però, i loro volti si allungano, i caratteri grafici si sformano e la psichedelia irrompe senza mezzi termini né tante cortesi cerimonie nell’immaginario dei suoni.
Rubber Soul è il capolavoro beatlesiano: il suo eclettismo e i suoi influssi sul contemporaneo e sul futuro, anche lontano, lo rendono un manuale irraggiungibile su come scrivere pezzi inventivi, obliqui e nello stesso tempo classici senza rinunciare a una briciola del proprio carattere. Le forme sono ancora abbastanza raccolte rispetto ai lavori che verranno, ma l’energia rock’n’roll dell’avvio di Drive My Car (Paul), la vicenda di sesso occasionale rivoltata su un folk-acido di Norvegian Wood (col sitar di Harrison) e la meravigliosa Madeleine intinta nelle vie di Liverpool da John in In My Life sono atti artistici e poetici assoluti, che entrano di diritto nella grande storia sonora dello scorso secolo. A fianco ci sono i momenti romantici e senza tempo attenzione allo studio di registrazione (concertata da George Martin) che nuovamente sarà la cifra di tutto il percorso successivo per i quattro, c’è la crescita compositiva di George (Think For Yourself, ma soprattutto If I Needed Someone).
Di un soffio superiore a Revolver, perché meno legato al momento, alle mode della percezione inedita a tutti i costi, il disco resta una pietra miliare, un promontorio da cui guardare con superiorità la popular music, consapevoli di trovarsi, probabilmente, sulla vetta più alta di tutte.

Ascolta il disco

Come “Time Out” di Dave Brubeck ha cambiato il jazz

L’album rivoluzionario di Dave Brubeck “Time Out” è in cima alle classifiche dei migliori dischi jazz, viene ripubblicato costantemente ed è così onnipresente in alcuni ambienti che è difficile ascoltarlo con orecchie nuove.
Nei primi anni sessanta la missione del Dipartimento di Stato dell’epoca decise di inviare musicisti jazz americani in giro per il mondo come ambasciatori culturali. Questa esperienza ha avuto un’influenza importante non solo su Brubeck, ma su molti dischi di quel periodo. Brubeck si unì a Benny Goodman, Louis Armstrong e Dizzy Gillespie in un tour musicale che raggiunse molti paesi dietro la cortina di ferro e fu in grado di criticare la storia razzista dell’America promuovendone anche la cultura musicale.

“Time Out” fu il quattordicesimo album di Brubeck per la Columbia Records e fu il disco della sua svolta. Fino a quel momento lui e il suo quartetto avevano pubblicato una serie di album dal vivo registrati nei college (che promuovevano un jazz sicuro ma alla moda) e diversi album di cover jazz, come Dave Digs Disney. Ma “Time Out” era una specie di concept album completamente formato: un’esplorazione delle misure di tempo che il jazz non aveva ancora realmente toccato.
Ma la cosa migliore è che “Time Out” è uno di quei album classici per il modo in cui mescola la sperimentazione con il commerciale, un’impresa ardua in qualsiasi epoca, ma ancora più impressionante in uno dei migliori anni del jazz, il 1959.

Tony Almerico

Il 16 agosto 1905 nasce a New Orleans il trombettista Tony Almerico, all’anagrafe Anthony Almerico.

Tony Almerico è noto soprattutto per il suo contributo alla scena jazz di New Orleans. E’ stato una figura importante nella promozione e nella diffusione del jazz tradizionale durante la metà del XX secolo.
Ha guidato la sua band, la Tony Almerico’s Dixieland All-Stars, che suonava regolarmente al famoso locale di New Orleans, il Parisian Room. La sua orchestra ha avuto un ruolo significativo anche nel programma radiofonico “The Dixieland Jamboree”, contribuendo a mantenere vivo lo spirito del jazz tradizionale.
Almerico ha collaborato con diversi musicisti noti della scena di New Orleans, tra cui Pete Fountain e Sharkey Bonano. Il suo stile trombettistico era caratterizzato da un approccio vivace e melodico, in linea con la tradizione del jazz classico della città.
Sebbene il suo nome non sia tra i più noti del jazz mainstream, Tony Almerico è ricordato con rispetto dagli appassionati per il suo impegno nel preservare e diffondere il sound autentico di New Orleans.

Appunti Corti #117

“Il tempo è la tela di cui si fa la vita” diceva B. Franklin. La vita di noi tutti ha varie tappe, vari scalini, vari ostacoli da superare. Tuttavia la musica ci accompagna sin dall’inizio in questo vorticoso viaggio, infatti, appena nati già siamo coccolati dalla melodia della ninna nanna (cantata più o meno bene). Insomma siamo circondati dalla musica e questo ci aiuta anche ad associare un ricordo o una persona ad una canzone particolare. Anche andando al cinema mentre si è assorti nella visione del film, parte come sottofondo una canzone che ci catapulta inaspettatamente a quel giorno, a quell’emozione provata, a quel ricordo bello o brutto che sia. La musica è un filo diretto alla nostra anima, ai nostri sogni. Non è detto, infatti, che una canzone deve per forza ricordarci qualcosa del nostro passato, anzi a volte una canzone ci fa sognare, ci fa volare con la fantasia laddove la quotidianità non ci permette di andare. Ognuno ha una sua canzone preferita che cambia a periodi, oltre a quelle che consideriamo le più belle da sempre. Questo è più che normale, perché ogni canzone scelta rispecchia in un certo modo ciò che proviamo in quel periodo. Abbiamo le canzoni dell’infanzia (soprattutto le sigle dei cartoni animati), poi ci sono quelle dell’adolescenza, quelle della giovinezza e così via. Ogni tappa ha una o più canzoni differenti, perché la musica è anche questo: incontro di gusti e suoni diversi. La cosa importante è che la musica continui a scandire sempre il tempo della nostra vita, perché spesso è la miglior compagna di viaggio che possiamo avere.

The Weather Station – Humanhood (2025)

Recensioni 2025

L’umanità è radiosa e propulsiva, discorsiva e strana. Le canzoni si dissolvono in ondate di archi, si disgregano completamente. Le tessiture si fondono e si frammentano, si induriscono in canzoni, cedono di nuovo il passo a passaggi strumentali astratti che trasportano l’ascoltatore da una canzone all’altra. È un disco di dettagli intensi, note di pianoforte e di violino, canzoni pop chiare e potenti, alcune delle più soddisfacenti che Lindeman abbia mai scritto. È il disco più strano dei Weather Station finora, e il più viscerale. È anche il più forte, il più cinematografico, il più completo come evocazione di un paesaggio interiore. Ogni canzone rispecchia, sonoramente e musicalmente, lo stato d’animo descritto nel testo, passando dal distante al claustrofobico, dal travolgente al meraviglioso. Obbligato.

Ascolta il disco

Caselle di posta Crea e-mail usa e getta di lunga durata

Se usate come browser Chrome, Inboxes è un’estensione che vi consente di creare email usa e getta di lunga durata. Si possono crearne quante se ne vogliono ed eliminarle quando non servono più.
Ottimo servizio per iscriversi a nuovi siti web e mantenere la privacy, utilizzando un indirizzo email univoco per ogni spazio internet. Quando si ha finito di gestire l’iscrizione o quant’altro serva inserire un indirizzo email, si può eliminare l’indirizzo, cancellando quindi qualsiasi contatto futuro.
Visualizza le tue e-mail nel popup dell’estensione di Chrome e salva la tua e-mail personale dallo spam.

Scarica l’estensione per Chrome

Fix You – Coldplay (2005)

I Coldplay, senza grandi possibilità di equivoco, sono stati, anzi sono, una delle più grandi band di tutti i tempi. Lo sono per la straordinaria capacità di fare musica in technicolor, cosa che sembra in sé contraddittoria, visto che la musica è inafferrabile e immateriale, visto che la musica non si vede e quindi, in sé, colori non ne ha. Ma loro, Chris Martin, Will Champion, Guy Berryman e Jonny Buckland, sono riusciti a fare qualcosa di più, perché i colori nella musica della band si vedono, si avvertono, ascoltando la loro musica siamo in grado di percepirli. Questo perché i Coldplay, come dimostrano ogni volta con i loro concerti, sono in grado di portare il pubblico, con la loro musica, a una condizione di assoluta e inarrivabile gioia, cosa che molti altri non riescono a fare davvero. Hanno avuto successo, spesso, nel tentativo di far uscire il pop dalle secche della perdizione commerciale di questi ultimi anni, musica senza prospettiva, priva di una visione, incapace di immaginare mondi che non siano quello del “qui e ora” e farci sognare, farci sperare, farci sorridere, farci contenti, insomma.
Ma prima di creare la musica a colori hanno attraversato oscurità, malinconia, tristezza, dubbi, paure e le hanno trasformate in canzoni altrettanto belle, toccando come pochi altri le corde dell’emozione. E usando la musica come un balsamo. Sì, un balsamo, canzoni che possono mettere qualche piccola dose di pace nel nostro cuore e nella nostra anima. Canzoni come Fix You.
Il brano ha già qualche anno sulle spalle, pubblicato nel 2005 in un album intitolato X&Y, che per molti versi chiude una lunga stagione nella storia della band, seguita poi proprio da quella della musica in technicolor. Qui invece siamo nel mondo dei sentimenti più puri, amicizia e amore, Chris Martin racconta il desiderio, la voglia, il bisogno di essere d’aiuto per chi ne ha bisogno.
Fix You è la canzone di chi ha bisogno di calore per la propria anima, di chi pensa che aiutare gli altri sia la cosa migliore da fare nella vita, di chi vuole essere pronto ad “aggiustare” qualcuno che si è rotto, nel cuore, nell’anima. È la canzone di chi vuole essere accanto a qualcuno che ama, a qualcuno a cui vuole bene, rendendosi disponibile. Ma Fix You funziona anche se si è da soli, in un momento di tristezza o di malinconia, funziona sempre, “aggiusta” da sola le cose che sembrano rotte dentro di noi. È un balsamo, come dicevamo all’inizio. Un balsamo leggerissimo, che mette in sintonia anima e cuore. (Grazie a Ernesto Assante)

Appunti Corti #116

Delle volte vorremo saper parlare, ma scopriamo che qualcuno prima di noi ha avuto lo stesso bisogno di esprimere lo stesso concetto che avevamo in mente con le parole giuste. Le parole che cercavamo e che non riuscivano ad uscire. Si sente dire spesso: “Non mi vengono le parole!”. Si tratta di situazioni che riteniamo importanti e ci frega la paura di sbagliare. Ne siamo veramente sicuri? E allora perché nelle stazioni, nei bar, nei posti di lavoro o nelle circostanze più familiari succede di non essere sicuri di ciò che si dice? “Dove ho la testa?” diciamo! Perché siamo così insicuri nel parlare. Distrazione. Paura. Incapacità di relazionare. Sono queste le cause?

Probabile.
Il problema è che non sopportiamo di dover convivere con l’angosciante consapevolezza che tutto ciò che vive è già stato descritto, raccontato e analizzato da qualcuno prima di noi. Cosa ci preoccupa allora? Vorremmo inventare, plasmare nuove forme di espressione… Già la forma… la forma.
La forma è solo un espediente. Un modo per dire: “Eh! cosi! Sto dicendo le solite cose ma guardate come le dico bene!”. Eppure è proprio lì che si gioca tutto. Le parole devono avere una forma… quella giusta per essere incastrate nel puzzle della memoria della gente che le ascolta! Se non le mettiamo nel verso giusto nessuno le conserverà. E’ così che funziona ed è proprio per questo che si ha così paura di sbagliare. Noi vogliamo comunicare, ma non sempre ci si riesce… è la nostra angoscia.

Il rimedio ce lo dà la musica (degli altri). La usiamo per esprimere le nostre idee, convinzioni, sentimenti…
Potrei dire che ci sono parecchi cantautori, gruppi o semplicemente musicisti che hanno saputo cogliere degli attimi della mia vita e impressionato per l’esattezza con cui li descrivevano. Ma non ha senso riportarli o citarli perché sebbene mi abbiano messo le parole in bocca, solo io conosco il significato che hanno per me.
Tutti sanno ciò che le parole dicono, ma non ciò che significano!
Ci sono i diritti d’autore sulle parole degli altri… ma sul loro significato non pagheremo mai una tassa, perché solo noi ne conosciamo il valore.