Charlie Haden

Anche il contrabbasso, soprattutto grazie alla magistrale lezione di Charles Mingus, ebbe nuovo impulso, soprattutto grazie al contributo del contrabbassista Charlie Haden, anche lui partito da Coleman e poi bandleader, a capo in certi periodi di un ampio gruppo di eccezionale intensità, una sorta di orchestra di solisti, un collettivo di forti personalità chiamato Liberation Music Orchestra. Con questo gruppo Haden ha inciso alcuni brani ispirati alla musica politica ispanoamericana che rimangono tra le migliori elaborazioni del rapporto tra musica e impegno politico. Haden è stata una delle figure centrali della «new thing», al fianco di Coleman e di Keith Jarrett, come leader della Liberation Music Orchestra e per le sue collaborazioni Ecm con Garbarek o Metheny, e ancora oggi è un solista ricercato e intenso.
Anche l’orchestra fu, dunque, un terreno fertile in quegli anni. E furono diverse, anche in questo caso, le direzioni da seguire. Il problema era quello di coniugare le nuove forme, per definizione refrattarie a strutture troppo rigide, con la disciplina e la scarsa flessibilità tipiche, almeno in apparenza, delle formazioni orchestrali. Una sfida alla quale non mancarono risposte di grande interesse.

Joan Shelley – Real Warmth (2025)

Recensioni 2025

Joan Shelley pubblica album da quindici anni, eppure riesce sempre a far sì che ogni album sembri un nuovo, facile abbraccio. “Voglio l’inno che sa di primo amore / Voglio il ritornello che scalda come il fuoco / Voglio la melodia che si gonfia come una luna piena / Che conosce il tuo desiderio più profondo”, canta a metà del suo decimo LP, Real Warmth, un album disinvolto e infinitamente canticchiabile.
Cantando con una convinzione silenziosa e ardente, Shelley scrive spesso attraverso una lente fantastica, ma il linguaggio che raccolgono è musicale, colloquiale, amante della natura e totalmente umano… E ogni volta sembra un po’ più caldo, un po’ più simile alla prima.

Ascolta il disco

Inverno

Scende l’inverno, con passo di neve,
e il mondo si fa quiete e silenzioso,
ogni ramo si curva, mesto e lieve,
sotto un cielo d’argento, nebuloso.

Il vento racconta storie dimenticate,
tra i fumi lenti di case addormentate,
e il tempo, come ghiaccio, si rallenta
nel cuore delle ore senza fretta.

Nel bianco si nasconde un mistero:
la vita che riposa sotto il gelo,
il seme che nel buio aspetta intero
la promessa del sole e del suo cielo.

100 Brani Jazz #9

Nona selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Georgia on My Mind di Ray Charles, Joy Spring di Clifford Brown & Max Roach, One O’Clock Jump di Count Basie, Potato Head Blues di Louis Armstrong, Bumpin’ (On Sunset) di Wes Montgomery, Feeling Good di Nina Simone, Misty di Errol Garner, Moody’s Mood For Love di James Moody, Stardust di Louis Armstrong, Yardbird Suite di Charlie Parker.

Ascolta su Radioscalo

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #15

15 – I cantautori di fine anni ’60

Tra le tante rivoluzioni musicali messe in atto da Bob Dylan (e più in generale dal movimento del Greenwich Village) durante gli anni ’60 c’è la creazione di uno stile cantautoriale in cui musica e testi acquistano pari dignità: non-genere che si diffonde a macchia d’olio, rendendo necessaria una rapida escursione in giro per la mappa Americana (e Inglese) di fine decennio alla ricerca dei suoi eredi.
Punto di partenza non può che essere proprio il Greenwich Village: lì si esibiva Laura Nyro, personificazione del melting-pot cittadino con un incredibile ibrido tra soul, jazz e folk cui fanno eco liriche evocative ed intense: grazie a dischi impeccabili come “New York Tendaberry” (1969) e “Gonna Take a Miracle” (1971) sarà influenza imprescindibile per cantautrici di fine anni ’70 come Joan Armatrading e Rickie Lee Jones.
Sempre nel Greenwich si muove l’Arlo Guthrie di “Alice’s Restaurant” (1967), con uno storytelling surreale che brilla sia nella chilometrica title-track sia nella celebre “Motorcycle song” e David Peel, che prosegue in “American Revolution” (1970) sulla falsariga dei Fugs, tra cori stonati e testi affilati e sarcastici.
Texani sono invece Townes Van Zandt e Mickey Newbury, autori animati da una vena intimista e commovente che vive attraverso forti ascendenze country in dischi come, rispettivamente, “Our Mother the Mountain” e “It Looks Like Rain”, entrambi del 1969.
Molti degli autori più importanti dell’epoca risiedono comunque al di fuori dei confini degli Stati uniti, in particolare Canada ed Inghilterra.
Canadesi sono Leonard Cohen, Joni Mitchell e Gordon Lightfoot: il primo, già noto come scrittore e poeta, esordisce musicalmente nel 1968 con “Songs of Leonard Cohen”, sostituendo il tono declamatorio di tanto folk con un suono intimo ed un cantato rilassato, spesso sussurrato, che sarà ripreso da innumerevoli gruppi che su quel suono quieto ed immobile fonderanno il proprio dna musicale, primi fra tutti gli esponenti del cosiddetto slowcore e del dream pop americano.
Non meno importante si rivela Joni Mitchell, che porta il folk al di fuori dei suoi confini, integrandolo e contaminandolo col jazz: lo strumento che risalta su tutti nei suoi dischi è proprio la voce, specie in dischi come “Blue” (1971) e “Court and Spark” (1974): la sua influenza si rivelerà enorme su tutte le cantautrici dei decenni a seguire e può essere avvertita ancora adesso nei dischi di autrici come Norah Jones e Polly Paulusma.
Più classico nel suono e nelle influenze Gordon Lightfoot, esordiente a 27 anni su “Lightfoot!” con un folk virato country e spesso vicino al soft rock: troverà il successo qualche anno dopo con “Sit Down Young Stranger” (1970), album reso famoso dal successo di “If you Could Read my Mind”, e che propone tra l’altro la prima cover di quella “Me and Bobby Mc Gee” che sarà resa famosa di lì a poco da Janis Joplin .
Dall’altra parte dell’Atlantico provenivano invece John Martyn e Cat Stevens.
Il primo, impegnato ad espandere il registro del folk integrandolo con blues, rock, jazz, musica mediorientale, sudamericana e giamaicana raggiunge il capolavoro con “Solid Air” (1973), disco spesso associato alla contemporanea scena progressive, una delle massime espressioni del suo melting-pot musicale.
Più tradizionale la figura di Cat Stevens: filosofico e misticheggiante, è autore di un folk pop di presa immediata che fa dei suoi dischi, in particolare “Tea for the Tillerman” (1970), piccoli gioielli del genere come la celebre parabola di “Father and Son” e la sconsolata “Wild World” stanno brillantemente a testimoniare. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Carl De Keyzer

Nato in Belgio nel 1958, Carl De Keyzer è uno dei più interessanti e originali fotografi affermatisi negli ultimi anni Ottanta.
Comincia la sua carriera come fotografo freelance nel 1982 mentre già insegna all’Accademia Reale di Belle Arti di Ghent (1982 – 89). Nello stesso periodo, il suo interesse per la fotografia lo porta a creare e a dirigere insieme ad altri la Galleria XYZ-Photography.
Nel 1990 entra a Magnum Photos come nominee e ne diventa membro effettivo nel 1994. Dal 1995 insegna all’Istituto Superiore di Arte di Anversa.
Predilige i progetti di ampio respiro che compone in una serie di foto collegate una all’altra. Come un esploratore del diciannovesimo secolo, munito però di un’attrezzatura più moderna, costruisce un insieme articolato di scene e immagini spesso legate ai testi estratti dai suoi stessi diari di viaggio.
La sua peculiarità è riuscire a cogliere quei meccanismi del vivere comune o quei luoghi simbolo del nostro tempo: l’India, la fine del “sistema” sovietico, la vita all’interno di una prigione siberiana dopo la caduta dell’URSS, l’Europa contemporanea e, più recentemen-te, le dinamiche di potere e politica nel mondo contemporaneo, viste in una serie di “Tableaux” in cui la dimensione gigante sottolinea il valore di affresco simbolico.
De Keyzer ha esposto in diverse mostre in musei e gallerie europee e americane. Per il suo lavoro ha ricevuto una serie di importanti riconoscimenti tra cui il premio per il miglior libro al Festival di Arles, il Premio W. Eugene Smith Award (1990) e il premio Kodak (1992).
Ha pubblicato vari libri, tra cui Oogspanning (1984); India (1987); Homo Sovieticus (1989); USSR-1989-CCCP (1989); God, Inc. (1991); East of Eden (1996); Tableaux d’Histoire (1997); Europa (2000); Zona (2003).

Il SitoMagnum PhotosInternational Center of Photography

OpenNotas

Applicazione gratuita per registrare appunti personali

Prendere appunti in modo comodo e semplice è di grande importanza per mantenere l’ordine e la produttività. Poco importa che sia per lavoro, studio o attività quotidiane, avere un’applicazione facile da usare può essere di grande aiuto. Un’ottima soluzione è OpenNotas. Questa applicazione gratuita, veloce e sicura offre tutto ciò di cui si può aver bisogno per gestire le proprie note in modo pratico.
OpenNotas è un’applicazione open source per prendere appunti personali in modo semplice e sicuro. La sua funzionalità multipiattaforma consente di utilizzarla su qualsiasi dispositivo, sia esso un computer, uno smartphone o un tablet. Inoltre, trattandosi di una PWA (Progressive Web Application), è possibile installarla e utilizzarla senza dover dipendere da una connessione Internet costante.

Charles Earland

Charles Earland soprannominato: “The Mighty Burner”, per la sua intensità sul palco è nato il 24 maggio del 1941 a Philadelphia in Pennsylvania ed è morto l’11 dicembre del 1999 a Kansas City nel Missouri. E’ stato un brillante organista jazz e soul-jazz, noto per il suo stile energico, groove potente e l’uso espressivo dell’organo Hammond B-3. È stato uno degli eredi più creativi della tradizione di Jimmy Smith, che ha saputo portare nel soul e nel funk degli anni ’70.
Inizia come sassofonista contralto, poi passa al tenore suonando con Jimmy McGriff e Grover Washington Jr. Passa all’organo alla fine degli anni ’50, e già nei ’60 si fa notare per uno stile pieno di soul, gospel e groove afroamericano. L’organo esplosivo che passa dallo swing profondo alle sonorità spesso funk. unisce jazz tradizionale, soul, funk, blues, gospel e a tratti psichedelia. Charles Earland fu dorato dal pubblico per la carica fisica delle sue performance dal vivo e resta uno dei più potenti e versatili organisti della storia del jazz moderno, amato tanto dal pubblico quanto dai musicisti.
“Black Talk” – un brano perfetto per capire cosa lo rendeva “The Mighty Burner”.

Yo La Tengo — Murder In The Second Degree (2016)

Nel 2006 usciva una compilation di cover intitolata Yo La Tengo Is Murdering the Classics, in cui la band di Hoboken aveva raccolto una serie di cover suonate dal vivo durante un evento di raccolta fondi per la stazione radio indipendente WFMU. In quell’occasione le canzoni erano a richiesta: gli ascoltatori ne chiedevano una via telefono e la band si cimentava nel suonarla a memoria, con risultati alterni.

Ora, dieci anni più tardi, viene alla luce un secondo lavoro intitolato, appunto, Murder in the Second Degree, una nuova raccolta di cover improvvisate. Oltre alla pregevole copertina, di nuovo opera — veramente dark — di Adrian Tomine, il disco non è da meno. I brani “coverizzati” hanno la pregevole peculiarità di essere tutti “marchiati” Yo La Tengo, un suono, un marchio, una garanzia.