Davide Van De Sfroos — Pica! (2008)

Davide Bernasconi in arte “Van De Sfroos” classe 1965, inizia una decina d’anni fa, la sua carriera da solista, realizzando il cd “Breva & Tivan”, disco d’oro, con cui vince la Targa Tenco come “miglior autore emergente”, e quasi contemporaneamente viene pubblicato il mini-cd, “Per una poma”. Nel 2001 pubblica “…E Semm partii”, che gli vale il secondo disco d’oro e la Targa Tenco come “miglior album in dialetto”. Nel gennaio del 2003, esce “Laiv”, come preannuncia la “storpiatura inglese”, un album che diventerà disco d’oro, quasi interamente registrato dal vivo. Infine l’ultimo album d’inediti “Akuaduulza”, 14 brani di storie, leggende, tradizioni di “acqua dolce”.

Dopo tre anni di attesa è uscito ora; “Pica!” (che in dialetto laghèe significa “picchia”), esclamazione che accompagnava il lavoro dei minatori di Frontale (frazione di Sondalo, comune dell’Alta Valtellina). Il disco è composto da quindici canzoni, di cui dodici cantate in dialetto e le restanti in italiano con ritornello sempre in dialetto. Questa è una delle caratteristiche principali che marcano questo sensibile musicista. La sua vocalità e il modo di fare musica crea una sonorità unica e profonda, il dialetto poi, che è una lingua a sé, ha una musicalità molto forte e una adattabilità a quella inglese, superiore a quella italiana. Davide suona una musica popolare, vera, sentita. Le canzoni sono legate alla realtà della vita quotidiana, parlano dei problemi che ogni giorno coinvolgono la gente comune. Ma se è il dialetto la principale peculiarità di Van De Sfroos, nelle sue ballate stralunate l’humour non è da meno, ed è infatti facilmente intuibile nell’ascolto del disco.

Davide Van De Sfroos con “Pica!” incide il suo disco più bello. Le sue liriche mischiate al rock, al country, al bluegrass, creano un tappeto sonoro di gran suggestione, un album intenso e coinvolgente, con una serie di canzoni di grande spessore. Vivamente consigliato.

Blog & Bloggers

Premessa

Molti sono i ricordi e molti sono stati i bei momenti ma per fortuna non mi creano tristezze o rimpianti.
Credo nella legge di “causa/effetto” e quindi mi sento e sono responsabile di questo presente perché io stesso in parte l’ho creato.

Il web

Abito il web fin dalla sua nascita ma ho aperto il mio primo blog, inteso come “diario personale”, nel 2006. Prima li frequentavo soltanto.

La piattaforma Splinder, nata nel 2001, è stata una delle prime che ho seguito e, aggiungo, senza paura di smentita anche quella più vera. Più vera perché su Splinder si condividevano quasi esclusivamente i pensieri personali, una comunità fatta da individui che amavano esprimersi scrivendo di se stessi e di quello che gli accadeva attorno. Un vero e proprio diario personale digitale condiviso.

Sul web però tutto corre veloce e se non c’è riscontro in termini numerici e di conseguenza monetari si è destinati a scomparire, questo succede anche con le aziende nella vita reale.

La nascita delle due piattaforme Blogger (poi Blogspot) e WordPress, nella seconda metà degli anni duemila, misero in crisi Splinder, dettando la sua definitiva chiusura dieci anni dopo, nel 2011.

Blogspot

Per facilità d’uso scelsi la piattaforma di Google, era più immediata, semplice e, a quanto si diceva, meno snob di WordPress. Aleggiava il pensiero che sulla seconda ci fossero solo scrittori affermati e gente preparata nello scrivere, in blogspot invece, c’erano persone più comuni, semplici, senza smanie letterarie.

Ammetto che dopo pochi mesi che avevo aperto il blog, instaurai dei bellissimi rapporti con questa comunità. Ogni qualvolta qualcuno della cerchia pubblicava un post, veniva commentato da tutti gli altri, instaurando così una confidenza che, se pur virtuale, era sincera.

Questa confidenza amichevole virtuale proprio perché sincera, un po’ alla volta si tramutò anche in reale, ed è questo il ricordo più bello di quei tempi. Si fece in modo di incontrarsi “dal vivo” e fu emozionante, anche una volta a cena a casa mia fu molto divertente.

Grazie ai blog quindi, alcune amicizie virtuali diventarono reali, cosa pretendere di più?

I Social

Sempre nella seconda metà degli anni duemila nacquero però anche i social network, Twitter e Facebook in primis ma non solo, Meemi il social italiano fece la sua comparsa.

(Su quest’ultimo farò un post a parte, visto che è stato molto importante nella mia vita “social”)

L’evento dei social misero in crisi i neonati blog o almeno una grossa fetta di loro.

Nei social, molto più effimeri e semplici da usare anche per gli “analfabeti digitali”, si potevano condividere anche le “cazzate” mentre un blog richiede comunque un impegno più profondo, nella cura, nell’esprimersi e nella condivisione.

Nelle seconda metà degli anni duemiladieci lentamente e inesorabilmente, molti blog chiusero le pubblicazioni e portò gli stessi amministratori per la maggior parte nei social.

Va sottolineato, sia chiaro, che la crisi del blog in favore del social non è stato totale, molti controcorrente, per libera e fondata scelta, hanno continuato la pubblicazione nel blog, alcuni condividendoli nei social e altri ignorandoli proprio.

Vent’anni dopo

Dopo un ventennio dalla nascita dei blog, la sua crisi in favore dei social, aleggia nell’aria una sofferenza in quest’ultimi.

Le fake news, l’arroganza, la mancanza di sincera condivisione e soprattutto l’intimità assente nel social, sta dando forza al blog. Un ritorno ad una condivisione più umana, confidenziale, meno appariscente, lontana dai riflettori, alimenta questo desiderio di ritorno.

Parallelo

Il parallelo con il “Vinile/CD” mi viene spontaneo.

Quando nacquero i CD negli anni ottanta, misero in seria crisi i vinili, fino alla scelta di non produrli da parte delle case discografiche e diventando quasi esclusivamente supporti per soli collezionisti.

Uno zoccolo duro di appassionati, come per il blog, rimase vivo, finché un ventennio dopo lentamente le case ripresero la loro pubblicazione, riprese la produzione dei supporti fonografici e pian piano il vinile si ritaglio la fetta di mercato sempre più grande arrivando negli anni duemila a superare (in america) quella del CD.

E chi l’avrebbe mai detto?

Futuro

Non sono un grande esperto e nemmeno un indovino ma da frequentatore dell’universo web qualche presentimento ce l’ho. Probabilmente questa mia sensazione è più che altro un augurio, è frutto di un reale desiderio di ritorno a una dimensione più umana, fatta di strette di mano, pacche sulla spalla, suggerimenti fraterni e condivisioni delle nostre passioni.

Vi pare poco?

Non scommetto sul futuro, a onor del vero, mi interessa anche poco. Per quanto mi riguarda sono tornato qui su WordPress in maniera assidua e continua per i motivi sopra descritti, da due anni, e come me altri, alcuni anche blogger storici.

Se questa mia sensazione avrà riscontro ne sarò MOLTO felice, se non l’avrà sarò felice lo stesso.

Ad Maiora

Spring #1/4

Il ripetersi delle stagioni, il ripetersi della natura, il ripetersi della fioritura.
Ogni anno quasi sempre puntualmente, quest’anno leggermente in ritardo a causa della mancanza d’acqua, si ripete la fioritura fantastica degli alberi da frutto e non solo. Una rinascita floreale che si rinnova e che rinnova i nostri pensieri.
Se solo ci fermassimo ad osservare la bellezza di queste visioni capiremmo di quanto sia bella la natura e di conseguenza la vita ma purtroppo così non è.

The Smiths — The Queen is Dead (1986)

Esiste una teoria secondo cui gli anni Ottanta britannici hanno prodotto solo due nomi da salvare: Smiths e Japan. Gruppi presuntuosi quanto si vuole ma almeno capaci di musica vera. Eppure all’epoca soprattutto gli Smiths lasciavano qualche dubbio. Sono bravi, bravissimi nei pochi minuti di un 45 giri — si diceva di loro — meno quando si tratta di reggere i tre quarti d’ora di un album, niente vero per quel che mi riguarda.

Sì, in “The Smiths” e in “Meat is murder” ci sono dei vistosi cali di tensione ma, in “The Queen is Dead” no, è perfetto dall’inizio alla fine come non era accaduto prima e non sarebbe accaduto poi.

“The Queen is Dead” è stato il punto più alto della carriera degli Smiths e può essere considerato il ritratto dell’Inghilterra del ‘900 secondo Morrissey che, al di là del suo ostentato egocentrismo è riuscito a regalarci canzoni uniche, immediate e nello stesso tempo con una presa lirica inimitabile.

Gli elementi dei testi sono: l’amore, la morte e soprattutto un grande senso dell’umor. Le parole sono sottili e genialmente ambigue. Morrissey fruga nella letteratura (Oscar Wilde) e nella cinematografia (le loro copertine hanno sempre riferimenti cinematografici) ma riesce ad imprimere sempre il suo marcato senso autoironico. Ma, bisogna ricordare che, le parole di Morrissey non sarebbero così efficaci senza le melodie perfette del chitarrista Johnny Marr, che all’epoca seppe far canticchiare chissà quanti loro fans.

Queste due anime del gruppo, hanno creato un marchio di fabbrica inimitabile, quella di Morrissey, decadente, tormentata e sentimentale, sempre in bilico tra genialità e auto-flagellazione, tra sguardo crudo sul mondo e sfrenato intimismo, e quella del chitarrista Johnny Marr, tutta fatta di strepitose intuizioni musicali.

Fu un “matrimonio” perfetto che raggiunse l’apice proprio i quegli anni Ottanta, senza essere superati nel futuro da nessuno, nemmeno dalle loro singole prove.

Io e la musica

I primi anni

La mia passione per la musica inizia verso i sette, otto anni.
I miei coetanei stavano fuori in strada a giocare e io in casa vicino alla radio ad ascoltare “Un disco per l’estate“. Mi piacevano le canzonette e avevo facilità nell’impararle a memoria.
Siamo nella seconda metà degli anni sessanta, i Beatles imperversano e la musica rock dopo la sua nascita negli anni cinquanta mette definitivamente le sue radici sfornando una serie di capolavori che rimarranno per sempre nella storia musicale mondiale.

Il boom economico a cavallo degli anni sessanta mise, tra l’altro, in cantiere, una miriade di nuove nascite che riempirono tutte le ‘classi scolastiche’ già dal 1970. I doppi turni furono all’ordine del giorno ed io, ne fui partecipe fin dalla prima media con il turno pomeridiano. Non era positivo andare a scuola alle 13:30, limitava notevolmente la crescita ludica e amichevole visto che la mattina non era particolarmente indicata alla socializzazione. Nel mio caso però, amante della musica, un lato positivo ce l’aveva: la radio, rai tre e non solo.

La giornata iniziava alle nove, orario di alzata dal letto, alle 9:30 musica leggera con Luciano Minghetti su radio Capodistria e alle 10 musica classica su radio rai tre.
La musica classica ebbe una enorme importanza nella mia formazione o meglio esperienza di ascolto sonoro. Mentre facevo i compiti era un’ottima compagnia, non invadeva i pensieri e allo stesso tempo suggestionava la mente.
Se pochi anni prima avevo una grande facilità ad imparare i testi delle canzonette leggere, con la musica classica la facilità era memorizzare la vita dei compositori. Leggevo la vita e le opere dei grandi musicisti nell’enciclopedia “Capire“. Ero affascinato dalla loro vita, tanto da incamerare nella mia memoria tutte le date, le opere e le vicissitudini dei vari Mozart, Bach, Beethoven ecc. ecc. Va da se che i due professori di musica che si sono avvicendati alle medie, mi portarono in palmo di mano. Era strano per loro, avere uno scolaro che amasse così tanto la musica classica da conoscere molto bene: vita, morte e miracoli dei più grandi musicisti classici di tutti i tempi.

Imagine

Ricordo come fosse ora, la prima volta che fu trasmessa a radio Capodistria da Minghetti “Imagine” di John Lennon. Fu un fulmine a ciel sereno, un avvenimento che stravolse il mio ‘ascolto’ e probabilmente quello di molti altri nel mondo.
Le mie orecchie, nonostante l’età, non erano certo inesperte all’ascolto di canzoni e musica ma quel brano fu ‘rivoluzionario’, era perfetto: voce, pianoforte, melodia, il tutto talmente bene assemblato da rendere quella canzone un gioiello unico e raro nel panorama musicale universale.

Se dalle canzonette leggere italiane passai alla musica classica certamente non leggera, con “Imagine” di Lennon, il mio interesse al suono cambiò ancora o meglio, si affiancò alla classica in un parallelo asincrono anche se non del tutto anormale.

Finirono le scuole medie, i doppi turni e con essi anche l’ascolto della musica classica. Siamo a metà anni settanta, tra i più intensi e profondi periodi della produzione musicale mondiale. Il panorama che mi veniva offerto era talmente interessante e soprattutto attuale che la “classica” mi era diventata stretta e anacronistica. Era più importante vivere il mio tempo, vivere il suono dell’epoca che stavo vivendo. Sicuramente era più costruttivo di qualsiasi altra cosa, vista la mia età. Non bastasse, nascevano programmi come ‘Per voi giovani‘, ‘Supersonic‘ e pochi altri che iniettavano nella nostra quotidianità e senza saperlo nella nostra vita, dosi sonore particolarmente interessanti da formare basi musicali fondamentali.

Sempre radio e non solo

La radio è sempre stata e in parte lo è ancora, l’elemento unico ed essenziale della mia formazione e passione musicale. Compagna fedele fin dalla tenera età, anche nella seconda metà degli anni settanta ha un ruolo fondamentale e determinante nella mia formazione. Programmi come ‘Popoff‘ e ‘Stereonotte‘ tra gli altri, mi fecero conoscere musicisti internazionali, soprattutto americani, di grande valore.
La radio quindi, è sempre stata la struttura che ha accompagnato la mia esistenza.
Oltre alla radio però, i primi anni settanta vedono la luce i primi giradischi stereo alla portata di tutti.

Non restavo più nella pelle nell’attesa del primo acquisto veramente importante della mia vita: lo stereo del Reader’s Digest, pagato a rate non so per quanti anni. Sono in prima superiore, nel gennaio 1974 e ho da pochi giorni compiuto quindici anni. Questo giradischi mi accompagnerà per i cinque anni delle superiori. I soldi per comprare i dischi non ne avevo molti ma grazie ad una occupazione lavorativa pomeridiana, riuscivo a permettermi diversi acquisti, alcuni fatti anche i negozi non proprio vicini come il Nannucci di Bologna, dove si potevano trovare dischi di importazione, difficili da trovare.

Le riviste

Se la radio ebbe un’importanza magistrale, notevole valore lo ebbero anche le riviste. La prima in assoluto fu Ciao 2001, che comprai per diversi anni, un settimanale informativo di musica rock che strizzava l’occhio ai personaggi più in voga del momento. Fu comunque molto importante perché diede visibilità anche a musicisti italiani che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. La prima rivista veramente importante per la mia formazione fu il mensile Muzak. Il primo numero uscì nell’ottobre del 1973 e fu per me una vera rivelazione. Su Muzak cominciai a scoprire (anche) il Jazz, genere musicale che come la Classica non apparteneva propriamente al presente ma aveva un valore sociale e politico assai più importante. Fu grazie a Muzak che cominciai ad ascoltare Coltrane, Davis e tanti altri “mostri” che fecero la storia della musica Jazz. Muzak dopo pochi anni chiuse per riaprire poco dopo con lo stesso nome ma con uno sguardo più rivolto al sociale che alla musica. Anche questa sua seconda rinascita fu molto importante per la mia formazione ‘sociale-politica’ ma la musica fu messa in secondo piano. Probabilmente anche per questo nacque Gong, un altro interessante mensile diretto da quel genio di Riccardo Bertoncelli. Anche questa rivista però non ebbe vita facile e dopo pochi numeri chiuse i battenti definitivamente.
Sempre in questi anni vengono alla luce altre nuove riviste, un rifluire quasi inaspettato di mensili musicali: Il Mucchio Selvaggio nel ’77, Rocherilla nel ’78, L’Ultimo Buscadero nel ’81 e successivamente Velvet nel ’88, tra quelli che ricordo, entrarono nelle case di tutti gli appassionati di musica.

Pausa

Riepilogando. Dopo le canzonette leggere da hit parade, disco per l’estate ed esperienze simili, avute tra gli otto e i dodici anni, dopo la prima adolescenza con la musica “Classica” e un primo approccio al “Rock” avvenuto tra gli undici e i quattordici anni, dopo un’intensa vita sonora con radio, riviste, dischi e cassette, con rock e jazz che mi hanno accompagnato tra i quattordici e i diciannove anni, entrai in una pausa molto pesante.
Dopo la maturità ho cominciato subito a lavorare in una cooperativa con turni e orari fuori dalla norma, che non lasciarono spazio a nessuna passione e quindi anche alla musica. Siamo nel ’78 il Punk era appena nato e cominciava ad espandersi a macchia d’olio.
Non vissi quel momento, che nella storia della musica ebbe un effetto rivoluzionario e per certi aspetti devastante. Fino al 1981, quando cambiai lavoro, fui allo scuro delle novità musicali. Una pausa involontaria, dovuta a causa di forza maggiore.
Un po’ alla volta dal 1982, ripresi in mano la situazione cercando di recuperare il tempo e la musica perduta. Non mi fu difficile, tutto il materiale era recuperabile, le riviste e la radio, ancora una volta, furono indispensabili.

Ripresa

Due elementi sono stati davvero importanti per la mia ripresa sonora: il mensile “Ultimo Buscadero” e la trasmissione radiofonica della rai “Stereonotte“.
Se l’informazione musicale cartacea abbondava non lo era quella via etere. Stereonotte infatti era l’unico, almeno a livello nazionale, programma cult radiofonico. Iniziava dopo mezzanotte per proseguire fino alle sei di mattina. Visto l’orario, la trasmissione aveva uno zoccolo duro di ascoltatori, certamente attenti a appassionati musicali.
Siamo nel 1982, il punk nato pochi anni prima in Inghilterra e soprattutto il post-punk si stava affermando anche qui in Italia e Stereonotte quindi, aveva molto materiale da mettere al fuoco. Certo l’orario infausto soprattutto per chi lavorava di giorno, non permetteva un completo ascolto, ma parziale, almeno nelle prime ore della notte.
Passano gli anni, passano gli anni ottanta, per tanti bistrattati e per molti, come il sottoscritto, molto importanti. La seconda metà infatti, sforna una serie di dischi che rimarranno impressi, importanti e profondi nella mia memoria. Morrison, Hiatt, Smiths, Chapman, Talking Heads, Waits, Cave, Gabriel, REM, e tanti altri, incidono dischi che rimarranno immortali.

I novanta

Questa decade, raggiunti i trent’anni, con un nuovo lavoro e una famiglia da poco creata, non attenua la mia passione musicale anzi la rafforza. Dopo oltre trent’anni di ascolto attento, la maturità e l’esperienza sonora, affina ancora di più il mio “orecchio” critico. Ascolto molti dischi, moltissimi, e questo mi aiuta a discernere. Certo non ci sono particolari innovazioni, il più è già stato fatto e dopo la tabula rasa della rivoluzione punk, non c’è molto altro da dire. Questa è l’opinione pubblica e in parte mi trova d’accordo.

Musica e internet

Gli anni duemila portano la rivoluzione internet e con essa anche l’ascolto musicale cambia. La fruizione sonora dopo gli anni novanta che ha visto il decadimento degli LP in favore dei CD, muove i primi passi con lo streaming. Tra i primi servizi c’è Last.fm, fondato nel 2002, a cui seguiranno moltissimi altri. Il CD vende ancora, il supporto fisico mantiene ancora il suo fascino ma un po’ alla volta negli anni a venire perderà la supremazia.
Gli anni duemila vedono la nascita anche dei blog, spazi personali di condivisione. Ed è un bellissimo periodo. La possibilità di scambiarsi idee, opinioni in ogni campo compresa la musica, ha del rivoluzionario come mai prima. Anche i non addetti ai lavori, hanno la possibilità di esprimere il proprio pensiero su un dato argomento e in questo caso, personalmente, su i dischi in ascolto.
Dal 2006 comincio a scrivere le mie impressioni su dischi vecchi e nuovi. Recensire è un termine serio che non mi sento di appropriarmi, lo lascio volentieri a giornalisti-critici delle testate nazionali.
“Attento ascoltatore ai suoni del mondo” è il termine che più mi si addice.

Ora

Gli anni duemiladieci sono proseguiti sulla scia della decade precedente, molte uscite, poche vere innovazioni. Dopo settant’anni di nuova musica dove per “nuova” intendo il rock nato nei primi anni ’50, è assai difficile creare qualcosa di nuovo… ma non è un problema!
Il bello della musica, dei dischi, delle canzoni è che non hanno tempo. Ascoltare un brano degli anni sessanta o duemilaventi, da’ sempre un’emozione. Molto probabilmente nel primo caso sarà legato anche un ricordo e questo rafforza l’ascolto, mentre nel secondo si cercherà la vibrazione che stimola l’apparato uditivo e di conseguenza la mente, in ogni caso, la musica è vibrazione ed emozione, e poco conta se recente o degli anni passati.
Non mi prolungo in teorie o sequele musicali, questa in sintesi è stata e continua ad essere la mia storia legata alla passione per la musica, iniziata con la fanciullezza e proseguita per ogni fase della vita. Ogni periodo è legato a ricordi sulla famiglia, sul lavoro, sugli amici, sulla scuola, e ogni periodo è legato a un qualcosa di musicale, che sia un disco o un brano, la mia vita è collegata a doppio filo con del suono, dei testi, delle canzoni.

Arte

L’arte è il significato e la creazione, nascoste dietro una bellezza e comprende ogni attività umana portata a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Pertanto l’arte è un linguaggio, ossia la capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione.Nel suo significato più sublime l’arte è l’espressione estetica dell’interiorità e dell’animo umano. Rispecchia le opinioni, i sentimenti e i pensieri dell’artista nell’ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico. (Wikipedia)

Si può amare ogni forma di arte: Pittura, Scultura, Architettura, Letteratura, Danza, Teatro, Cinema ecc. ecc. io ho sempre amato e continuo ad amare la Musica, colonna portante del mio esistere.

Primavera al tramonto

La stagione si sta aprendo, le giornate lentamente si stanno allungando e la luce del sole offre spettacoli naturali molto suggestivi. E, anche due semplici angoli di terra vicino a casa mia, danno una bella emozione, una sensazione di benessere che molte volte le parole non sanno esprimere.

Appunti Corti #133

Le parole si trovano a fatica in quest’ora del mondo così oscura.
Tuttavia, mentre follia e insipienza governano l’umanità, il regno naturale cammina piano, ma inesorabile, verso il risveglio.
Qui, in questo angolino di mondo, le gemme si ingrossano e il ciliegio partorisce i primi fiori divini.
C’è molta sete, sete di pioggia, sete di uomini e donne diversi. C’è fame di vita, di vita rinnovata, semplice, vera e libera. C’è tanto bisogno di coscienza, di etica e di serenità.

The Chieftains

Non sempre è possibile individuare con precisione il momento in cui un artista, o un gruppo di artisti, valica la linea d’ombra tra l’elité e il mito. Per i Chieftains, uno dei pochi ensemble musicali diventati il simbolo di una nazione, questo coincide con l’uscita e il successo di Barry Lyndon, il capolavoro con cui Kubrick prende atto dell’impossibilità dell’uomo di progredire. Nel 1975 il film al botteghino non fu un successo ma la colonna sonora agì da detonatore sullo spirito di un tempo in cui la musica popolare stava diventando rifugio sicuro per i tanti delusi da un rock che iniziava a dare i segni di una decadenza da Babilonia. Grazie ai Chieftains, il grande pubblico scoprì lo straordinario patrimonio musicale irlandese – qualcosa di molto simile a quello che ha fatto di Tolkien l’alfiere della riscoperta di miti e fiabe celtiche.

Negli anni ’50 l’Irlanda era percorsa dalla febbre per il rock’n’roll e farsi vedere in giro con un violino significava sembrare un gay agli occhi di tutti” racconta Sean Keane, il violista entrato nella band insieme a Peadar Mercier (bodhran) e Derek Bell (arpa celtica) in occasione della registrazione del quarto album, aggiungendosi così al nucleo originario formato alla fine degli anni ’50, oltre che da Moloney, da Sean Potts (tin whistle), Martin Tubridy (flauto, concertina) e Martin Fay (fiddle).

Per ricordare le difficoltà dell’inizio c’è un aneddoto che vale la pena di ricordare: nonostante la crescente popolarità di cui erano circondati, grazie soprattutto ai loro entusiasmanti concerti, ci sono voluti più di dieci anni prima che ciascun componente della band decidesse di lavorare nei Chieftains a tempo pieno, vincendo così la paura di “costringere le proprie famiglie a un futuro incerto”. Moloney, tanto per fare un esempio, per anni è andato in tournée prendendosi le ferie dal suo lavoro di dirigente d’azienda.

Oggi quella dei Chieftains, il cui organico ha subito diversi mutamenti, è la storia di un successo crescente, testimoniato dalla presenza in cartellone dei festival e di eventi più importanti della sfera musicale. Moloney & C. sono ormai identificati con la musica irlandese tradizionale. E, nonostante la disinvoltura con cui affrontano i repertori più disparati, non si sono mai allontanati dalla strada maestra delle proprie radici: è piuttosto il loro approccio al repertorio, quella speciale attitudine – patrimonio esclusivo dei grandissimi – che consente a un artista di svelare al pubblico più vasto tutti i segreti di un repertorio musicale considerato per pochi. Come Miles Davis con il jazz, “I Chieftains sono i Grateful Dead della musica tradizionale” ha detto Larry Kirwan, cantante dei Black 47, gruppo rock irlandese di stanza a New York.

Il successo dei Chieftains è l’ennesima conferma di quanto sterili possano essere le classificazioni troppo rigide: non a caso ormai nella bacheca sono allineati vari Grammy ottenuti in diverse categorie. Con il passare del tempo il gruppo sembra aver assunto un ruolo da testimonial non solo della cultura irlandese ma, più in generale, della musica popolare e della sua volontà di aprirsi al mercato.

Quanto al lavoro sulle possibili contaminazioni tra il proprio passato e la modernità, i Chieftains hanno raggiunto il massimo della creatività con “Irish Heartbeat” l’album capolavoro inciso con Van Morrison, ombroso quanto geniale patriarca musicale dell’Irlanda del blues, del jazz, del rhythm’n’blues e della sofferta spiritualità.

Margherite

L’importanza che le margherite (Leucanthemum vulgare) hanno avuto nella nostra cultura è così importante da richiamare un’infinità di immagini. Margherite e ti vengono alla mente i verdi prati su cui correvi durante l’infanzia. Margherite e pensi a una delle tante leggende o uno dei tanti libri che le descrive metaforicamente. Margherite e il classico sogno del m’ama e non m’ama. 

La bellezza e la freschezza di questi fiori delicati, unite a tutti i ricordi che li collocano nella nostra mente, rendono le margherite uno dei fiori più piacevoli da vedere. Svegliarsi al mattino e vederle in giardino o sul davanzale è una grande gioia.