Io e le foto #3/6

Una cosa che non riesco a scollarmi, provocando simpatiche ilarità, è che ancora adesso non riesco a “pensare” che non ho più una macchina manuale ma un “oggetto” che mi permetterebbe di scattare molte più foto dello scatto singolo. Ancora adesso non riesco a scattare “a caso velocemente” ma devo studiare e inquadrare, come avessi una sola possibilità. Come quando si inseriva il rullino 12/24 o 36 pose e si doveva centellinare ogni scatto per non sprecarlo.
La foto è stata scattata nella primavera scorsa. (continua)

Okkervil River — The Stand Ins (2008)

The Stand Ins, quinto album del gruppo Texano, è la continuazione ideale di “The Stage Names”, disco uscito esattamente un anno fa. E’ come il precedente ne ripercorre più o meno la stessa strada. A cominciare dalla copertina che, non deve prendere in inganno, non appartiene a un gruppo heavymetal, ma ad un gruppo che suona rock, folk, country.

Le canzoni come nel disco precedente (avevano, infatti, preso in considerazione l’ipotesi di un doppio cd), sono dirette e gradevoli, bene arrangiate, ben suonate e mai banali.

“The Stand Ins” è composto da undici brani che regalano alcuni momenti di forte spessore, portandoci su atmosfere a volte fresche, allegre e luminose, a volte tristi e scure, sempre comunque confermate dalla sensibilità e dalla bravura di questi musicisti americani.

Gli Okkervil River con questo disco confermano il fascino per il “classic rock” degli anni ’60 e ’70, i loro brani sono un atto d’amore verso la musica di quegli anni e se qualcuno potrebbe pensare ad una loro “non originalità” musicale, dovrà ricredersi. Ascoltando il disco si percepisce un suono moderno, costruito su ritmi e melodie assolutamente attuali.

Cieli di pianura

I cieli montani sono insuperabili, la limpidezza e la mutazione continua, sono due elementi essenziali che li rendono unici e impareggiabili. Ma non per questo bisogna ignorare quelli della pianura. In certi momenti, prima o dopo fenomeni temporaleschi o cambiamenti meteo primaverili, anche i cieli della pianura ci regalano delle belle visioni.

Hallelujah – Jeff Buckley #6/10

Dati

Jeffrey Scott Buckley (Anaheim, 17 novembre 1966 – Memphis, 29 maggio 1997) è stato un cantautore e chitarrista statunitense.

Hallelujah è un brano di Leonard Cohen datato 1984, resuscitato negli anni ’90, riproposto e reinventato da altri artisti così tante volte fino a diventare un inno laico contemporaneo.

The Atlantic riassume così la storia di “Hallelujah”: “Una delle ballate più belle di sempre a firma di Leonard Cohen; indimenticabile poeta, cantautore, scrittore canadese, dalla voce calda “simile a un rasoio” che ha influenzato generazioni di cantautori“.

L’attenzione sulla canzone viene attirata da una prima cover, quella incisa da John Cale (fondatore dei Velvet Underground con Lou Reed) in un album tributo a Cohen del 1991, lasciata all’essenzialità di pianoforte e voce.

Jeff Buckley la inserisce nel suo album di esordio, Grace, nel 1994.

Il testo del brano contiene numerosi riferimenti biblici ed è stato oggetto di interpretazioni diverse, anche a seguito dei continui cambiamenti nei versi che lo costituiscono e dei molteplici stili adottati nella sua esecuzione dagli artisti che lo hanno cantato nel corso degli anni.

Pensiero

Jeff è figlio di Tim Buckley, songwriter morto giovanissimo di overdose senza arrivare al successo. Dal padre eredita la capacità di spaziare fra i generi e l’istinto per una vocalità libera e a volte anche sperimentale, ma passa i primi anni della sua carriera lavorando per conto-terzi come chitarrista session-man.

Hallelujah (e tutto il disco), sono di una profondità indescrivibile.
Lo strumento “voce” è quello che preferisco in assoluto, tutti i miei cantautori preferiti hanno una voce di prim’ordine e Buckley non sfugge a questa particolarità. Fui colpito infatti al primo ascolto dalla sua voce, lirica, suggestiva, ammaliante, unica.

Se Cohen è solenne o enfatico (vedi anche le versioni live), ma comunque relativamente distaccato, Buckley è straziante nella sua disarmante semplicità, messo a nudo davanti al microfono nell’esporre la sofferenza e il conflitto suggeriti da un testo che – come pochi altri – si presta a interpretazioni diversificate.

Mezz’ora

A volte la vita ci riserva sorprese che neanche minimamente si immagina.

Nel giro di mezz’ora, quello che stavi vivendo, la vita quotidiana con le sue abitudini, i suoi gesti e le sue passioni, cambiano improvvisamente i loro decorso. Arriva una mazzata che cambia il futuro che fino mezz’ora prima sembrava inconfutabile. Un futuro pensato e pianificato con entusiasmo su cose che ti piacciono particolarmente, su cui miravi le energie, per la gioia della mente e del corpo.

In mezz’ora passi dal mondo di *Umanità, al mondo di **Inferno.

Quello che avevi programmato: le vacanze estive, le nuotate al mare e le salite in montagna, gli allenamenti fit con gli amici e con la natura, il taglio della siepe e tutto quello che la quotidianità ti riserva, che ti piace e che soprattutto desideri fare, volano via. Alt, stop!

Il motore umano ti informa (ma non ti avvisa) che ha bisogno di manutenzione e che devi metterti “calmo”, che non devi superare certi limiti, insomma che devi stare tranquillo, usare la marcia lenta, senza accelerare, senza pressare.

Solo dopo qualche giorno da quella fatidica mezz’ora, razionalmente realizzi che sei stato fortunato, si perché quel motore non avvisandoti di aver bisogno di cura, potrebbe ingrippare e molte volte senza possibilità di risoluzione.

E’ la fortuna l’unico senso che puoi dare quando ti arriva una botta improvvisa, quella che ti fa vedere il bicchiere mezzo pieno, quella che ti da la forza e la speranza.

Da oggi, la quotidianità, la vita, prenderà una piega diversa. Bisognerà reinventarsi con cose nuove, situazioni e frequentazioni diverse. E per quelle conosciute che rimarranno ancora attive, usare la marcia lenta.

*Mondo di Umanità (definita anche Tranquillità). È una condizione vitale, che può scivolare con facilità nei mondi più bassi. In genere in questo stato ci comportiamo in modo umano, rimaniamo estremamente vulnerabili alle forti influenze esterne

**Mondo di Inferno. È la condizione di sofferenza (a volte disperazione) in cui abbiamo la percezione di non essere liberi di agire; è caratterizzata dall’impulso di distruggere noi stessi e tutto ciò che ci circonda.

Io e le foto #2/6

Con le macchine fotografiche manuali che indiscutibilmente sono le migliori per scattare belle foto, si ha o meglio si aveva, visto il loro quasi totale abbandono, la possibilità di “gestire” lo scatto prima di eseguirlo. Ora con il digitale avviene il contrario, dopo lo scatto c’è la post produzione o comunemente chiamato post-editing.
La foto è stata scattata nel medesimo post di queste. (continua)

John Hiatt — Same Old Man (2008)

Diciamolo… non mi convince molto questo “Same Old Man” ultimo disco di John Hiatt, songwriters tra i miei preferiti da sempre. Non riesce questo lavoro a far premere continuamente il tasto play del riproduttore musicale. Poco a che vedere con l’ultimo e buono “Master of Disaster”, niente con l’ottimo “Crossing Muddy Waters” o con “Slow Turning”, anni luce dal capolavoro “Bring the Family”.
L’unica cosa che ancora riesce a convincermi è la sua voce, grande e affascinante, nonostante gli anni ne consumino il timbro, rimane sempre unica e profonda. Ma la voce da sola a volte non basta a far apprezzare un disco o almeno non in questo caso.
Le undici canzoni che compongono l’album sono essenzialmente semplici, povere, acustiche, il suono è orientato verso il folk, il country e il blues, niente di particolarmente nuovo anzi, il disco suona da “già sentito”.

“E’ un disco tutto mio anche perchè si parla fondamentalmente di me; diciamo che non avevo nessuno con cui scambiare opinioni”

I testi sono rivolti al passato, è il titolo stesso che lo suggerisce, un passato però senza tante nostalgie, senza particolari malinconie, ma con buone dosi d’ironia e sarcasmo. Hiatt parla della sua vita che, certamente facile non è stata (soprattutto a causa delle morti familiari), racconta delle sue esperienze di uomo, di musicista, di artista.
Same Old Man è un album sufficiente, forse un po’ troppo abitudinario e un po’ stanco, non ci sono particolari scosse di cui Hiatt ci aveva abituato nei dischi precedenti.
L’opera è onesta ma manca d’ispirazione. Probabilmente il nostro Hiatt ha bisogno di scambiare opinioni con altri, meglio se musicisti, ha bisogno di attingere entusiasmo e questo lo può trovare solo cambiando le sue formule sonore, che ormai puzzano un po’ di stantio.

Habitat

Non dubitavo
ci fossi ancora.
Da qualche parte.
Nel muschio, forse.
Ma ognuno ha l’habitat
che l’anima sceglie,
costruendolo.
Un punto di partenza
per la condivisione.