Joy Division — Unknown pleasures (1979)

La leggenda narra che due rockettari, Bernard Sumner (chitarra) e Peter Hook (basso) si incontrino a Manchester, la loro città, il 4 giugno del 1976. Spinti da una performance (che è anche il loro primo concerto) dei Sex Pistols, decidono di formare loro stessi una band.

Sull’onda di una totale e radicale rifondazione musicale, cercano e incontrano l’aspirante poeta Ian Curtis. Partono facendosi chiamare Warsaw in onore della canzone “Warszawa” di David Bowie, per poi cambiarlo in Joy Division nome usato nei campi di concentramento nazisti dove venivano internate le donne destinate a soddisfare il sinistro piacere degli ufficiali con la croce uncinata. Nell’Inghilterra dei fine anni ’70 travolta dal punk la provocazione era diventata norma, persino abitudine.

Circolavano voci strane su di loro e sul loro cantante, Ian Curtis, quello che nelle foto guardava da un’altra parte. Si muoveva in modo stranissimo e si diceva che sul palco simulasse crisi epilettiche. Si seppe poi, che epilettico lo fosse davvero.

Quest’album d’esordio aveva un che di realmente inquietante, non era teatro, non era provocazione, era pura disperazione. La copertina nera (firmata Peter Saville) ne è l’esempio.

Le canzoni sono un muro sonoro avvolgente e incalzante insieme. Sono melodie introspettive, cariche di commozione e timore. Sono canzoni “maledette”, spettrali e sofferte.

Il geniale produttore Martin Hannett riesce ad impossessarsi del gruppo fino a cambiarlo radicalmente, e anche merito suo, l’esser riuscito a scovare dalle viscere dei musicisti, quel suono oscuro, nero, a volte spaventoso, a volte straziante… Curtis canta (come Jim Morrison, che venera) testi che parlano di nevrosi, alienazione, malattia, Hannett rallenta i pezzi fino a renderli ipnotici, perversi. La batteria è signora assoluta del suono, basso e chitarra sono al suo servizio.

In poco tempo i J.D. si fanno conoscere e alimentano un vero culto. La fama cresce, e non solo in Gran Bretagna, ma il suicidio di Curtis (nel maggio 1980, a ventiquattro anni) alla vigilia dell’uscita del secondo album e del primo tour americano, mette fine alla band e la fa entrare nella leggenda nera del rock’n’roll.

Cominciano gli anni Ottanta, i Joy Division non ci saranno più, e al rock mancherà qualcosa di importante.

Desideri e felicità

La vita dovrebbe essere come la si desidera, dovrebbe essere felice. Desideri e felicità vanno a braccetto.

“I desideri terreni sono illuminazione” insegna il Buddismo.

Anche se alcune scuole tradizionali sottolineano la necessità di eliminare i desideri e liberarsi da tutti gli attaccamenti, questo non vale per la filosofia Buddista di Nichiren Daishonin.

Gli attaccamenti dopo tutto sono sentimenti umani, e i desideri sono un aspetto della vita indispensabile. Per esempio, il desiderio di proteggere se stessi e i propri cari ha ispirato una vasta gamma di miglioramenti io sociali e il desiderio di comprendere il ruolo dell’umanità nel cosmo ha guidato allo sviluppo della filosofia, della letteratura e del pensiero religioso. In questo senso, eliminare i desideri non è possibile e nemmeno, di fatto, desiderabile. Se si fosse completamente liberi dal desiderio, si finirebbe per minare la propria voglia di vivere sia individuale che collettiva.

Gli insegnamenti di Nichiren sottolineano la trasformazione, piuttosto che la soppressione dei desideri. I desideri e gli attaccamenti sono visti come il combustibile della ricerca della felicità.

L’approccio di Nichiren ha l’effetto di rendere il Buddismo praticabile da tutti, anche da chi invece di ritirarsi in meditazione desidera continuare ad avere un ruolo attivo nel mondo. Le aspirazioni, i sogni e le frustrazioni della vita quotidiana secondo Nichiren sono il “carburante” del processo di Illuminazione.

Per chi vive in realtà stressanti e sempre mutevoli, i problemi non sono più ostacoli ma stimoli per la pratica buddista, più efficaci di un obiettivo astratto di “illuminazione” che si raggiunge attraverso il distacco da tutti i desideri e attaccamenti. Superare i problemi, realizzare sogni e obiettivi a lungo serbati nel cuore, questo è il tipo di vita quotidiana da cui deriva il senso di realizzazione e di felicità. È importante non separarsi dagli attaccamenti ma comprenderli e, in definitiva, servirsene.

Caos graffito

Quante volte mi capita di “maledire” l’anonimo imbrattatore murale che scarabocchia su un muro appena imbiancato, su una serranda di un negozio e su una qualsiasi normale parete degna di decoro.
In alcuni rari casi, su colonne di cemento grigio o su pareti in luoghi tristi abbandonati dal passaggio umano, possono avere, anche se raramente, un loro perché.
Questo ne è l’esempio. Nella sua caoticità, nella usa colorata anarchia e soprattutto nel suo non-sense, da un segnale vivace, un piacevole colpo d’occhio che da allegria.

Bruce Springsteen — Working On A Dream (2009)

Attribuendo la qualità di un disco in base al mio teorema musicale: “La somma di quante volte un cd suona nel lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco piace”, il disco suona poco.

Effettivamente la “paura” della vicinanza a “Magic”, uscito poco più di un anno fa era fondata. Il boss ci aveva abituato a dei lunghi silenzi discografici, proprio perché era capace di restare in sala d’incisione 5/6 mesi anche per incidere un solo brano, e faceva passare degli anni, anche 4 o 5, prima di pubblicare un altro album.

Comunque non per questo, il disco è da buttare, anzi la sufficienza (e anche più) non fa difetto.

Working On A Dream non è un disco pop, è neanche un disco di scarti di “Magic”, è un disco atipico. Uscito praticamente in contemporanea con l’ingresso di Barack Obama (di cui Springsteen è stato il più forte sostenitore rock) alla Casa Bianca, a differenza della riflessione amara o di tradimento che riscuoteva l’idea dell’America in “Magic”, Working On A Dream celebra l’ottimismo di “I have a dream”, il sogno nell’immaginario comune di molti americani, con il cambio della guardia alla Casa Bianca.

Le canzoni, compresa la bonus track, sono 13. Il primo brano inizia con ben otto minuti, “Outlaw Pete”, ricorda il sound dei primi dischi del boss, una lunga cavalcata orchestrale, che però diventa un po’ pesante verso la fine. “My Lucky Day” è un canticchiabile brano rock dove il suono delle chitarre e delle tastiere ci fanno ricordare per certi versi “The river”. “Working on a dream” è una delle canzoni più Springsteeniane, lirica e solare è il classico (non a caso è stato il manifesto sonoro della campagna presidenziale di Barack Obama) brano rock intriso di un’incontenibile ventata di ottimismo.

Inizia ora il periodo sonoro più insignificante dell’album, “Queen Of The Supermarket”, “What Love Can Do”, “This Life” non meritano particolare attenzione. Per fortuna la voce ed il suono blues della settima canzone “Good Eye” ci riporta a un sound più consono alla musica del nostro.

L’accoppiata “Tomorrow Never Knows” e “Life Itself” leggermente sound-country, ci danno la conferma che non siamo davanti ad un capolavoro Springsteeniano. Per fortuna le ultime quattro canzoni dell’album ci riportano ad un livello sonoro decisamente buono. “Kingdom Of Days” anche se soffre un po’ troppo di sdolcinatezza, si fa comunque ascoltare, “Surprise, Surprise” è un brano dove le chitarre fanno festa, una melodia di grande presa e un crescendo finale tra voci e violini. Finale in crescendo con “The Last Carnival”, brano dedicato al vecchio compagno scomparso Danny Federici, un buon folk acustico degno di nota e “The Wrestler”, bonus track che pur c’entrando poco con il disco (vincitrice di un Golden Globe per la colonna sonora dell’omonimo film di Darren Aronofsky), ci fa ricordare cosa sa fare il Boss, senza arrangiamenti e con una chitarra in mano.

“Working on a dream” non è un brutto disco o apparentemente di poco valore, è un disco non adeguato agli “standard” di cui il Boss ci ha più o meno abituato. La sua pecca più grande è che musicalmente ha poco da dire, si fa ascoltare senza problemi, ma purtroppo lascia poco di se. Boss, andrà meglio la prossima volta, l’importante è che tu non abbia fretta.

Per affetto.

Distanze

Ogni tanto si sparisce,
non si riesce a fingere
di essere felici.


Come il sole,
si prendono le distanze
dalle stelle.


Si finisce per brillare,
dove nessun occhio
a modo di guardare.

Ci si allontana
gettandosi nel gelo
delle nostre solitudini.

Io e le foto #4/6

Dopo un periodo durato una quindicina d’anni con la macchina fotografica manuale, sono passato a quella automatica digitale e a onor del vero non ho avuto la stessa soddisfazione. Non perché mi sentissi imbranato o perché non sapessi usare la macchina ma probabilmente perché ancora “mentalmente” radicato con la manuale.
Fatto sta che, se con quella manuale ho scattato centinaia e centinaia di diapositive che ancora religiosamente conservo, con le digitali, si perché ne ho avute più di una, ne ho salvate un quarto e neanche tanto soddisfacenti.
La foto è un mio classico Still Life. (continua)

Tim Buckley

Nato a Washington nel 1947, vive a New York e, all’età di quindici anni, va sulla costa occidentale, con Woody Guthrie nella mente e la voglia di diventare un folk singer, vero. Dal ’63 frequenta da musicista (chitarra – voce) i circuiti folk di Los Angels e della Bay Area. Nei testi, viene coadiuvato dall’ex compagno di scuola Larry Beckett. Al Troubador di Los Angels trova l’ambiente a lui ideale, stende i primi pezzi personali e poi i capolavori. Negli anni ’70 partecipa a numerosi film, interpreta una commedia di Satre, No Exit e scrive il soggetto della pellicola Fully Airconditioned Inside, mai girata. Nel 1975 muore per una overdose di morfina ed eroina.

Come ogni folk singer, egli penetra le cause della disfatta e le denuncia a piena voce, è il 1966 e Buckley strappa alla Elektra l’album d’esordio, smette di credere alla “rivoluzione psichedelica” sfruttata ed inglobata per intero. Si avverte aria di disillusione per la scena contemporanea.
Buckely non ha bisogno del compromesso, anche sottile, per veder pubblicata la propria opera, lascia agli altri l’idea di poter cambiare. E’ solo e rassegnato fino alla desolazione.

Salva il coraggio di tentare una nuova musica, ‘Happy Sad‘ parla di “solitudine risolutrice” viene ‘Goodbye & Hello‘ ed alle prime battute Buckley perde fiducia nell’uomo, nella sua azione e resta il più bel frammento di quegli anni, una Hallucinations venuta “a metà fra il sonno e la veglia”. Buckley è vicino alla voce dello strumento, tocca la stasi e la consapevolezza. Per un attimo.

Lorca si ferma nella novità e svolge tracce complesse ed interiori.

Bob Dylan sente che l’LSD può portare troppo avanti e canta “c’è troppa confusione” fra le linee di ‘All along the Watchtower‘.
Buckley si rifiuta di accettare la realtà, poi s’immerge nel passato e vive come vivrà il Nick Drake di Pink Moon, fra pensieri rarefatti e rivelazioni istantanee che danno a lui la forza di continuare. E sfiora la morte, per inedia.

Blue Afternoon e Starsailor raccolgono quei sussulti e quegli sbocchi emotivi, tracciano il confronto passato-presente, descrivono a pieni tratti la sua sofferenza. Così Buckley insegue i rari attimi in cui riesce ad esser cosciente. C’è tristezza. “Ho l’angoscia che quegli attimi non possano ripetersi, e li afferro ogni volta come fossero gli ultimi”.

Invece si fanno sempre più personali, intimi, difficili da comunicare. Tradurli in musica diventa operazione ambiziosissima, e per la prima volta Buckley viene conosciuto da vero artista, in America, in Francia, altrove. La sua ricerca tocca ogni spunto, ma in breve egli capisce di muoversi ad esperienze troppo introverse ed i boss della Reprise-Discreet se ne approfittano, guidano la sua confusione e Greetings From L.A.SefroniaLook at the Fool che mantengono un terzo delle sue capacità. Con Dolphins, l’omonima Look at the Fool, è l’uomo a farsi perdonare. Rabbia e remissione si confondano a ritmi semplici, nelle ultime prove. Vuol essere ben accetto alla gente comune.

Look at the Fool è passo superato, e la sua voce stava dilatando le favole di Lorca, stava provando a seguire i mezzi elettronici. Certo, Buckley tanto ha fatto da riuscire il più arduo folk singer di tutti i ’60. Sulla via dell’alcol e peggio, era stanco. Ma solo chi non lo conosceva poteva dirlo finito.

Il sole fa capolino

Alba, pomeriggio e tramonto accomunati da il sole che fa capolino. I raggi nascosti dietro a degli alberi o degli arbusti creano un effetto visivo assi suggestivo, un ‘vedo non vedo’, un alone poeticamente mistico.

Connor Oberst — Omonimo (2008)

Connor Oberst cantautore del Nebraska altro non è che “Bright Eyes” (Occhi Brillanti) classe 1980. Nel 1993 all’età di tredici anni pubblica il suo primo disco, ne seguiranno altri due e, parte delle loro canzoni verranno pubblicate in una raccolta “A Collection Of Songs Recorded 1994 -1997”. Nel 2007 pubblica ”Cassadaga” che per certi versi è il disco che lo farà conoscere al grande pubblico.

Per questo ultimo disco usa il suo vero nome Conor Oberst e abbandona il suo pseudonimo di Bright Eyes. Il cantautore ventottenne sta maturando, lo si sente dalle canzoni che scrive, il suo talento per quanto non “rivoluzionario” riesce a sfornare brani intensi che dimostrano una crescita sia come autore che come cantante. Per inquadrare musicalmente Conors lo possiamo inserire tra i tag con l’etichetta “cantautorato”, in certi sprazzi si riconosce la presenza Dylaniana, in altri quella del più recente Tom Petty.

I brani sono scarni e diretti, Oberest crea una musicalità con una notevole suggestione e con dei testi profondi. Non lascia indifferenti quindi, questa sua ultima fatica discografica, il ragazzo ha della “stoffa” e riesce per l’ennesima volta a sorprendere.