Yellows

E’ la bellezza della primavera baby!
Certo che il giallo e il verde sono un’accoppiata vincente, un colpo d’occhio affascinante e di notevole interesse se naturalmente c’è la passione.
Il bello di fotografare i fiori è nella consapevolezza di lasciarli nel loro abitat naturale e gioire nello stesso tempo nell’immortalarli fermando un’immagine che rimarrà nel tempo.

Van Morrison — Keep it Simple (2008)

Anche ai morrisiani di fede come il sottoscritto, l’uscita di un nuovo disco, non crea più molta trepidazione. Questo è dovuto al fatto che ormai il nostro ci ha abituato ad un trend sonoro che, ad onor del vero, si rivela a volte un po’ stantio. Non è il caso o almeno in parte di questo suo ultimo lavoro “Keep it Simple”.
KiS è un buon disco, buona è la media, infatti, una metà dei brani (soprattutto nella prima parte) è ottima, mentre i restanti sono sufficienti e annoiano un po’.

E’ nel titolo di questo 35° disco il significato dell’opera: semplicità. I suoni, infatti, sono lineari e semplici. Il rosso irlandese passa in rassegna i generi a lui più congeniali: il rock, folk, country, blues, gospel e soul, le sue radici insomma, il Morrison di sempre.

Non c’è abbondanza di strumenti, non ci sono archi e i fiati sono minimi, Van usa soprattutto chitarre, tastiere e naturalmente al voce. La voce è ormai l’elemento fondamentale dei suoi ultimi dischi, una voce minacciosa, potente, come quella di un vecchio leone, una voce che a 62 anni non perde un colpo, anzi migliora, come un whisky di classe.

Tra i brani che meritano di essere menzionati troviamo “How Can A Poor Boy” canzone apripista dove l’armonica crea subito un’atmosfera blues, “That’s Entrainment” diretta, semplice, ben costruita e non a caso scelto come singolo, “Don’t Go To Nightclubs Anymore” per rimanere in campo blues, “School Of Hard Knocks” e “Lover Come Back” due brani brillanti ed emozionanti, tra i più riusciti assieme alla title track “ Keep it Simple” il brano più bello del disco, grande canzone, tra le top dell’artista irlandese.

In conclusione: Keep it Simple è senz’altro il disco più riuscito degli anni duemila, come è vero che, anche i suoi dischi minori, rispetto alla media della produzione discografica internazionale, sono una spanna superiori.

Un consiglio sento di dare al nostro musicista: visto l’età, caro “The Man”, perché non diradare le tue uscite discografiche in favore di più qualità? Dove per qualità intendo quei dischi che lasciano un segno marcato, in fondo ne hai regalato di capolavori e te ne siamo grati, ma, se sei stanco, lasciaci almeno quei ricordi, piuttosto che, dei dischi mediocri. Pensaci.

Grano maturo

La zona, i posti sono gli stessi, cambia la conformazione, cambiano i colori.
Un campo di grano che fino a poco tempo fa era verde, nel giro di pochi giorni è diventato giallo. E’ lo spettacolo della natura che, man mano passano i mesi, si susseguono le stagioni, man mano cambia e si trasforma.

C. S. N. & Y.

Se c’è un gruppo che rappresenta magnificamente il passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta è quello che mette insieme David Crosby, reduce dall’avventura dei Byrds, Stephen Stills e Neil Young, che erano assieme nei Buffalo Springfield, e Graham Nash, inglese arrivato negli Usa dopo la sbornia beat vissuta in prima fila con gli Hollies. L’avventura iniziò nel 1968, con Crosby, Stills e Nash pronti a mettere insieme quelle straordinarie armonie vocali di cui diventano maestri (perfino i Grateful sostengono di aver imparato da loro quando incidono l’acustico Workingman’s Dead), la tradizione della canzone folk-rock, l’esperienza psichedelica, la lezione californiana delle “famiglie” dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, con i quali erano particolarmente legati, un gusto pop assolutamente inedito, per produrre un disco d’esordio, nel 1969, che fu un capolavoro, una magnifica fotografia del sentimento dell’epoca, dolcemente in bilico fra un trasognato calore acustico e una più intima alterazione visionaria. Il loro esordio dal vivo fu glorioso, sul palco di Woodstock, e già allora la band si era arricchita della presenza del canadese Neil Young e della sua inconfondibile chitarra elettrica. Il movement era alla fine, il sogno degli anni Sessanta si era infranto, ma per Crosby, Stills, Nash & Young il momento del passaggio dal sogno alla realtà andava raccontato con passione, come riescono a fare in Déjà Vu, nel 1970 e con lo straordinario live 4 Way Street. Dopo quel tour la formazione si sciolse, per riformarsi varie volte nel corso degli anni, con risultati alterni. Ma le canzoni scritte e conservate in questi primi dischi, canzoni originalissime e testi incentrati su storie personali e collettive, raccontano quanto meglio di qualsiasi altra illustrazione le tensioni di quegli anni, la politica, la rabbia, l’amore, la libertà, la poesia. Erano quattro personalità tra loro molto diverse, ma proprio questa diversità, un perfetto quadrato alchemico, ha giustificato un equilibrio dal sapore magico.

In quegli anni Crosby realizzò un incredibile album solista, If I Could Only Remember My Name, forse più di altri una sintesi irripetibile, fatata, in stato di grazia, delle energie della musica californiana, un delicato e contemplativo vangelo concepito in un ideale crepuscolo calato sulla Baia di San Francisco, prima di perdersi nell’incubo della droga. Anche Stills si mosse da solo e con i Manassas nel solco di un rock a tinte più forti e passionali. Nash scrisse alcune delle canzoni più tenui e dolci della storia del rock americano (una fra tutte, Simple Man, una sorta di garbato manifesto esistenziale). Neil Young divenne un ruvido e stralunato eroe solitario, un grande hobo in grado di vagabondare per le strade del rock, rischiando di continuo, sperimentando errori e fughe paranoiche, toccando disperati bagliori di verità, scrivendo numerosi capolavori e arrivando ancora intatto alla contemporaneità, amatissimo, quasi venerato, dai rocker dell’ultima generazione.

Cortellazzo

Cortellazzo è un paese che confina con la famosa Jesolo mare in provincia di Venezia. Essendo meno turistica della vicina, per la mancanza di strutture e servizi, offre una tranquillità assai più tangibile. Se si frequenta fuori dall’alta stagione e in giorni infrasettimanali non si corre il pericolo di pestarsi i piedi. In una giornata di giugno, come le foto dimostrano, si possono trascorrere delle ore di ozio, in pace e cullati dal sciabordio delle onde, per la gioia nostra e soprattutto quella di Forte, il mio cane meticcio che ama nuotare e far buche nella sabbia senza che ci sia un domani.

Traffic — John Barleycorn Must Die (1970)

Doveva essere il suo primo disco solista, ma qualcosa ha fatto cambiare idea a quel genio di Steve Winwood, rimise la denominazione “Traffic” e cambiò il nome del disco che originariamente doveva chiamarsi “Mad Shadows”

I Traffic altri non sono che un trio, uno dei migliori che la scuola del rock abbia mai sfornato: Chris Wood ai fiati, Jim Capaldi alla batteria e il polistrumentista, cantante e compositore Steve Winwood. Ad onor di cronaca è utile ricordare che Steve all’età di quindici anni, si 15! creò la fortuna degli “Spencer Davis Group”. Questo trio di folk-pop tra i più interessanti, stimolanti e creativi degli anni Settanta, segnano con questo disco uno dei capolavori del pop-rock, un viaggio introspettivo ai confini tra il vecchio e un nuovo “ritmo sonoro”.

Ad un certo punto l’enfant prodige del rock britannico, Winwood, rimane folgorato dalla leggenda di John Barleycorn, un buffo omino dalla fisionomia variabile che nella tradizione popolare viene celebrato come la personificazione simbolica del Whisky e della Birra. E’ così che nasce “John Barleycorn Must Die”, capolavoro di semplicità e raffinatezza che alterna ipnosi ritmica a intensità lirica. Questo progetto viene offerto al pubblico in un periodo che è travolto dai furori di fine anni sessanta, i fiati tenui, la composta ritmica, l’atmosfera vocale, riescono ad ammaliare e a ipnotizzare i fan. Fu proprio questa compattezza a rendere “John Barleycorn” un‘avventura tanto provocatoria quanto originale, quasi il frutto di un’operazione chirurgica a cuore aperto.

Alcuni di voi si ricorderanno della sigla radiofonica di “Per voi giovani”, il brano era Glad, il riff ipnotico rimane ancora nella memoria di molti, come il disco del resto, che col passare degli anni venne considerato una delle pietre miliari del nascente “Progressive Rock”.

La spiegazione di tanta originalità è ancora oggi probabilmente da ricercarsi nella presenza del genio bambino, primattore ma antidivo, grande vocalist e virtuoso pluristrumentista Steve Winwood.

Tutto scorre

Scompaiono i rituali che
divorano il tempo e
ritagliano lunghe fasce bianche
senza segni o
tacche di riconoscimento.


Tutto scorre senza appigli,
come un ruscello dentro ad
un’immensa pianura.


Tutto scorre nudo,
senza abiti nei cui orli rifugiarsi.
Senza più addobbi o
rime della domenica.


Tutto è divenuto,
infine, un’unica forma
senza più forma.

Spighe di grano

Nella simbologia popolare la spiga di grano è il simbolo dell’operosità agricola. Nelle comunità contadine simboleggia anche l’abbondanza, la ricompensa al lavoro e più genericamente la pace.
La spiga di grano è stata spesso assunta nello stemma da chi voleva esprimere gratitudine per essere stato salvato in una battaglia, una lotta, una rissa.

Sweet Thing – Van Morrison #5/10

Dati

Sweet Thing è un brano tratto dal suo secondo album capolavoro Astral Weeks del 1968.
Scritto da Morrison in età compresa tra i 22 e 23 anni, dopo aver incontrato la sua futura moglie Janet durante un tour negli Stati Uniti nel 1966 e durante l’anno della separazione dopo essere tornato a Belfast.

In soli 4:22 secondi Morrison riesce a descrivere perfettamente qualcosa che è quasi impossibile da descrivere, la sensazione inebriante che provi quando un nuovo amore entra nella tua vita, solleva il morale e ti fa sentire come se nulla al mondo fosse impossibile.

Questa è l’unica canzone di Astral Weeks che guarda avanti nel tempo piuttosto che soffermarsi e pensare al passato.

Il ritornello: “E sarò soddisfatto, di non leggere tra le righe, e camminerò e parlerò, nei giardini tutti bagnati di pioggia, e non invecchierò mai più così tanto”

Van Morrison descrive la canzone: “‘Sweet Thing’ è un’altra canzone romantica. Contempla giardini e cose del genere… bagnata dalla pioggia. È una ballata d’amore romantica non su qualcuno in particolare, ma su un sentimento.”

Pensiero

Ho conosciuto l’artista Van “The Man” Morrison, in età adolescenziale e a parte qualche brano, non ho mai approfondito i suoi dischi, il suo mondo musicale. Di conseguenza, a differenza delle canzoni pubblicate precedentemente, Sweet Thing, come il disco, come tutto il materiale sonoro di Van Morrison, appartiene all’età matura.
Fu nel 1986 con No guru, no method, no teacher”  (a tutt’oggi il mio disco preferito di sempre) che ebbi l’illuminazione e da quel momento niente fu come prima. Cominciai a scoprire i suoi dischi o meglio “capolavori” come Astral Week, Moondance etc.
Van Morrison come un lampo a ciel sereno diventò subito il mio musicista preferito e a distanza di trentacinque anni lo è ancora.

Sweet Thing è una canzone d’amore, verso una donna e allo stesso tempo verso “il mondo“, una delle poche sue canzoni “positive”, un canto di redenzione. Van Morrison è un cristiano (anche se ha avuto un’esperienza con Dianetics, poi subito rinnegata) e la redenzione è la chiave della sua filosofia.
Che sia ovviamente una donna a redimerlo è quasi secondario, esulta sia per la redenzione in quanto tale e per la donna che ne è responsabile.
Questa, a mio avviso, è una delle migliori canzoni di Van. Solleva l’anima e lenisce il dolore. Una buona musica come questa ti fa sentire meglio, esattamente quando ne hai bisogno.

Le mie recensioni di Van Morrison in questo blog: qui.