Tom Waits

“Dentro un orologio rotto – Spruzzi il vino – Con tutti i cani randagi – Niente taxi, preferiamo camminare – Stretto insieme ai Cani Randagi sulle soglie delle case – Perché anch’io sono un Cane Randagio.”

Tom Waits è un caso particolare, la sua musica, il suo rapporto con il rock è particolare. Pensa al jazz, canta con la voce roca e profonda, nulla a che fare con quelle dei suoi contemporanei. Suona il pianoforte in compagnia di un contrabbasso senza seguire nessuna mitologia, ostentando percorsi devianti, sporchi e clandestini, straordinariamente fuori moda, fuori tempo, slegato da qualsiasi corrente. Vocalist sbilenco e rauco, Waits canta il suo universo sentimentale fatto di relazioni e disagi della vita urbana americana, creando un sound musicale unico, fatto di percussioni metalliche e vari strumenti a volte ‘raccolti per strada’. La peculiarità delle sue opere è l’accostamento di stili e radici diversissimi tra loro, la sua musica crea una propria e ampia geografia: dal blues al rock, dal country alla canzone d’autore, dal gospel all’espressionismo, dai standard jazzistici ai ritmi afrocubaneggianti, tutto questo fa di lui un musicista eclettico, da brividi intensi. Il suo linguaggio da poeta notturno è crudo e diretto, a volte cinico, i suoi testi sono fiabe adulte popolate di puttane e naufraghi del Grande Sogno Americano. Ma, nonostante tutto questo, le canzoni sono paradossalmente un inno al romanticismo.

Della sua discografia che ha dato alla luce una ventina di dischi, vi consiglio: “Rain Dogs” (1985) e “Frank’s Wild Years” (1987), due dischi che probabilmente, sono tra i momenti migliori della sua produzione. Concludo questa breve descrizione su Waits invitandovi ad ascoltare questa selezione la cui scelta non è stata facile. Ho optato per questa decina di brani che personalmente ritengo più rappresentativi o per lo meno più emozionali, dove il nostro ci fa sentire la sua musica libera, la sua pittura sonora, la sua poesia ritmica, il suo rumore romantico, la sua frenesia del corpo e dell’anima.

Popular Music (Prefazione)

Prefazione

Questo è il primo post di una serie che avrà come comune denominatore la «Storia della Musica». Titolo assai azzardato per un tema di così grande spessore ma, senza incantarvi, in realtà è un’escursione molto semplice e soprattutto personale, in quanto darà visione e quindi informazione SOLO su storie, musicisti, dischi e quant’altro che hanno avuto importanza per il sottoscritto. 

Quindi, qualsiasi appassionato troverà facilmente lacune, artisti trascurati e approfondimenti mancati, d’altra parte, una trattazione del genere non può e non vuole essere esaustiva: chi fosse interessato a un «qualcosa» in particolare (quella di un musicista, quella di un genere o uno stile, quella di un’epoca) su di essa troverà sicuramente il modo di approfondire. Internet, le librerie e le biblioteche sono li per quello.

Perché Popular Music? Perché è musica popolare.
Distinguendo la musica tutta in due macro filoni, musica leggera o popolare, comprendendo in questo brutto termine rock, jazz, blues, folk, etc. e musica colta, tutto il resto, i post qui pubblicati daranno visibilità al primo filone.

Per prendere informazioni «tecniche» su nomi, date etc. mi sono avvalso di materiale cartaceo e digitale, lasciando poi ampio spazio alla mia personale conoscenza, valutazione e critica.

Lo scopo unico di questa pubblicazione è dare a chi è interessato alla cultura musicale, un piccolo supporto, non  solo nozionistico.

Buon Anno!

E’ consuetudine in questo periodo dell’anno, stilare una lista di buoni propositi.
Anche se l’esperienza insegna che a volte i buoni propositi diventano delusioni, non bisogna per questo demordere e perdere la speranza.
Ben vengano quindi i nuovi propositi purché non rimangono tali.
Non credo che le cose vadano come devono andare. Opporre resistenza a quello che riteniamo sbagliato e favorire quello a cui crediamo, è la cosa giusta da fare.
Impariamo a comprendere ciò che ha senso mantenere nella vita e ciò che invece bisogna avere il coraggio di lasciar andare.
Provarci davvero, che solo l’intenzione chissà perché, non basta.
Vi auguro di trovare il coraggio di guardare sempre avanti, lasciando dietro ciò che evidentemente non aveva valore.

Vi mando il mio più sincero Auguro di “Buon Anno” a tutti voi passanti di questo blog.

Quest’anno

A una certa età, si crede di aver imparato abbastanza dalla vita. Si crede che le esperienze vissute siano state più che sufficienti da aver formato una barriera protettiva contro gli imprevisti. Non è così.
Quando succedono eventi che non conoscevi, sei costretto ad affrontare le nuove realtà. Devi imparare a fronteggiare i nuovi avvenimenti. Se poi, le avversità riguardano la salute, concepire nuove condizioni è ancora più impegnativo.
Quest’anno ho imparato che non bisogna mai arrendersi, che bisogna continuare a correre, bisogna essere straordinari, coraggiosi, sognatori.
Quest’anno ho capito di essere più forte di quanto pensassi, perché ho continuato… Ho continuato a fare errori, ad avere speranza, a piangere, a sorridere, ad arrabbiarmi e a gioire.
Quest’anno sta per finire, un altro anno pieno di insegnamenti.
Si perché: “non si finisce mai d’imparare”.

Ciao duemilaventidue e… grazie!

Autunno #3/8

Le foglie autunnali si ripetono ma i loro colori per quanto possono sembrare uguali in realtà hanno variazioni diverse anche se molte volte impercettibili.

Classifica musicale 2022

Anche quest’anno, come da consuetudine, condivido la mia classifica personale dei dischi ascoltati.
Questo 2022 è stato caratterizzato soprattutto da una grande mole di dischi pubblicati, sicuramente, per quanto mi riguarda, un buon 25/30% in più rispetto agli anni scorsi. Probabilmente il covid ha fatto la sua parte.

La musica africana di cui sono particolarmente attratto, è presente con ben otto dischi: Noori & his Dorpa Band, Baba Sissoko & J.P. Rykiel, M.S. Diabate, L. Kouyaté, Vieux Farka Touré et Khruangbin (con due dischi), Mdou Moctar, Mamadou Diabate e Nduduzo Makhathini.

Tre nuove scoperte: Jake Xerxes Fussell, Grace Cummings e Dean Owens.

Molti conosciuti: Tedeschi Trucks Band, Taj Mahal & Ry Cooder, Van Morrison, Big Thief e Anaïs Mitchell (ma anche tanti altri).

Un solo italiano: Massimo Zamboni con un bel disco, profondo e di forte impatto emotivo.

Un nuovo gruppo ma con musicisti ultra conosciuti come i The Smile.

In questa classifica ne sono presenti un centinaio, tutti dischi che ho ascoltato molte volte e con attenzione. Le mie recensioni sono poche, una cinquina, tutte le altre sono di recensori presenti su riviste, blog e siti di informazione musicale.

Su ‘artesuono‘ la classifica completa con le relative recensioni.

Qui sotto un brano di Grace Cummings, attrice di teatro e cantautrice Australiana di Melbourne.

R.E.M. — Out Of Time (1991)

Rapidi Movimenti Oculari, l’indice fisiologico che rivela lo svolgersi del sogno all’interno del sonno. La musica rock per i R.E.M. è appunto uno stato ipnotico da sogno, dove i musicisti analizzano le varie visioni musicali, quelle che hanno mosso la loro sensibilità creativa (Doors, Byrds, Velvet), sovrapponendole poi con innovazioni e ulteriori appendici.

Abbandonata la neo-psichedelia del giro californiano, i R.E.M. realizzano l’opera più alta del nuovo sound metropolitano, dove la band vive queste composizioni in prima persona con una formula che si rivelerà imbattibile.

Questi quattro protagonisti da Athens, Georgia, fanno il “salto” grazie a un album che parla d’amore. Ne parla alla maniera loro, senza nulla concedere al luogo comune e senza spiegare: più che di un’analisi o un racconto, si tratta di un’evocazione di sentimenti e stati d’animo, dalla solitudine all’euforia, senza dimenticare l’ossessione, abilmente dissimulata in Losing My Religion, quello che diventerà il loro successo più grande. 

Out Of Time è per molti versi l’album più eccentrico della band meno eccentrica tra quelle di popolarità mondiale: è l’album meno chitarristico della loro intera discografia e quello in cui Michael Stipe canta meno (in due brani la voce principale è di Mike Pierson dei B-52’s). E’ l’album in cui il suono è più vario, forse più colorato (Shiny Happy People), ed è per certi versi un album di transizione, il perno centrale di una trilogia che con Green (1988) e il magnifico Automatic For the People (1992), si avvicina sempre più ai sapori del country (sempre alla R.E.M., naturalmente) e che rimarrà per sempre l’essenza di ciò che questa band rappresenta per la storia del rock’n’roll.

Out Of Time è una sorta d’immaginazione intensa e indisponente dove un country-rock acido e sognante scivola dentro canzoni dalle melodie stellari e arrangiamenti molto innovativi. E’ l’autocelebrazione di un nuovo mito, perché d’ora in avanti i Sognatori vivranno il paradosso e l’ebbrezza di essere una cult-band per la moltitudine. Anticonvenzionali sino in fondo.