Classical Music Only

Chi ama la musica classica non può non aggiungere ai suoi preferiti Classical Music Only. Questo sito permette di scoprire e ascoltare la migliore musica classica. Leggere elenchi di consigli e di altre informazioni, ascoltare i brani classici a lunghezza intera, organizzati per epoca, compositore e stile. Chiedere e creare discussioni, scrivere recensioni e avviare dibattiti.
Insomma Classical Music Only è un sito di musica classica assai completo e interessante sia per chi è avvezzo o è a digiuno della musica classica.

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Bacche

Quando nei mesi autunnali ed invernali le fioriture in genere sono ridotte se non inesistenti, le bacche sono una spettacolare risorsa per il giardino e per la vista. Il colore che regalano sono un dono assai gradito.

Popular Music (8. Il Jazz degli anni ’40 e ’50)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’40 e ’50

Il Be bop. Se negli anni ’30 la scena era assai vivace, negli anni ’40 conobbe difficoltà di ogni tipo.
Dal ’42 al ’44, il sindacato dei musicisti proclamò un lungo sciopero per questioni di diritti d’autore che di fatto bloccò la pubblicazione di nuovi lavori, contemporaneamente la guerra mandava molti musicisti al fronte piuttosto che sul palco. Infine  una situazione economica già molto difficile, mise nuove tasse sulle sale da ballo.
L’insieme di questi eventi, portarono a sperimentare nuove forme musicali più ‘agili’ e più innovative di quelle un po’ imbalsamante proposte dalle vecchie grandi formazioni.

Nel 1946, un gruppo tra i cui componenti c’erano alcuni futuri monumenti della storia del jazz come Dizzy Gillespie (1917 – 1993) alla tromba. Charlie Parker (1920 – 1955) al sax e Max Roach (1924 – 2007) alla batteria, registrò alcuni brani totalmente ‘nuovi’: Shaw ‘nuff, Salt peanuts. Hot house…
Era nato il Be bop.
Ma non piacque per niente. Gran parte del pubblico era abituato al dixieland o allo swing vellutato delle orchestre: questa invece era musica molto più dura e difficile.
Nonostante la perplessità del pubblico, artisti come il chitarrista Barney Kessel (1923 – 2004), il pianista Thelonius Monk (1917 – 1982), il trombettista Fans Navarro (1923 – 1950), i sassofonisti Sonny Rollins (1930) e Dexter Gordon (1923 – 1990) e moltissimi altri erano assolutamente convinti della loro musica: volevano riportare il jazz alle origini, dopo che lo swing aveva fatto diventare questo genere una musica da ballo e tutto eccessivamente ‘bianca’.

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Ipse Dixit: «Appena fummo entrati, quei tizi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un altro incominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai potuto dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di suonare e se ne andarono dal palco. Ci spaventarono». Così il batterista della big band di Woody Herman, Dave Touch, raccontò all’epoca un’esibizione del quintetto di Dizzy Gillespie all’Onyx di New York. (Marshall Stearns, ‘The story of jazz’)

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Protagonista di questo periodo, ‘traghettatore’ tra il be bop (anni ’40) e il cool (anni ’50) fu Charlie Parker. Nato a Kansas City il 29 Agosto del 1920, anche se quando morì, nel 1975, i medici che avevano fatto l’autopsia dissero che era più probabile avesse 53 anziché 35.
A tredici anni, suonava il sassofono baritono, un anno dopo passò al contralto. A quindici (già sposato con una ragazza di diciannove!) la musica era già un fatto di sopravvivenza: suonava ininterrottamente dalle nove di sera alla cinque del mattino per 1,25 dollari. La sua era una vita difficile, martoriata dagli stupefacenti, era sempre sporco e stracciato, ma suonava come non si era mai sentito prima, anche se spesso non possedeva nemmeno uno strumento suo.
Nonostante la sua musica non piacesse a tutti, il suo sax divenne la voce più espressiva del jazz dell’epoca, anche se la vita per lui continuava ad essere sempre molto dura: nel 1947, devastato da droga, alcol ed eccessi di tutti i tipi, fu rinchiuso per sei mesi in manicomio. Quando ne uscì la situazione non era migliorata di molto.

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Disco: Charlie Parker – The complete Dial session (1999)

In questi quattro cd sono state pubblicate le registrazioni in studio effettuate da Parker e Los Angeles tra il ’46 e il ’47: di lì a poco sarebbe stato ricoverato in manicomio e molto del suo disagio traspare da questa musica. Considerandolo del tutto inaffidabile, la casa discografica gli aveva imposto in studio uno psichiatra… Immaginatevi l’atmosfera: ‘Bird’ (come era soprannominato) tremava e sudava e il medico gli dava pasticche, ma in qualche maniera il disco venne fuori. Con perle assolute come Lover man, The gypsy, Max making way, Ornitologi, A night in Tunisia, Embraceable you. Con lui, Dizzy Gillespie, Miles Davis e altri immensi compagni di viaggio. Anche qui, come sempre, dramma e ispirazione procedono di pari passo creando il ritratto di un genio fragile e malato.

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Il bop non spazzò via tutte le grandi orchestre, le maggiori, come ad esempio quella di Duke Ellington, sopravvissero.
Alcune cambiarono il suono, come ad esempio, quella di Woody Herman (1913 -1987) che dal grande successo con lo swing, sposò il bop.
In ogni caso, il bel bop era stata una rivoluzione, un punto di rottura con lo swing e, allo stesso tempo, l’origine di altre esperienze musicali.

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Disco: The best of Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker (1991)

Nel 1952, Gerry Mulligan formò con Chet Baker un quartetto da cui era escluso il pianoforte, fino a quel momento ritenuto indispensabile in questo tipo di formazione. La nuova formula, che prevedeva due solisti intrecciare continuamente le proprie linee melodiche, ebbe un successo incredibile. Questo doscop documenta registrazioni tra il 1952 e il 1957 e presenta due grandi artisti che ebbero l’intuizione di sposare il suono greve eppure pieno di pathos del sax baritono (di Mulligan) alla tromba liricissima di Baker, certo in debito verso Miles Davis, ma anche capace di intuizioni che solo una vita troppo disordinata avrebbe fatto tacere troppo presto.

Ascolta sette brani su radioscalo


Primo Maggio

Sul Primo Maggio sono stati scritti fiumi di parole. Riflessioni e polemiche hanno riempito e continueranno a riempire le prime pagine dei quotidiani, delle riviste cartacee e online.
Nel mio piccolo non ho niente di originale da aggiungere e non solo perché da poco ho chiuso con il lavoro ma perché ho, abbiamo, sotto gli occhi la situazione reale e ogni parola, ogni pensiero, potrebbero risultare scontati e banali.

Purtroppo, nonostante i passi avanti fatti in tanti anni, oggi il lavoro non è più un diritto e una garanzia per tutti. La crisi finanziaria, economica e sociale, iniziata una ventina di anni fa, ha escluso dal mondo del lavoro milioni di persone, in particolare tantissimi giovani, generato povertà e privato di una vita dignitosa molte famiglie. In Europa, malgrado un lievissimo miglioramento dei tassi di occupazione, sono pur sempre circa 20 milioni le persone in cerca di un lavoro.

Anche il lavoro, tuttavia, è cambiato moltissimo nel corso degli anni, a causa in particolare dei progressi tecnologici, della mondializzazione, del forte tenore di competitività economica, industriale e sociale. In questa prospettiva, si inseriscono tutte le difficoltà dei lavoratori di oggi, chiamati a difendere sempre più un lavoro precario, non adeguatamente remunerato, un lavoro spesso ostaggio di una disoccupazione competitiva.

La festa di oggi ci invita a riflettere anche su questi aspetti e sul fatto della pericolosità di un lavoro che potrebbe diventare oggetto di divisione, di competitività fra lavoratori, di “dumping” sociale, di scudo contro un’immigrazione venuta a cercare in Europa migliori condizioni di vita, di rifiuto di una solidarietà condivisa.

Buon primo maggio a tutti, nella riflessione e nella solidarietà di che un lavoro non l’ha più!

Eight Feet Tall di Eight Feet Tall (2023)

Gran parte della musica tradizionale irlandese è musica da ballo. I brani, per lo più sonori, vengono eseguiti come danze in contesti o momenti specifici. Questo album vede la danza e la musica non solo come complementari, ma fondamentalmente come unica cosa.
Sebbene questa collaborazione rimanga profondamente tradizionale, gli arrangiamenti evidenziano i suoni della danza come elemento percussivo e armonico insieme a archi, violini e voce. Si sentirà ballare in ogni canzone, si ascolterà poliritmi completamente tradizionali.
Più che un esercizio intellettuale, è un’esperienza ‘fisica’.

Ascolta l’album

Terra arida

Non è la globalizzazione a spezzare la trama identitaria di un paese, nonostante le conseguenze che inevitabilmente essa comporta, nel bene e nel male, bensì la capacità di un popolo di adattarsi ai cambiamenti, di arricchire la propria cultura senza mai dimenticare i canti delle proprie radici. La globalizzazione è un innesto che produce buoni frutti, se ben si coltiva la terra arida della solitudine.

Verdi intensi

Il titolo, come quasi tutti, sono frutto dell’improvvisazione. Per la maggior parte sono banali ma che ci volete fare, non è facile attribuirli. Eviterei di metterli ma il post diventerebbe “zoppo” e allora lo metto senza pensarci troppo rischiando la mediocrità.

Hellhound on my trail – Robert Johnson (1937)

Robert Johnson scrisse pochissime canzoni, ventinove per l’esattezza, un testamento di ventinove magiche canzoni prima di restituire, come da leggenda, l’anima al demonio. Partendo da una frase, quella del titolo, che molti bluesmen prima di lui avevano utilizzato in altre composizioni, Johnson costruisce un percorso di terrore e buoi, paura e tormento. Rispetto ai predecessori, Johnson non si limita a cantare una possibilità, quella che i cerberi, i feroci mastini posti a guardia delle porte dell’inferno, siano sulle sue tracce. Quello che canta Johnson è la certezza che ciò stia accadendo, per ammonirlo che il momento è vicino, la fine prossima.