Purple Rain – Prince (1984)

Prince, il geniale folletto di Minneapolis, ha seguito il percorso del poeta portoghese (Pessoa), facendo dell’inquietudine la sua spinta, tra cadute e resurrezioni, provocazioni e follie, ha cambiato per sempre il destino della musica nera.

Testimone, e non solo di Geova, nell’ambiguità sessuale, in realtà mostra il suo profondo rispetto per il ruolo della donna, immaginando come sarebbe la vita di coppia se nel ruolo della ragazza ci fosse lui.

Il segreto del successo di questo brano è abbastanza semplice: si tratta di una canzone irresistibile, estremamente easy all’ascolto eppure capace nel tempo di rivelare dettagli nuovi, rimandi inusuali, spunti originali, ritornelli immortali.

Hancom Office Online

Hancom offre un servizio basato su cloud (quindi web) che senza la necessità di scaricare niente, ma con una semplice registrazione gratuita online (oppure accedendo col proprio account Google) permette di avere a portata di mano una applicazione con una ottima interfaccia dove si può creare e modificare documenti di testo, fogli di calcolo e presentazioni. Si avrà inoltre a disposizione 1 GB di spazio per l’archiviazione online dei documenti e dei files.

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Notti

È per riaddormentarmi che
scrivo nel cuore della notte,
ampie poesie di sguardi,
spesso prive di senso,
ma dense di forme e
di colori che riempiono
ogni più piccolo anfratto,
lasciato privo di vita.

Foglie verdi

Edera e Robinia sono le due tipologie di foglie nelle foto qui sopra postate. Quello che le accomuna è il loro colore verde smagliante che, nonostante il loro essere ‘sempre verdi’, viene messo in bella evidenza soprattutto in primavera.

Laurie Anderson — Strange Angels (1989)

Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari.

Chi ha storto il naso ascoltando “Language is a virus” farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di “Mr Heartbreak”, ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all’intelligenza e al cuore. Nessun taglio netto con il passato: la Anderson di oggi (1989) è la stessa di sempre, solo discorre con maggior semplicità, con dolcezza e malinconia.

Accarezza le tradizioni musicali del centro e del sud America, le culla con sguardo ironico (ma non cinico), le riveste d’eleganza europea e ce le porge cantando con grazie inaudita. Si Laurie canta e lo fa divinamente, abbandonandosi senza freni ad un’ondata melodica irresistibile.

La voce di Laurie Anderson passeggia tranquilla, si innalza ad acuti improvvisi, si trasforma con la stessa plastica duttilità di Kate Bush, rincorre suggestioni esplicitamente pop, si insinua tra cori gospel, tra ballate caraibiche con tanto di slide guitar, saltella tra le note squillanti dei fiati, rimbalza su morbidi e armonicissimi tappeti di tastiere, per poi riposare all’ombra del canto suadente della fisarmonica.

Un disco tranquillo e sereno, che rilega nell’angolo dissonanze e squilibri tonali, senza rinunciare ad essere acuto, lucido, penetrante, convincente. E’ una Laurie Anderson musicalmente terrena, priva di intellettualismi compiaciuti, un’artista che si impadronisce del pop, lo raffina, lo purifica ma non lo raffredda in glaciali schematismi.

Non si parli allora di commercialità; si dica piuttosto della genialità, della sincerità, del divertito candore con cui Laurie Anderson ha creato il suo ennesimo capolavoro.

openMLOL: biblioteca digitale per tutti

openMLOL (Open Media Library Online) è una biblioteca digitale aperta, che offre milioni di risorse multimediali di tutti i tipi: dagli ebook ai videogiochi, dagli spartiti agli audiolibri. È un progetto promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca italiano e gestito da Cineca, un consorzio interuniversitario italiano.

L’obiettivo di openMLOL è quello di mettere a disposizione degli utenti un’ampia selezione di contenuti digitali in modo da favorire l’accesso alla conoscenza e alla cultura. Gli utenti possono cercare e sfogliare il catalogo di openMLOL, che contiene sia opere protette da copyright che risorse in pubblico dominio.

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Infiltrazioni

Dopo una giornata di intensa pioggia, l’umidità accumulata dentro al bosco, evapora e se viene ‘illuminata’ da i raggi del sole, prende questa ‘atmosfera’.

Popular Music (9. Il Jazz degli anni ’50 e ’60)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’50 e ’60

Se il cool aveva preso piede soprattutto in California, a New York il be bop si evolse nell’hard bop, una forma più ‘distaccata’ e impassibile. Certo non rilassata come il cool, ma nemmeno frenetica come il be bop.
Questo nuovo stile è caratterizzato dal punto di vista ritmico, non a caso alcuni dei gruppi più interessanti del periodo sono guidati da batteristi (Art Blackey, Max Roach, Elvis Jones, Philly Joe Jones e altri) dei quali il jazz studiò nuove strade.

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Disco: Joni Mitchell – Mingus (1979)

In un colpo solo ci si occupa di un grandissimo del jazz come Charles Mingus e una cantautrice, Joni Mitchell, che nei tardi anni ’70 sarebbe stata protagonista di un entusiasmante incontro tra jazz e canzone d’autore. Per questo disco, la cantante accettò l’invito dello stesso Mingus ad interpretare alcune sue composizioni scritte appositamente. Il risultato è esaltante, anche grazie all’apporto di grandissimi musicisti come Herbie Hancock (tastiere), Wayne Shorter (sax, Don Alias (percussioni), Peter Erkine (batteria) e Jaco Pastorius (basso). Mingus però non vide mai realizzato il disco: morì poche settimane prima dell’inizio delle registrazioni. Dal tour con il quale la Mitchell portò il lavoro in concerto venne tratto un doppio album live epocale intitolato ‘Shadows and light’.

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Nel 1959, il sassofonista Ornette Coleman (1930 – 2015) pubblicò l’album ‘Shape of jazz to come’, un autentico pugno in faccia agli appassionati di jazz. In esso, la musica era diventata, semplicemente, free, libera; non aveva più regole, gli strumenti non rispettavano né tempi né tonalità, per molti non era neanche musica.
Era free jazz.
In effetti, essa liberava totalmente i musicisti dalle strutture armoniche, melodiche e ritmiche tradizionali. L’improvvisazione era totale e i jazzisti potevano inventare i loro percorsi assieme (ognuno seguendo la propria idea musicale) o singolarmente.
Era, insomma, una ribellione verso ogni schema formale precostituito che andava di pari passo con la ribellione che scendeva nelle piazze contro la guerra e per la conquista dei diritti civili da parte dei neri.
In effetti, musicista come il trombettista Don Cherry (1936 – 1995), il pianista Cecil Taylor (1929 – 2018), i sassofonisti Anthony Braxton (1945) e Albert Ayler (1936 – 1970) o il gruppo degli Art Ensemble of Chicago poggiavano la loro proposta artistica su solide basi ‘ideologiche’ prima ancora che musicali.

Se Ornette Coleman aveva aperto la strada del free jazz, John Coltrane (1926 – 1967) indicava una direzione leggermente diversa.
Anche il suo era un jazz molto libero, ma non aveva abbandonato del tutto i vincoli dell’armonia: il suo era un sax che spesso gridava, ma la sua musica era quasi sempre ordinata e accessibile. Era nuova, ma non sovversiva.
Quella di ‘Trane’ fu una vicenda artistica brevissima. La sua attività cominciò a 29 anni e si concluse con la sua scomparsa ad appena 40, solamente undici anni, ma fondamentali per la storia del jazz.
Il suo approccio al sassofono era diverso e nuovo: più istintivo e più arrabbiato. Inevitabilmente, divise critica e pubblico in una disputa senza fine. Dopo altre esperienze discografiche, nel 1964 Coltrane realizzò il suo capolavoro, ‘A love supreme’. Il disco ebbe un successo di vendite degno di un album rock, venne osannato dalla critica e adorato da pubblico e musicisti non solo jazz. 

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Disco: John Coltrane – A love supreme (1964)

Un vecchio detto recita che se nel jazz devi cominciare da qualche parte, non puoi far altro che partire da qui. In effetti, stiamo parlando di un lavoro che rappresenta la vetta artistica di uno dei maggiori jazzisti della storia. E’ un disco fortemente spirituale, influenzato in maniera determinante dal misticismo religioso che pervadeva Coltrane, strettamente legato ad un suon momento di rinascita umana ed artistica dopo anni di dipendenza da alcol ed eroina. Si tratta di un’opera straordinaria in cui il sax tenore grida, si contorce e alla fine si libera, nel finale, raggiungendo apici di indicibile dolcezza, cercando di mostrare a tutti cosa voglia dire essere toccati da un ‘amore supremo’ dopo una vita travagliata.

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Il trombettista Miles Davis (1926 – 1991) è stato un personaggio fondamentale nella storia del jazz che egli ha visto (e creato) da protagonista per quasi mezzo secolo.
Pur non esente dai comuni problemi di tossicodipendenza, a differenza di tanti grandi colleghi ebbe una carriera lunghissima continuamente mossa da una curiosità che lo ha portato ad esplorare (spesso prima di tutti gli altri) i più diversi territori del jazz e non solo.
Nel 1948, in anticipo sui tempi, con il suo primo gruppo, alle prese col cool. Messo fuori gioco per alcuni anni dall’eroina, nella seconda parte degli anni ’50 realizzò album storici come ‘Millestones’ e soprattutto ‘Kind of blue’, Negli anni ’60 esplorò poi l’hard bop, cominciando la grande rivoluzione che lo vide protagonista alla fine del decennio: l’incontro del jazz con la strumentazione elettrica e quindi con il rock. Proprio a seguito di questa intuizione, con due dischi storici come ‘in a silente way’ e ‘Bitches brew’.
Questa ‘nuova musica’ che venne chiamata jazzrock (o rockjazz) non venne accettata dai puristi, ma milioni di ascoltatori e migliaia di musicisti impazzirono per questi nuovi suoni.

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Disco: Miles Davis – In a silent way (1969) 

Ascoltare questo disco è facile. La musica scorre fluida e accattivante. Nonostante vi suonino alcuni tra i maggiori musicisti della storia (da Wayne Shorter a Chick Corea, da Herbie Hancock a John McLaughlin, da Joe Zawinul a Dave Holland) non vi sono assolo, e anche la tromba di Davis suona poche note, non ci regala alcun virtuosismo ma un’intensità e un’espressività che è propria solo dei grandi. ‘In a silent way’ è fatto di pochissime note, ma ciò che dà profondità ed emozione sono proprio i silenzi, le attese tra una nota e l’altra: la magia di questo lavoro che portò per la prima volta gli strumenti elettrici nel jazz, sta tutta nelle note… non suonate. Nessuno urla, qui Williams carezza i piatti con le bacchette, Mclaughlin, Corea e Hancock scivolano sulle loro tastiere e bisogna ascoltare con attenzione per cogliere i loro arpeggi appena accennati, Shorter sembra solo ‘respirare’, non soffiare, nel suo sax. E Davis, uno che ha urlato spesso, prima e dopo, qui sceglie di esprimersi sottovoce. E quello che ne risulta è magia ed emozione.

Ascolta otto brani su radioscalo

Creazione di messaggi autodistruttivi

Per vari motivi si può avere la necessità di scambiarsi indirizzi postali, di posta elettronica, numeri di telefono e molto altro. Insomma dovete inviare un messaggio importante ad una persona ma non dovrebbe esser visto da altri.

Privnote utilizza il protocollo HTTPS grazie al quale, la trasmissione dei dati, avviene in modalità criptata ed autenticata quindi non intercettabile da terzi.

L’utilizzo di Privnote è molto semplice e veloce, infatti dovrete solamente scrivere il messaggio da inviare nella casella di testo e premere il tasto Create note.
Per mettere al sicuro tutti i vostri dati sarà necessario collegarsi al sito ufficiale di privnote, un servizio web disponibile gratuitamente e che non richiede nessuna registrazione.

Che cosa permette di fare Privnote? Semplicemente di mettere al sicuro i vostri dati, creando dei messaggi in grado di autodistruggersi.