Contrapposizioni

Destra-Sinistra, Credenti-Atei, Bianchi-Neri, Gialli-Rossi, Nord-Sud, Est-Ovest, viviamo di contrapposizioni, come se dovesse per forza esistere la supremazia degli uni sugli altri, come se la nostra sopravvivenza stessa si basasse sul conflitto ancor prima che sulla vittoria degli uni sugli altri.
Ma come? Non è il diverso che genera unione? Io sono una persona con moltissime lacune scientifiche e non, sono consapevole della mia immensa ignoranza, ma un incastro non è mai dato dall’incontro di due superfici lisce, uguali; deve esserci una sporgenza da una parte, ed una rientranza dall’altra; devono essere diverse, o sbaglio? Sovrapponendo due figure uguali si avrà nuovamente la stessa figura, sovrapponendone due diverse, almeno una delle due ne risulterà accresciuta. Perché temiamo così tanto la diversità quando è l’unica cosa che ci fa crescere ed accrescere?

In ricordo di Claudio Rocchi

Il 18 giugno del 2013, a 62 anni, ci lasciava Claudio Rocchi. Chi ha una certa età se lo ricorda ai microfoni di “Per Voi giovani”, nei primi Stormy Six, cantautore raffinato, personaggio semplice e diretto.

Claudio ha lasciato il suo corpo, così avrebbe detto lui. Con queste semplici e drammatiche parole Susanna Schimperna, la compagna di Claudio Rocchi, ha fatto partecipi gli amici di quello che era successo qualche ora prima. Esattamente il giorno prima dell’inizio di una manifestazione dedicata al rock progressivo alla quale Claudio aveva lavorato da più di un anno e che lo avrebbe visto protagonista nella serata conclusiva insieme a Battiato ed a Maroccolo. Destino infame. La manifestazione aveva per titolo Per voi giovani, come la storica trasmissione radiofonica della RAI creata da Renzo Arbore che tanto seguito aveva avuto sin dal suo apparire nel 1966 e che tanto altro in più ne avrebbe avuto quando dal 1970 in poi ai microfoni si alternarono una serie di conduttori che avrebbero letteralmente sprovinciazzato l’ascolto radiofonico in Italia, facendo conoscere i Traffic, i Genesis, Cat Stevens, Crosby Stills Nash & Young, i Gentle Giant, Joe Cocker e tanti altri musicisti anglo-americani di primo e di secondo piano. Tra le voci di quella fortunata trasmissione – Paolo Giaccio, Carlo Massarini, Richard Benson, Fiorella Gentile, Raffaele Cascone e tanti altri negli anni a venire – c’era anche quella di Claudio, che curava un segmento del programma intitolato Spazio Rocchi. Me lo ricordo perfettamente quando, un pomeriggio dell’inverno 1971-1972, ci fece ascoltare un disco che lo aveva colpito particolarmente e che colpì particolarmente anche gli ascoltatori di Per voi giovani. Si trattava di If I Could Only Remember My Name di David Crosby.

Il suo modo semplice e diretto, in quelle trasmissioni, di miscelare con estrema naturalezza musica, filosofia e religioni orientali e occidentali senza essere mistico per forza, rendeva il suo spazio musicale un unicum radiofonico nel quale scoprire artisti difficilmente raggiungibili in altro modo. A quel tempo aveva appena pubblicato i suoi primi due album, Viaggio e Volo Magico n.1, due dischi molto interessanti ed assolutamente originali, così come del tutto originale è stato il suo percorso artistico, compresi l’esordio con gli Stormy Six, il periodo più rigorosamente elettronico e quello più direttamente legato alla International Society for Krishna Consciousness (ISKCON, quattro album tra il 1980 e il 1982). Una lunga pausa artistica (durata dodici anni) lo aveva allontanato dalla scena discografica fino alla metà degli anni Novanta, ma da quel momento in poi la sua musica aveva ricominciato a circolare copiosamente, tra dischi nuovi, ristampe degli album precedenti e antologie di provini homemade. Il progetto di spettacolo che avrebbe dovuto presentare con Maroccolo e Battiato al Festival Per Voi Giovani s’intitolava Aria di Rivoluzione, ed era anche il frutto di un lavoro discografico in avanzata fase di realizzazione portato avanti insieme a Maroccolo, che sicuramente vedrà presto la luce e che si annuncia di grande bellezza.

Ci manca la sua lucidità, la sua voglia di includere più che di escludere, la sua musica ricca e profonda, la volontà di non arrendersi anche nei momenti più difficili, la sua fiducia nel futuro, la sua capacità di stupirsi, nonostante tutto.

Unmade Beds di Deep Dyed (2023)

A tre anni dal loro omonimo EP di debutto a causa della pandemia, i Deep Dyed sono tornati con un album davvero riuscito. Il quartetto con sede ad Amburgo, caratterizzano il loro sound con un suono indie-pop stridente e post-punk melodico, termini che, anche se antipatici per la loro stretta “categorizzazione” servono per dare un segnale e far capire il genere sonoro sul quale si basano.
Unmade Beds è la colonna sonora ideale che aiuta a guardare il mondo con gli occhi curiosi di una mente che desidera meditare e farsi domande sull’esistenza mentre si sta bevendo il tè.
I Deep Dyed riescono a vestire le emozioni familiari dell’amore e della mancanza, della noia e della paura, dei sogni e dell’insonnia, della vita in una città moderna. A volte rumorosamente, a volte dolcemente, ma sempre con un’ambivalenza tra speranza e desiderio.

Ascolta l’album

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Popular Music (10. Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa

Nei due dischi di Miles Davis ‘In a silent way’ e ‘ Bitches brew’ facevano la loro comparsa alcuni musicisti che avrebbero scritto splendide pagine negli anni successivi, tra gli altri: Herbie Hancock (1940), Joe Zawinul (1932 – 2007) e Chick Corea (1941), il chitarrista John McLaughlin (1942) e il sassofonista Wayne Shorter (1933).
Da loro nacquero alcuni gruppi che avrebbero segnato profondamente questo genere musicale: la Mahavishnu Orchestra di McLaughlin, i Weather Report di Zawinul e Shorter o i Return to forever di Corea. Da tutti questi (e molti altri) sarebbe arrivato materiale assolutamente fondamentale per il prosieguo della storia del jazzrock, definito successivamente fusion.

Finora è stato trattato il jazz americano, tuttavia questo genere ha avuto un largo seguito di pubblico e musicisti anche in Europa.
Grande interesse è sempre stata la scena francofona rappresentata dal chitarrista Django Reinhartd, dai violinisti francesi Stephane Grappelli, Jean Luc Ponty e Didier Lockwood, dall’armonicista belga Jean Baptiste e dal pianista francese Michel Petrucciani (1962 – 1999)
Il panorama britannico ha dato il meglio di sé praticando territori di ricerca al confine con i rock come nella cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’. Musicisti come i sassofonisti Lol Coxhill ed Elton Dean, i chitarristi Allan Holdsworth, Derek Bailey o il citato John McLaughlin, il tastierista Keith Tippett e gruppi come i Soft Machine o i Just Us (di Elton Dean) hanno sempre proposto musica estremamente interessante.

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Ipse Dixit: «E’ nefando e ingiurioso per la tradizione e per la stirpe riporre in soffitta violini e mandolini per dare fiato a sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda. E’ stupido, ridicolo e antifascista andare in sollucchero per le danze ombellicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga da oltreoceano.» (Carlo Ravasio, Il Popolo d’Italia – 30 marzo 1929)

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Nel nostro paese arrivò durante la Prima Guerra mondiale con l’esercito americano ed ebbe subito una nutrita schiera di appassionati, sia tra il pubblico che tra i musicisti. Tuttavia conobbe un periodo di stasi durante il regime fascista che, in ‘difesa’ della musica italiana, lo bollò come ‘barbara musica negroide’, espellendola dalle trasmissioni radiofoniche dell’EIAR (l’ente precursore della RAI).
Dopo il periodo di oscuramento, il jazz riprese vigore dagli anni ’50 in poi, con gruppi come il sestetto di Gianni basso e Oscar Valdambrini o grandi solisti come Dino Piana (trombone), Enrico Intra e Renato Sellani (pianoforte), Franco Cerri (chitarra) e molti altri.
Una citazione a parte merita Giorgio Gaslini (1929 – 2014), uno dei primi ad ottenere fama internazionale, nel cui lavoro si fondono di volta in volta il rock italiano dei primi anni anni ’70, l’impegno politico, l’instancabile didattica (fu il primo a portare il jazz nei conservatori), l’interesse per la musica contemporanea o per la musica etnica (da leggere il uso ‘Musica totale’ del 1975).
Dai primi anni ’70, ricco è poi stato il panorama jazzrock: gruppi come Perigeo (straordinaria band in cui militavano grandi jazzisti come il pianista Franco D’Andrea, il sassofonista Claudio Fasoli, il batterista Bruno Biriaco, il contrabbassista Bruno Tommaso e il chitarrista Tony Sidney, gli Area (del fantastico cantante e ricercatore Demetrio Stratos) con una proposta in grado di toccare i generi più disparati, dal jazz, alla musica sperimentale, alla canzone di impegno politico, gli Arti & Mestieri, gli Agorà e molti altri.
Infine corre l’obbligo di ricordare operazioni estremamente interessanti realizzate a Napoli con la fusione tra jazz e altri ambiti musicali, per incontrare di volta in volta la canzone d’autore (Pino Daniele), il rock (Napoli Centrale, Osanna) o la musica etnica mediterranea (Tony Esposito, Tullio de Piscopo).
Senza dimenticare, oltre ai nomi citati, grandi maestri come i sassofonisti Mario Schiano (1933 -2008) e Massimo Urbani (1957 – 1993).il batterista Gilberto Gil Cuppini (1924 – 1996) o il direttore d’orchestra e polistrumentista Gorni Kramer (1913 – 1995). Altri nomi assolutamente degni di menzione: i trombettisti Enrico Rava (1939), Paolo Fresu (1961) e Fabrizio Bosso (1973), dei pianisti Franco D’Andrea (1941), Enrico Pieranunzi (1949), Danilo Rea (1957), Rita Marcotulli (1959) e Stefano Bollani (1972), dei sassofonisti Gianluigi Trovesi (1944) e Francesco Cafiso (1989)e  del batterista Roberto Gatto (1958)

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Disco: Paolo Fresu Quintet – The platinum collection (2008)

Tre cd celebrano un gruppo storico del nostro jazz. Ogni volume è dedicato a un tema: il primo alle ballads, il secondo al blues, il terzo al song. Pur con maggiore attenzione alle incisioni effettuate per la prestigiosa etichetta Blue Note, i brani percorrono l’intera carriera del trombettista. Ma se Fresu giganteggia, merito va dato ai suoi compagni di viaggio nel costruire un’architettura sonora tanto curata nei dettagli quanto emozionante all’ascolto. Grande Jazz anche quando Fresu e i suoi compagni di viaggio si accostano con infinita sapienza, anche a brani ‘facili’ della canzone d’autore italiana o dell’universo sudamericano.

Ascolta otto brani su radioscalo

Life di Ellen River (2023)

Una americana in Italia. Sebbene il nome faccia pensare altrimenti, Ellen River è una cantautrice italiana, precisamente emiliana, che con Life arriva al suo secondo disco, dopo Lost Souls.
Il suo stile narrativo è in grado di tradurre Life in un racconto di vita dove, rock, country, blues, soul, folk e bluegrass si intrecciano nel messaggio di chi ancora affronta la vita con ironia nonostante i bocconi amari, non si arrende e prova a stare bene sapendo ce la felicità è fatta di piccoli istanti.

Un doppio album che suona come un ‘piece de resistence’ della canzone d’autore italiana cantata in inglese, 27 canzoni profonde e per nulla intimidite dal confronto internazionale.

Ascolta l’album

Sospeso

Possiedo diverse opere di Marino Ficotto ma questa, in particolar modo, è la mia preferita. Acquarello su carta (50X30) dal titolo “Sospeso”, anno 2012.
Facile comprendere che quello raffigurato è un aquilone.

Un valore aggiunto a quest’opera è la sua cornice o meglio come è stata incorniciata, la carta infatti, non è appoggiata sul fondo ma sollevata di due centimetri, quelli che bastano per dare un senso di “sospeso”, come stesse volando.

La bella sensazione visiva che riesce a trasmettere è percepibile dal vivo, ma comunque anche così il suo valore è già di per se grande.