Steve Earle — I’ll Never Get Out of This World Alive (2011)

Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’.

In base al suddetto teorema, ‘I’ll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello!

Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo.

Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e con figli, attività politica, sostanze stupefacenti, carcere, disintossicazione, ecc. ecc. (Wikipedia), circostanze che hanno segnato profondamente la sua vita, ora sembra si sia ‘tranquillizzato’ e nel disco questa sensazione è palpabile.

Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni che formano i quaranta minuti di musica. Ballate folk elettriche ed acustiche, echi rock e blues, sentori popolari, tradizionali e ricordi ‘Guthriani’ sono gli elementi sonori del disco. Poi le liriche, la voce e la passione di Steve fanno di questo I’ll Never Get… un disco godibile e affascinante.

Un gioiellino quindi, probabilmente uno dei suoi più belli.

Artefatti di Internet #1

Con tutte le critiche che si possono fare, sempre e solo a causa dell’ignoranza, dell’ottusità, dell’invidia e della cattiveria umana, il valore che Internet ha avuto e continua ad avere è sicuramente superiore alla sua negatività. Anche il semplice fatto che mi stai leggendo, e quindi i blog e tutti i servizi di condivisione, esistono grazie a Internet e al web.
Non possiamo quindi che ringraziare questo servizio che ha rivoluzionato parte della nostra quotidianità.
A tal proposito pubblicherò dei piccolissimi post sugli “Artefatti di Internet”, rigorosamente in ordine cronologico, partendo dal 1977 fino ad arrivare al 2007, i primi trent’anni dove tutto è nato o meglio dove sono stati costruiti i pilastri, le fondamenta e tutto quello che poi sarebbe diventata la forma di comunicazione più importante al mondo. Dopo questi primi trent’anni i servizi offerti dalle varie piattaforme, in primis i “social”, se da un lato hanno aperto l’utilizzo a un grandissimo bacino di utenza, nello stesso tempo hanno appiattito un po’ la “rivoluzione” finora creata.
Ora c’è l’AI, l’Intelligenza Artificiale, e questo è un altro discorso… (continua…)

L’ umanità è una

Non esiste solo l’antisemitismo. E’ questo l’errore, marchiano, che la stampa e i social media stanno, al solito, veicolando. La questione Palestinese non è abbassabile ad un mero sdegno nei confronti di un popolo che ha subito l’odio più profondo e la persecuzione più sanguinosa della storia. Rimangono due binari separati e anche piuttosto nettamente. L’intrico eterno, purtroppo, del Medio Oriente merita un’attenzione così profonda che ridurre il tutto a questo non fa che portare confusione nella confusione.

Sarà banale, ma mai come dall’avvento delle Rete quasi ogni argomento è divenuto solo un chiassoso contrapporsi di urla, insulti e denigrazione. Complici per primo politicanti, mozzaorecchie e giornalisti proni che danno alle “menti semplici” (*) l’opportunità di mostrarsi, pavoneggiarsi sulle vicende mondiali. Quelle altrui ed intricate sono le migliori. Qui nessuno ha nulla da insegnare, se non i fatti, che sempre dovrebbero essere edulcorati dalle opinioni personali. I diritti umani sopra ogni cosa andrebbero incorniciati nella maniera più corretta e neutra possibile.

L’ umanità è una, con tutte le variabili infinite della singola persona, del pensiero proprio ed unico di ognuno. Naturalmente la formazione e la cultura fanno la differenza, così come -purtroppo- i credo religiosi, l’ambiente circostante, tutto. Proprio per questo, dal 1948, non esiste solo lo Stato di Israele, ma anche la Palestina. Anzi, prima di Israele era la Palestina.

La via più semplice sarebbe il silenzio, ma chi ha voglia di tacere? Io (noi) per primo trovo le scorciatoie per veicolare il “mio” pensiero, che non può mai essere così arrogante da credere di essere quello corretto, quello che scopre una verità che nessuno ha in tasca. Tutti colpevoli? In un certo senso sì, ma anche con il diritto inviolabile di esprimersi. Un’espressione che dovrebbe far crescere, portare all’approfondimento, al confronto. Un’utopia disdegnata per la vacuità dell’esposizione, del riscontro, dei pollici all’insù.

Per cui no e no. Non c’è solo l’antisemitismo. C’è anche l’anti mussulmano, l’anti cristiano, l’anti ragionamento, l’anti intelligenza, l’anti umanità in senso lato. Tutto un universo di incomprensione e odio che conduce all’unico risultato di fare dell’unico mondo che abbiamo un disastro di eccellente auto distruzione. Con il benestare di coloro che, in un anfratto della loro testa, pensano di essere immortali, evidentemente. La storia non insegna, perchè non si ascolta, non si legge: si vuole cambiarla per la propria opportunità, per un fine supremo volatile come il pensiero univoco.

Il singolo esiste come parte di una comunità globale. Abbastanza lineare da esprimere, quasi impossibile da capire.

(*) “The Jean Genie”, David Bowie, 1973.

Georgia O’Keeffe

Pink and Green Mountains

Sorvolando sulla biografia di Georgia O’Keeffe di cui potete trovare molte informazioni in rete, ho preferito soffermarmi solo sulle sue grandiose rappresentazioni della natura.
Fiori visti da molto vicino, riprodotti con una minuziosa attenzione ai dettagli è la sua peculiarità, ed è un’attenzione che mi trova molto vicino alla sua sensibilità in quanto anch’io amo queste inquadrature con la mia fotografia.

Ai fiori, che potete avere una piccola selezione in questo sito, ho preferito postare questi quattro dipinti.

Pink and Green Mountains, No. II

Nelle prime due straordinarie opere che portano il nome di Pink and Green Mountains, Georgia O’Keeffe ammalia gli osservatoti/spettatori, portandoli in un affascinante viaggio in un mondo di montagne rosa e verdi. Queste opere d’arte presentano un’accattivante miscela di colori, dove il rosa tenue (nella primo dipinto) si fonde armoniosamente con il verde naturale in modo seducente. La seconda opera si distingue per i suoi dettagli intricati e le dimensioni sbalorditive, permettendo di sentire la profondità delle valli, l’altezza delle cime delle montagne e la bellezza del terreno. Con Pink and Green Mountains, Georgia O’Keeffe incarna lo spirito incantevole delle montagne e la bellezza maestosa della natura.

Music, Pink and Blue

Nelle seconde due opere la O’Keeffe tocca un altro tasto a me molto caro: la musica. Per molti artisti d’avanguardia all’inizio del XX secolo, la musica ha offerto un modello per esprimere stati e sensazioni emotive non verbali. Georgia O’Keeffe era affascinata da quella che chiamava “l’idea che la musica potesse essere tradotta in qualcosa per l’occhio”. I suoi riferimenti alla musica nei titoli dei suoi dipinti derivavano dalla convinzione che l’arte visiva, come la musica, potesse trasmettere emozioni potenti indipendenti dal soggetto rappresentativo. In Music, Pink and Blue, le forme gonfie e ondulate implicano una connessione tra il visivo e l’uditivo, suggerendo anche i ritmi e le armonie che O’Keeffe percepiva in natura.

Music, Pink and Blue No. 2

Rete

Questa foto, come tante altre, non ha bisogno di descrizione, nasce così per caso. Si passeggia per un parco all’ora del tramonto e una vecchia rete, quasi arrugginita, è li ad aspettarti…

The Band & Robbie Robertson

The Band – Una sola formazione merita l’appellativo di “band più importante della musica americana degli anni Settanta” ed è stata quella di R. Robertson, R. Danko, L. Helm, G. Hudson e R. Manuel, ovvero la Band, il massimo riconoscimento al più nobile artigianato della musica. Tra il 1958 e il 1963 la Band entrò nella storia del rock suonando alle spalle di un Bob Dylan alla ricerca dell’elettricità.

La Band arrivava da un repertorio forte, ballabile e nero. Dylan portava con sè il proprio repertorio folk e country: l’insieme fu straordinario, dal vivo come in studio (basta riascoltare i Basement Tapes). Prima di Dylan i musicisti del gruppo non componevano le proprie canzoni, dopo l’incontro con il folksinger Manuel, Robertson e Danko iniziarono a mettere mano alle composizioni con risultati eccellenti. E’ con “Music from Big Pink”, del 1968, che la band mostra davvero se stessa al mondo. Il gruppo cantava e suonava come cinque distinte individualità che lavoravano insieme per lo stesso obbiettivo. C’era un suono collettivo ma era fatto da cinque persone differenti, da cinque voci e strumenti che mescolavano insieme folk, blues, gospel, r’n’b, classica e rock’n’roll. Era la musica americana, la storia della musica popolare americana, che veniva celebrata nella maniera più moderna e straordinaria da un gruppo di canadesi (tranne L. Helm) che sembravano conoscere gli Stati Uniti e la loro musica meglio di chiunque altro. Il secondo album, “The Band” del 1969, mostrò una formazione che era riuscita ad affinare ulteriormente le proprie doti compositive; “Stage Fright” del 1970, aggiunse alla già ricca poetica del gruppo il fascino del rock vissuto “on the road”. Gli anni dal 1971 al 1975 li vedono tornare in studio per “Cahoots” (1971), non particolarmente brillante, per un live, “Rock of Ages” (1972) e per una collezione di standard degli anni cinquanta “Moondog Matinee” (1973).

Ma è con Dylan che la Band tocca i suoi vertici, in “Planet Waves” del 1974 e nel travolgente “Before the Flood” del 1975, che i musicisti della Band segneranno con le proprie canzoni e con le proprie performance, sia da soli sia con Dylan, anzi, più da soli che con Dylan, una delle più belle stagioni della musica americana. Con lo straordinario “The Last Waltz” del 1978, firmato da Martin Scorsese, realizzeranno il più bell’epitaffio della loro straordinaria storia musicale.

Robbie Robertson – Dallo scioglimento della band nel 1976, R.R. scelse di allontanarsi dalla canzone e iniziare una collaborazione con Martin Scorsese che lo porterà, negli anni Ottanta, a firmare le colonne sonore di “Raging Bull”, “The King of Comedy” e “The Color of Money” (rispettivamente, “Toro Scatenato”, Re per una Notte” e “Il Colore dei Soldi”. Ma il cinema, nonostante il successo, non era abbastanza. Il ritorno alla canzone, anzi l’esordio come solista, arrivò nel 1987 con la pubblicazione del primo disco “Robbie Robertson”, realizzato con la collaborazione dei vecchi amici Rick Danko e Garth Hudson, ma soprattutto di Daniel Lanois e Peter Gabriel, un album essenziale per comprendere come la canzone americana degli anni Ottanta fosse uno straordinario crogiuolo di esperimenti, commistioni, rimescolamenti. Il disco di Robertson (seguito nel 1991, da “Storyville”, dedicato alla musica di New Orleans e, nel 1994, da “Music for the Native Americans”, un progetto teso al recupero delle sue radici indiane) fu uno dei migliori esempi del rinnovamento del rock, un esperimento riuscito di fusione tra l’eredità degli anni Settanta e le nuove sensibilità della musica nata dopo l’esplosione del punk. Per la prima volta, soprattutto, il rock degli States dedicava in maniera compiuta le proprie energie creative al recupero della musica indiana, l’unica a essere totalmente ignorata dal “melting pop” americano, in conseguenza di un atavico e poco elaborato senso di colpa nei confronti dello sterminio dei primi, originari, abitanti del Nuovo Mondo.

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Generazioni

La musica dimostra di non appartenere più alla sua generazione, nessuno può più dire “questa musica è mia!”. Ascoltare certa musica non ci fa più identificare con una età, e nemmeno serve a legare le generazioni. Oramai la musica, quella con la M maiuscola, abbatte le barriere del tempo e viene riletta e aggiornata nei suoi significati dai linguaggi correnti, arricchita, quindi, nel suo valore e apprezzata con forza, pur ignorando, in parte o in toto, le sue pulsioni originarie. A seguito e per la prima volta pubblico questo bel testo di Alfredo “Londra chiama” leggetelo, ne vale la pena.

(…) Quel giorno, vicino a me, era seduto un ragazzo che poteva essere mio figlio, un ventenne all’incirca, forse più giovane ancora. Aveva delle cuffiette e ascoltava musica a un volume spasmodico, al punto che udivo distintamente la sua musica anch’io.
(…) Stava ascoltando London Calling dei Clash il mio album preferito. La grande musica è tale perché non ci stanchiamo mai di ascoltarla, non ha etichetta, è eterna, inossidabile, galleggia (anzi naviga!) sulla miseria dei tempi, vi resiste incondizionatamente.
(…) Potete immaginare che emozione sentirlo riemergere dall’MP3 di un ragazzo che nel 1979 non era ancora nato. In casi come questi pensi che il tempo non si fermi soltanto per la musica, ma si fermi anche per te e ti consenta di fluttuare sugli istanti come sospeso, stabilendo così una sorta di fratellanza universale tra gli uomini, al di là delle singole età anagrafiche.

«London Calling!» dico al ragazzo sorridendo.

«Cosa dice?» urla senza nemmeno togliere le cuffiette. Ovviamente urla, perché è inondato di musica.

«London Calling!» ripeto «È London Calling!». Sorrido ancora.

Si toglie la cuffietta destra, una sola!, mi guarda pateticamente: «Cosa?» ripete ancora, stavolta senza urlare troppo.

«Dicevo: è London Calling!».«Sì!» risponde senza manifestare alcuna inflessione o debolezza emotiva e rimette la cuffietta. Tutto qui. Si limitò a dire “sì”.

Ma io non cercavo una conferma, la mia era una affermazione. Forse non ha capito bene la sfumatura, penso.

«Lo so che è London Calling» dico «volevo dire che lo conosco, che è il mio CD preferito!».

«Ah!» dice lui, ed è come dire: e chi se ne frega.

«Non ti sembra curioso che ascoltiamo la stessa musica a distanza di tanti anni cronologici e anagrafici?» dico con lo spirito di chi si sente di far parte di una comunità di eletti, ossia i patiti di musica pop-rock.

«È come se la musica unisse tempi e mondi diversi no? Oltre ogni classificazione! Un ponte (faccio anche un cenno con la mano)! Non ti pare?» aggiungo.

Passano alcuni secondi prima di una risposta. Poi dice: «A me sembra curioso che uno come lei, alla sua età, ancora ascolti questa musica…».

Alla mia età? E che c’entra la mia età. Come opporre distinzioni anagrafiche alla potenza eterna, dionisiaca della musica? Avrei voluto ribattere che l’età non c’entra, che io quella musica la ascoltavo a vent’anni, che oggi è come ieri, che l’entusiasmo è lo stesso, così la passione (anzi, di più) e chissà cos’altro ancora.

Lui intanto aveva rimesso le cuffiette ed era passato ad ascoltare altro, come se io non esistessi. Mi aveva già cancellato e non so nemmeno se mi avesse mai inscritto davvero nei suoi pensieri. Il volume è altissimo, tendo inevitabilmente l’orecchio e ascolto bene. Voglio esserne certo. Non è possibile, non ci credo, è Laura Pausini! Stava ascoltando Laura Pausini, vi rendete conto? Dopo i Clash, dopo London Calling, dopo London’s Burning, White Riot, Tommy gun, dopo il povero Joe Strummer che non c’è più, e che Dio lo abbia in gloria, dopo i cannoni di Brixton, e tu che non devi farti trovare disarmato quando busseranno alla tua porta, tu che non devi aspettare con le mani in testa ma con il dito sul grilletto (When they kick at your front door/ How you gonna come?/ With your hands on your head/ Or on the trigger of your gun). Dopo la celeberrima manifestazione di questo istinto prepolitico, radicale di ribellione instillato in musica divampante, dopo questo perfetto parricidio sociale e generazionale, lui meschino, lui giovane moderno cosa faceva? Lui ascoltava (Dio lo perdoni) Laura Pausini! E poi ero io quello strano. Niente di personale, si badi, ma il confronto proprio non reggeva. Dipingo sul mio volto lo sdegno e mi volto schifato (non posso fare altro).
(…) Sono pensieroso. Mi illudo sempre che sia possibile gettare ponti tra le persone, le culture e le epoche, e che la musica (la cultura, più in generale) sia uno strumento essenziale per far ciò. E ancora ne sono convinto, ma quel piccolo episodio mi aveva disorientato. Forse era lui, forse ero io, forse erano i fatti in sé. Forse il destino cinico e baro. Forse chissà. Ma stavolta il ponte non si era affatto disteso e, anzi, avevo percepito una sorta di isolamento, anagrafico ma anche culturale. La musica non etichetta, non incasella, anzi sovrasta le individualità; come un fluido universale penetra negli interstizi e risana ogni frattura. Tuttavia, quella volta l’alchimia non aveva funzionato, ed io questa benedetta etichetta me la sentivo appiccicata indosso davvero. Come se mi avessero chiuso in un box, in una specie di recinto anagrafico, non solo culturale, ma peggio: personale. Come se mi avessero messo una targhetta col codice a barre, e mi avessero deposto in un angolo del magazzino. Ci può stare, ci può stare senz’altro mi dicevo, è possibile che questo accada, anzi è un passaggio inevitabile, con il quale fare i conti. Col quale tutti faranno i conti. Sino a che, finalmente, un sottile e disincantato amor fati non mi prese pian piano.

Tornato a casa, ho messo sul piatto Rudie can’t fail. Sul piatto, dico, non nel lettore CD. Il vinile, non il digitale. Forse per marcare una distanza: degli anni, dei miei vent’anni. Nessuna rivalsa, soltanto un po’ di nostalgia, una momentanea debolezza, una piccola consolazione al tempo che fugge via come una lepre marzolina. Tutto qui.

Ian Carr with Nucleus — Labyrinth (1973)

I primi due album dei Nucleus, “Elastc rock” e “ We’ll talk about itlather”, conservavano una formazione fissa, che veniva ripetuta anche nel terzo, “Solar Plexus”, con la differenza che nuovi musicisti venivano aggregati alla formazione originaria.
Dopo lo sfaldamento degli originari Nucleus, dovuto soprattutto al progressivo passaggio di alcuni membri ai Soft Machine, Ian Carr si è deciso a concepire i Nucleus come un insieme intercambiabile, vivo e pulsante, di musicisti. Da questa concezione nasceva l’album “Belladonna”, interessante ma offuscato da molti momenti ancora incerti, troppo frenato rispetto alle possibilità degli eccezionali musicisti che vi partecipavano.
Con questo “Labyrinth” l’arte di Ian Carr torna a rinascere in tutto il suo splendore, in tutte le sue principali caratteristiche, che sono l’estrema raffinatezza degli arrangiamenti, la particolare potenza espressiva e la grandiosità delle parti strumentali corali, e un jazz d’avanguardia che non dimentica però la lezione tradizionalista dello swing, del ricco sound da grande orchestra.
L’album non fornisce alcuna indicazione sulle condizioni della registrazione, ma possiamo presumere che si tratti di una esecuzione dal vivo: stupisce la particolare limpidezza del suono, mentre i sussulti, gli spasmi, le impennate, la dolcezza, la gioia pulsante e onnipresente del fluire sonoro inducono l’ascoltatore a un sentimento di esultanza.
Ian Carr alla tromba si è ormai lasciato alle spalle le ultime scorie di imitazione davisiana, e le sue tessiture spesso acute e spezzate, costituiscono il perno conduttore per tutta una eccezionale schiera di strumentisti: dal bassista Roy Babbington (Soft Machine), al tastierista Dave McRae (Matching Mole), al sassofonista Brian Smith (unico superstite degli originari Nucleus), al trombettista Kenny Wheeler, al pianista GordonBeck, alla cantante Norma Winstone e altri ancora.
Una sostanziosa parte della crema del nuovo jazz inglese riunita per un disco eccezionale: Labyrinth è una lunga suite ispirata alla mitologia del Minotauro dell’antica Grecia, come dimostrano i suggestivi titoli dei sei movimenti che la compongono: Origins, Bull-Dance, Ariane, Arena, Exultation e Naxos.
Ian Carr con questo stupendo album, dimostra veramente la veridicità e la rivoluzionarietà del suo modo di concepire i Nucleus: un insieme estremamente variabile di musicisti che ruotano intorno alla sua figura, una formazione in continua mutazione che rispetti e rappresenti egregiamente l’estrema fluidità che caratterizza tutto l’ambiente del nuovo “jazz” inglese.

Uva

Grappoli d’uva in via di maturazione.
Nei mesi di luglio e agosto l’uva si “tinge”, cambia colore: siamo all’invaiatura. Il verde lascia il posto al rosso o al giallo, e tra poco anche i tralci cambieranno colore, da verde a marrone.