Popular Music (14. Europa – Il rock degli anni ’60)
Europa – Il rock degli anni ’60
Torniamo indietro: alla fine degli anni ’50.
In quel periodo, il rock’n’roll sbarcò in Inghilterra dove già erano arrivati da oltre Oceano il blues e il jazz degli States e dove aveva grande seguito lo skiffle, un genere ritmico di derivazione jazzistica.
Di fatto fu dall’unione di questi generi musicali che prese origine (e peculiarità) il rock inglese, in qualche maniera abbastanza differente da quello americano dello stesso periodo.
I primi ad avere successo con questa formula furono gli Shadows del cantante Cliff Richard, ma il primo grande fenomeno musicale (ma anche sociale) britannico fu rappresentato all’inizio degli anni ’60, dai Beatles. Chi però trovava Paul, George, Ringo e John troppo ‘puliti’ ed ‘educati’ (non certo gli adulti che comunque giudicavano indecenti e sovversivi quei ‘capelloni urlanti’), optava per gli storici antagonisti, i Rolling Stones: ‘brutti, sporchi e cattivi’, come si diceva all’epoca, e molto più duri (musicalmente). Con album epocali come ‘Their satanic majesties request’ (1967), ‘Sticky fingers’ (1971) o ‘Exile on Main Street’ (1972) gli Stones si imposero come uno dei gruppi più importanti e influenti del mondo, statura artistica che tuttora mantengono, mezzo secolo dopo la loro esplosione!
Beatles e Rolling Stones erano i principali esponenti di un genere musicale (ma anche di una moda e di u fenomeno di costume che presto invase tutta l’Europa e successivamente l’America con la cosiddetta British Invasion) chiamata beat, che prevedeva comunque ancora brani di grande semplicità musicale e testi decisamente disimpegnati.
Era un panorama musicale popolato da decine e decine di band (tra cui i Kinks, i primi Who, e poi Hollies, Zombie, Small Faces…) che influenzò tutta la musica europea.
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Ipse Dixit: «Caro direttore, ho paura che presto ci capiti un’altra sciagura nazionale: sento dire che presto verranno anche in Italia i Beatles, quattro giovanotti disertori della vanga che col loro jazz fanno impazzire mezza Europa. Quando la finiremo a calpestare le aule del bel canto italiano?» Ugolino Pieracei – Lettera alla Domenica del Corriere del 1 marzo 1964.
«Egregio Direttore, non crede che Beatles che godono di una libertà fanatica, corrompano i costumi dei nostri giovani? Quei capelli lunghi, quegli urli, quella volgarità non producono nulla di buono.» Ettore Massa – Lettera a Gente dell’8 settembre 1965.
«Egregio Dottor Rusconi come, dunque, questi impudenti urlatori d fiera sarebbero degli artisti? Ma, in nome di Dio, cos’è l’arte? I Beatles sono dei forsennati che alla maniera delle baccanti inscenano spettacoli rumorosi e quasi orgiastici tra una musica assordante e movimenti incomposti.
L’esaltazione di autentici mostri che tuttavia vanno per la maggiore deve finire.» Colonn. Giuseppe Bellacosa – Lettera a Gente del 3 novembre 1965.
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Per molti storia di popular music, il gruppo di Paul McCartney (voce, basso), John Lennon e George Harrison (voce, chitarre) e Ringo Starr (batteria) è da considerare il più importante fenomeno musicale e di costume di tutti i tempi.
Anche se a molti ascoltatori di oggi tale asserzione può sembrare esagerata e contestabile, essa è probabilmente giustificata. Dunque va spiegata.
L’esplosione dei Beatles avvenne nei primi anni ’60, quando il rock aveva già avuto un idolo amato e imitato come Elvis Presley. Ma, in Europa, Elvis non aveva avuto lo stesso impatto che negli USA, i Beatles, invece, finirono molto presto per influenzare non solo tutta una generazione di musicisti, ma anche il modo di pettinarsi, di vestirsi e di atteggiarsi di milioni di giovani del Vecchio Continente: era la prima volta che nel Vecchio Continente un cantante o un gruppo aveva una tale rilevanza sociale.
Ma i quattro di Liverpool sono stati fondamentali soprattutto dal punto di vista musicale. Perché se è vero che nei primi album i Beatles si muovono sulla falsariga di generi già collaudati (il rock’n’roll, prima, il beat, dopo), con l’andare del tempo essi riuscirono a maturare uno stile musicale personalissimo e ad inserire nelle canzoni talmente tante invenzioni e innovazioni tecniche e musicali da influenzare in maniera determinante il modo di comporre, di arrangiare e di registrare in ambito rock, aiutati in maniera determinante in questo percorso dal geniale produttore George Martin.
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Disco: The Beatles – Revolver (1966)
Ecco l’album in cui i Beatles si tuffarono a pesce nella ricerca e nello sperimentalismo sonoro oltre a toccare tutti gli argomenti, dalle tasse al buddismo, esplorando tutti i generi musicali: dalla canzonetta infantile (Yellow submarine) al rhythm’n’blues (Got to set you into my life), dal pop psichedelico (She said she said) alla musica orientale (Love you to), al blues (Taxman). Poi ci sono i capolavori intramontabili. Come Eleanor Rigby, scritta da Paul e arrangiata da George Martin con l’uso geniale di un doppio quartetto d’archi: il suo splendido testo, nella parte conclusiva, con la morte della protagonista e il prete che si pulisce le mani dalla terra allontanandosi dalla sepoltura, non mancò di sconvolgere il pubblico. O come Tomorrow never knows che è la canzone più sperimentale mai incisa dai Beatles fino a quel momento. Il testo ispirato al tibetano ‘Libro dei morti’ è cantato da John con al voce filtrata da un amplificatore Leslie per organo, ottenendo un’atmosfera quasi mistica. Scritto da Lennon sotto l’influsso dell’LSD (il ‘Libro dei morti’ è testo di riferimento della cultura lisergica) parla dell’acido e del suo universo. In questo senso, è stato uno dei brani più socialmente influenti del gruppo.
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Naturalmente, negli anni ’60 in Gran Bretagna non c’erano solo gruppi beat. Accanto a questa musica di fatto più ‘commerciale’ e di facile ascolto, una fiorentissima scena di derivazione blues vedeva la presenza di personaggi come Eric Clapton (1945) e suoi Cream, Jimmy page, che avrebbe formato i Led Zeppelin, John Maya, Eric Burdon e gli Animals.
A metà del decennio, poi, assieme a quella americana prendeva corpo una scena psichedelica inglese, alla quale si collegarono gruppi come i Pink Floyd di Syd Barrett, i Soft Machine e tutta la cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’, una interessantissima scena fiorita nell’omonima cittadina. Oltre, come visto agli stessi Beatles.
E poi, quello che viene considerato il più grande chitarrista della storia del rock: Jimi Hendrix (1942 – 1970), nato negli Stati Uniti, a Seattle, ma anche in Inghilterra trovò la propria consacrazione.
Hendrix rappresentò, nella seconda metà degli anni ’60, il confluire di una miriade di influenze, musicali ma non solo: nel suo stile erano mescolati psichedelia bianca e blues nero, rock e rhythm’n’blues. Artista dalla presenza carismatica sul palco, con la sua tecnica chitarristica straordinariamente innovativa e grazie ad un suo rivoluzionario di effetti, echi e feedback, riusciva a trarre dal suo strumento suoni mai sentiti prima. Indubbiamente, Hendrix è stato il chitarrista con maggiore influenza su generazioni e generazioni di musicisti: il suo mito, alimentato dalla morte prematura (destino comune a tanti dall’epoca) ha comunque solidissime basi nei quattro album realizzati in vita (‘Are you experienced’, 1967, ‘Axix: bold as love’, 1967, ‘Elettric ladyland’, 1968 e ‘Band of gypsy’, 1970), ben più che nelle decine di dischi realizzati con vecchio materiale a suo tempo scartato, pubblicato dopo la sua morte.
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Disco: Jimi Hendrix – Elettric ladyland (1968)
L’ultimo album in studio di Jimi Hendrix rappresenta forse anche il vertice della sua ricerca sonora. Il lavoro raccoglie infatti un’enorme quantità di idee e di intuizioni che avrebbero fatto scuola per decenni. La concretezza e la carnalità del blues incontra l’evanescenza e le dilatazioni della psichedelica in un matrimonio sulla carta (ma non sul vinile) impossibile: così, per una terrena Voodoo Chile, abbiamo un’eterea Have you ever been (to Eletric ladyland) e accanto al messaggio universale della dilaniata All along the watchtower, l’intimità personale di Gypsy eyes, dedicata alla madre. Un doppio album pieno di rimpianto per quanto Hendrix avrebbe potuto dare alla musica se altri (falsi) paradisi non l’avessero rapito.
Artefatti di Internet #2 – Mappa di Arpanet (1977)

L’immagine postata è una mappa di Arpanet, il precursore di Internet, che mostra i 111 terminali di computer collegati alla rete nel 1977. Arpanet è stato creato dal Dipartimento della Difesa per consentire ai ricercatori di condividere informazioni e risorse. Inizialmente la rete era limitata alle università e agli istituti di ricerca. Nel 1983 Arpanet contava oltre 4.000 computer collegati e un numero crescente di utenti di posta elettronica. Il rapporto di completamento di Arpanet concludeva che “l’impatto completo dei cambiamenti tecnici messi in moto da questo progetto potrebbe non essere compreso per molti anni.”
Arpanet (acronimo di “Advanced Research Projects Agency NETwork“, in italiano “Rete dell’Agenzia per i progetti di ricerca avanzati“), anche scritto ARPAnet o Arpanet, fu una rete di computer studiata e realizzata nel 1969 dalla Darpa, l’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, responsabile dello sviluppo di nuove tecnologie ad uso militare di cui anche gli universitari potevano fare uso. Da questa rete, creata per collegare due università americane e utilizzata solo in seguito a scopi militari, si originò a partire dal 1983 l’attuale rete Internet. (continua…)
Versiaku n°55
Foglie dipinte
Terreni distratti
Nasce l’autunno
Autumn #2/3
Area — Arbeit macht frei (1973)
C’è ancora bisogno di commentare un’opera come questa?, di dire chi era ed è diventato per tutti i cultori della musica sperimentale, Demetrio Stratos? Io credo di si.
Basta ascoltare Arbeit Macht Frei, per capirlo.
Se pensiamo poi che un genio della sperimentazione musicale, un rivoluzionario dello “strumento-voce”, ma soprattutto un uomo dotato di un’umanità fuori dal comune ci ha lasciati, lasciando un vuoto culturale, prima ancora che musicale, incolmabile, sono ancora più convinto del si.
Arbeit Macht Frei è una delle cose musicalmente più interessanti che si siano mai realizzate in Italia.
Gli Area al di là di certe pretese social-politicizzate, sono il primo gruppo che nella nostra nazione si pone come obbiettivo l’avvicinamento di una grossa fetta di pubblico ad un tipo di musica nuova e non facilmente alla portata di tutti.
La struttura portante di questa opera è lo studente di architettura allora ventisettenne Demetrio Stratos, 7000 Hz di estensione vocale, la rivoluzione storica della voce italiana di tutti i tempi, un personaggio sensibile al periodo storico e sociale in cui vive. Con Demetrio la voce diventa per la prima e forse ultima volta strumento musicale a tutti gli effetti, le sue corde vocali prendono posizione all’interno di questo “international popular group”, formato da Giulio Capiozzo — Percussioni, Yan Patrick Erard Dyivas — Basso/Contrabbasso, Patrizio Fariselli — Piano/Piano Elettrico, Gianpaolo Tofani — Chitarra Solista/VCS3 eBusnello al sax.
Musicalmente “Arbeit Macht Frei” offre ottimi spunti che vanno dall’improvvisazione free jazz (con i suoi limiti) al rock e alla musica etnica.
In questo contesto il disco unisce avanguardia e tradizione popolare regalando alcune situazioni molto godibili e trascinanti che hanno reso caratteristico il suono “area”.
“Luglio, agosto, settembre (nero)” è il brano che senza dubbio sintetizza queste soluzioni al meglio, grazie anche a uno strepitoso tema strumentale. Non manca poi qualche momento sperimentale come “L’abbattimento dello Zeppelin” o più incline al jazz-rock come “Le labbra del tempo”. Gli altri tre brani che completano il disco: Arbeit Macht Frei, Consapevolezza, 240 Chilometri Da Smirne, completano quest’opera unica nel panorama musicale Italiano.
Una musica libera e naturale, difficile da spiegare a parole. Qualcosa in sintesi di veramente nuovo per noi (ricordiamoci che siamo nel ‘73), che lascerà, com’ è stato, un segno indelebile.
Obbligatorio nella nostra collezione musicale.
Scott William Urquhart & Constant Follower – Even Days Dissolve (2023)
La luce guida di questo album è il poeta Norman MacCaig, la cui lunga carriera è stata trascorsa osservando con accuratezza microscopica i paesaggi naturali della Scozia e il loro rapporto con le vite umane, spirituali e fisiche.
Ciò che rende unico e profondamente poetico Even Days Dissolve, al di là delle analisi più o meno minuziose delle sonorità che lo caratterizzano, è l’evidente amore che i suoi artefici vi hanno infuso. L’atmosfera che si respira tra i solchi (come si diceva una volta) di questo album è la stessa che potremmo trovare in una serata tra amici che suonano per il piacere di farlo e che contemplano, ammirati, la fragilità e la vastità della natura e l’infinita bellezza della poesia.
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l Buddambulo #2
Se il mio essere marxista apparteneva a un passato e neanche tanto recente, dove la religione era l’oppio dei popoli, le due “a” invece: agnostico e antireligioso, erano ancora presenti.
Più passava il tempo, più il Buddismo lo sentivo nelle mie “corde” e più mi apparteneva. Agnostico lo ero ancora ma presto lo avrei messo in discussione (lo vedremo più avanti), mentre antireligioso lo ero e lo sarei rimasto ancora.
Se a “religione” attribuiamo il significato di “legarsi” (dal latino “religo”) a un Dio trascendentale, allora senz’altro il Buddismo non è una religione. Il Budda, infatti, non è una divinità, e l’azione spirituale del Buddista è volta a manifestare il potenziale “illuminato” presente dentro la sua esistenza.
Il Buddismo è soprattutto una via spirituale, un’esperienza mistica nella quale l’essere umano realizza se stesso “da solo”, con le sue forze e senza alcun aiuto esterno. Questo percorso è caratterizzato da “benevolenza” o “compassione”, cioè da un interesse attivo per gli altri, per l’ambiente e per la società, dal sentirsi parte di un legame profondo e inscindibile che unisce tra loro tutti gli esseri viventi e l’universo.
E’ grazie a questa grande e profonda differenza con le religioni monoteiste dove si ha fede in una sola divinità identificata (Dio per esempio), che sentivo l’appartenenza, la vicinanza e la profondità del Buddismo e la consapevolezza che non l’avrei mai abbandonato.
Da quella prima riunione nel lontano 1999, non ho più smesso di essere, di sentirmi Buddista. Ci sono stati dai momenti di crisi, dei momenti “down” ma mai nei confronti della pratica Buddista, ma solo ed esclusivamente con dei “modi” e/o con delle “persone” come è normale che sia.
Anzi più il tempo passa più mi rendo conto di quanto sia importante l’umanesimo Buddista. Quanto sia interconnessa la nostra vita con la natura, con il mondo, con l’universo.
Sempre più mi sono reso conto e continuo ad esserlo, della “non dualità” tra noi e la fauna, tra noi e la flora, tra noi è l’essere umano qualunque esso sia. Se ci si rende conto che facciamo parte di un tutt’uno, che non può esistere l’altro senza di noi e viceversa, che è attraverso le nostre scelte, le nostre azioni che possiamo cambiare le sorti del mondo, allora si ha capito cosa sia il Buddismo.
«La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità» (Daisaku Ikeda, RU, IV)
Cercherò, nei prossimi post, di dare il mio piccolo contributo sulla conoscenza di questa filosofia di vita, cercando, vista la grande vastità di contenuti, di dare spazio essenzialmente ai principi basilari. (Continua)








