Appunti Corti #4
“Le serie televisive (o più semplicemente, serie TV) sono delle opere composte da episodi, ovvero segmenti narrativi con trame prevalentemente chiuse, personaggi solitamente fissi e set ricorrenti.”
Da anni imperversano nelle tv, offerte da Netflix, Prime, Apple TV e non solo. Leggo che è in uscita una serie sulla “leggendaria storia degli 883”, ecco, non non me ne vogliano i loro fan ma un dubbio mi sorge spontaneo: vedremo prossimamente una docufiction sull’epica avventura di Giovanni, amministratore di condominio che affronta un ammanco della precedente gestione?
William Fitzsimmons — Gold In The Shadow (2011)
Quello che traspare fin dalle prime note di Gold in the Shadow è una particolare e marcata intimità. Lo stile dato dalla voce e dalla sonorità raffinata, lieve e crepuscolare di William Fitzsimmons, suggeriscono un viaggio emotivo nei meandri del suo, del nostro ‘essere’.
William Fitzsimmons psicoterapeuta oltre che musicista, descrive le sue canzoni come una continua lotta contro i suoi demoni, le sue paure.
Figlio di genitori ciechi e con un passato da malato mentale, la sua non è stata certo una vita facile, i suoi testi ne sono la testimonianza, la musica ne è la rivincita.
Gold In the Shadow è il suo quarto lavoro e pur non discostandosi molto dal suo “The Sparrow and the Crow”, considerato il più bel disco/rivelazione folk del 2009, ci regala dieci ballate acustiche di asciutto folk con un equilibrato uso di ‘elettronica’ e ‘archi’.
Gold In The Shadow è un’opera profonda che tocca le corde più sensibili dell’uomo. Descrive in maniera poetica “stati” di anime in pena, riuscendo pur malinconicamente, ad infondere una sorta di speranza.
Non c’è molto altro da aggiungere su questo lavoro di William. Quando mi succede di ascoltare un disco per tantissime volte di seguito vuol dire che mi ha ‘preso’ e Gold In The Shadow ha avuto questo potere.
Personalmente lo trovo molto affascinante e coinvolgente.
Artefatti di Internet #22 – Geocities (1994)

Lanciato nel 1994, Geocities era un servizio di hosting di siti Web con una svolta unica. Invece di limitarsi a ospitare siti Web, il sito consisteva in “quartieri” virtuali che consentivano agli utenti di decidere dove impostare la propria pagina. C’era il quartiere “Hollywood” per i siti di fan e celebrità e “Area51” per la fantascienza e il fantasy. Geocities aveva una mappa 2D interattiva, che permetteva agli utenti di navigare attraverso questi spazi virtuali. Per i nuovi utenti di Internet, questa rappresentazione virtuale del mondo reale ha contribuito a rendere le complessità di Internet più comprensibili e divertenti. Ha creato un modo semplice per scoprire nuovi contenuti e persone e ha dato a molti la loro prima “casa” virtuale su Internet.
Al suo apice, nel 1999, Geocities contava quasi 38 milioni di utenti ed era uno dei principali protagonisti degli albori del web. Era una parte importante della cultura del primo web ed era usato da molti per ospitare homepage personali, pagine di fan e siti web aziendali.
Geocities offriva diverse caratteristiche uniche che lo distinguevano da altri servizi di web hosting. Permetteva agli utenti di rendere i loro siti web più professionali, fornendo modelli personalizzabili, e offriva una serie di quartieri virtuali, ai quali gli utenti potevano unirsi per interagire con persone che la pensavano allo stesso modo.
Geocities ha chiuso a marzo del 2019. (continua)
Appunti Corti #3
Questa è la destra estremista, farisaica, clericale e assassina che si prepara a sbarcare in Europa. Non gli interessa chi muore in guerra, sotto occupazione straniera, di fame o di eventi climatici estremi. Non gli interessa nemmeno la vita in astratto perché sanno che con gli aborti clandestini muore più gente. Gli interessa soltanto controllare la vita e gli uteri di donne libere che esercitano i loro diritti sessuali e riproduttivi. Per sconfiggerla serve più educazione sessuale a scuola.
Francis Picabia
“Per avere idee pulite bisogna cambiarle come le camicie”. Basta questa frase, scritta nel 1922 da Francis Picabia, per capire lo stile eclettico e dinamico di uno dei pittori più prolifici e particolari della prima metà del Novecento.

Francis Picabia (1879, Parigi – 1953, Parigi) è stato un pittore, designer e illustratore francese. Era anche uno scrittore. È stato coinvolto con l’impressionismo, il cubismo, il dadaismo e il surrealismo. Picabia era figlio di padre cubano e madre francese. Dopo aver studiato all’École des Arts Décoratifs (1895-1897), dipinse per quasi sei anni in stile impressionista.

Nel 1909 adottò il cubismo e, insieme a Marcel Duchamp, fondò nel 1911 la Section d’Or, un gruppo di artisti cubisti. Quando Picabia si allontanò dal cubismo all’orfismo (una variazione più lirica del cubismo), i suoi colori e le sue forme divennero più morbidi. Nel 1915, Picabia, Duchamp e Man Ray svilupparono una versione americana di Dada a New York. Questo movimento artistico fiorì in Europa e a New York dal 1915 al 1922 circa.

La fama di Picabia è legata al dadaismo, all’invenzione del ‘macchinismo’: meno conosciuti sono il resto della sua carriera artistica, la sua importanza storica. Ostinandosi ad evadere dalle etichette, ha messo in crisi categorie radicate fin dentro l’avanguardia di cui è stato uno dei campioni più provocatori, fino a scardinare quella stessa idea di avanguardia quando si fossilizza in una pigra stasi.

Compagno di strada e di scandali di Duchamp e Apollinaire prima, di Tzara e Breton poi, non si limita a dipingere, ma promuove e realizza riviste dall’impianto inedito, interviene in manifestazioni, fa teatro e cinema, ma soprattutto scrive poesie all’apparenza assurde, che gli guadagnano un posto di riguardo anche in campo letterario.

Appunti Corti #2
Sono 50anni che seguo Bruce Springsteen musicalmente e altrettanti per riuscire a sentirlo in concerto dal vivo. Per una serie di motivi, legati al lavoro, al tempo e ad altre motivazioni più o meno importanti, non sono mai riuscito a esaudire questo mio desiderio. Due anni fa con il “clickday” per il concerto di Ferrara non sono riuscito a prenotare per una manciata di secondi, l’altro anno per quello di Milano si. Prenotato i biglietti e prenotato anche il B&B per la notte. Tutto bene quindi, e parlo di prenotazioni fatte quasi un anno fa. Ieri leggo del suo concerto annullato a Marsiglia, incrocio le dita ma c’è una settimana davanti, si metterà in “sesto”, penso. Oggi la doccia fredda. Le due date di Milano annullate. Quando si dice sfiga.
Chi abbandona un cane non paga mai
La gestione dei randagi pesa sui bilanci dei Comuni. Perché rintracciare chi si macchia di questo reato è quasi impossibile
I cani catturati perché trovati vaganti senza la prescritta museruola devono essere sequestrati nei canili comunali per un periodo di 3 giorni. Trascorsi i 3 giorni senza che i legittimi possessori li abbiano reclamati e ritirati, i cani sequestrati devono essere uccisi con metodi eutanasici ovvero concessi ad istituti scientifici o ceduti a privati che ne facciano richiesta (…)».
È l’articolo 85 del Regolamento di Polizia Veterinaria emanato con decreto n. 320 del Presidente della Repubblica Italiana, l’8 febbraio del 1954, per una questione di sanità pubblica. Prendo spunto da questo regolamento, rimasto in vigore fino al 1991, per parlare dei cani, quelli che girano per le strade senza un padrone. La mattanza dei cani abbandonati è finita. Ma ancora esistono Paesi del colto Occidente e degli Stati Uniti, in cui l’uccisione dei cani vaganti è una pratica ammessa. In Italia non si vedono quasi più randagi. Al Sud, in alcune zone, il rischio di imbattersi in un branco di cani senza padrone c’è ancora. Per gestire il fenomeno, i Comuni sono stati obbligati a dotarsi di un canile municipale per la gestione dei cani smarriti o abbandonati. La tracciabilità è assicurata dal microchip e dall’iscrizione all’anagrafe canina che è obbligatoria da anni, anche se non tutti lo sanno.
La maggior parte dei cani detenuti nei canili è priva del riconoscimento e per questo è impossibile risalire al proprietario che si è reso responsabile del reato di abbandono. I canili, in convenzione con le amministrazioni pubbliche, devono dividere l’impianto in due parti: il rifugio, riservato ai cani in attesa di adozione, e il canile sanitario, che serve da stallo per le prime cure dove sostano per un massimo di 60 giorni. Ma chi paga tutto questo? Le spese per recupero, cure, gestione e stallo dei cani vaganti spetta ai Comuni, che spendono i soldi dei cittadini per accollarsi il costo di cani che qualcuno ha abbandonato. La legge n. 281 del 1991 ha rivoluzionato tutto: il divieto di uccisione di cani e gatti è legge. Ma adesso aspettiamo la revisione del codice penale per i reati contro il maltrattamento di animali. (via | l’Espresso)
Appunti Corti #1
La democrazia e i diritti, la pace e la sicurezza, il benessere e la salute, la prosperità culturale e ambientale sono cose fragili che è molto facile distruggere e molto difficile ricostruire. Se non curiamo quotidianamente il giardino della politica, progettato con pesi e contrappesi che ci liberano naturalmente dai parassiti e dalle erbacce, una volta che il giardino diventa arido è inutile e dannoso bombardarlo di pesticidi nell’illusione che la forza della chimica possa compensare l’incuria.





