In Italia vengono macellati 675mila animali al giorno, quasi 500 al minuto. Mucche, vitelli, polli, tacchini, maiali e agnelli, l’industria della carne ci porta dati raccapriccianti. 40 milioni di animali in Europa vivono in allevamenti intensivi e sovraffollati. Animal Equality denuncia da tempo gli abusi subiti dagli animali in Italia e nel mondo, tra malattie, maltrattamento genetico, violenze e soprusi. In alcuni casi non hanno neppure limiti di legge, come nel caso dei pesci. I dati però affermano che i cittadini europei non ci stanno: il 94 per cento degli europei e il 93 per cento degli italiani ritiene che gli animali abbiano bisogno di un ambiente adatto alle loro esigenze fondamentali. Gli animali meritano di meglio.
E’ pur vero che alla mia età pensare e parlare di obiettivi, aspirazioni e futuro può sembrare anacronistico ma credo che nei limiti razionali (ma anche no) non possa che far bene. Nel mondo di oggi bombardati da stimoli esterni è facile lasciarsi prendere dal trambusto della vita. Scorriamo costantemente i feed dei nostri social media, controlliamo la posta elettronica e rispondiamo alle notifiche, lasciando poco tempo per la riflessione silenziosa e l’introspezione. Tuttavia, prendersi del tempo per fermarsi e pensare ai propri obiettivi, aspirazioni e sogni è fondamentale. Proprio come un contadino si prende cura dei propri raccolti, dobbiamo coltivare i nostri sogni prestando loro la nostra attenzione e concentrazione. È facile lasciare che i nostri sogni si perdano tra le erbacce della vita quotidiana, ma trovando il tempo per pensarci consapevolmente, diamo loro il nutrimento di cui hanno bisogno per crescere e fiorire. Anche pochi minuti di riflessione ogni giorno possono fare una differenza significativa. Prendendo il tempo per una riflessione silenziosa e per stabilire le intenzioni, ci mettiamo in vantaggio. Quindi, prendiamoci qualche minuto ogni giorno per fermarsi, riflettere e sognare. Il nostro futuro ci ringrazierà per questo.
Sbaglierò, ma ho sempre pensato che i cambiamenti migliori della storia siano avvenuti partendo dal basso, per questo l’idea che un gruppo di persone, di destra o di sinistra, sedute a Bruxelles (o sedute a Roma o negli uffici del Comune di una città) possa migliorare le nostre vite tramite leggi che metteranno ordine a una società (o una città) dove gli ultimi non hanno soldi per il pane, e i primi cambiano cravatta ogni giorno, non coincide per forza con il progetto di una società migliore. Il solo cambiamento verso una società migliore potrà avvenire in modo drastico, così ci insegna la storia, ma in attesa di una rivoluzione che non scoppierà, esistono altre forme di sopravvivenza. Si chiamano solidarietà, autogestione, condivisione, partecipazione dal basso per il basso… Brevi fiammiferi fini a sé stessi? Forse, ma anche piccole scintille per illuminare momenti e spazi di libertà dentro al nulla che avanza inesorabile.
Il 13 giugno 1979 muore in una clinica di New York Demetrio Stratos, una delle voci più significative della musica degli anni Settanta. Nessun altro cantante, tra quelli a noi noti, ha approfondito e sperimentato quanto lui lo studio delle potenzialità di quel meraviglioso strumento che ciascuno porta con sé: la voce. Si faceva chiamare Demetrio Stratos ma il suo vero nome era Efstràtios Dimitrìu (Ευστράτιος Δημητρίου), un nome già di per sé traboccante di suoni, di intrinseca musicalità. Un nome indissolubilmente legato agli Area, gruppo protagonista della scena progressive rock italiana degli anni ’70, musicisti d’eccellenza che seppero andare oltre quella cornice, svincolandosi dai canoni prevalenti del genere e incamminandosi sui nuovi percorsi del nascente jazz-rock americano, antesignano della fusion. Nell’evoluzione artistica degli Area, Stratos ebbe una funzione importantissima. Possiamo valutare il suo spessore e la sua complessità culturale, prima ancora che la sua tecnica vocale, solo conoscendo le sue origini e suoi principali percorsi artistici e di vita. Stratos nacque il 22 aprile 1945 ad Alessandria d’Egitto, da una famiglia greca; già dalla nascita fu presente in lui un certo cosmopolitismo che più avanti si sarebbe accentuato ulteriormente. Nell’arco di tredici anni, riuscì ad inglobare uno straordinario caleidoscopio di suoni, accenti, intonazioni. Cominciò subito a frequentare il conservatorio studiando il pianoforte e la fisarmonica fino ai dodici anni, quando il colpo di stato di Nasser ai danni di re Faruq cambiò sensibilmente la situazione politica in Egitto. Si trasferì a Cipro dove continuò i suoi studi al Collegio Cattolico di Terra Santa e vi rimase per tutta l’adolescenza. A diciassette anni, ormai giovane universitario, si trasferì a Milano per iscriversi alla Facoltà di Architettura. Ma la sua vera passione era ancora e sempre la musica, e fin dal 1963, ad appena diciotto anni, formò vari gruppi musicali per poi approdare alla band dei Ribelli. insieme al batterista di origini turche Giulio Capiozzo, Stratos fondò gli Area (International POPular Group). Inizialmente entrarono a far parte della band il futuro bassista della Pfm Patrick Djivas, il tastierista Leandro Gaetano (tutti e due provenienti dal gruppo di Lucio Dalla), il sassofonista belga Victor Edouard Busnello e il chitarrista italo-ungherese Johnny Lambizzi. Con quella formazione registreranno il primo disco solista di Alberto Radius, nel quale peraltro è contenuto un brano/improvvisazione dal titolo Area. Parteciperanno nel 1972, come spalla, al tour dei Nucleus e, visto il successo, subito dopo apriranno anche una lunga serie di concerti dei Gentle Giants e di Rod Stewart. Fu in quel periodo che Paolo Tofani (proveniente dai Califfi) e Patrizio Fariselli, sostituirono rispettivamente alla chitarra e alle tastiere, Lambizzi e Leandro. Con quest’ultima formazione collaborarono strettamente Gianni Sassi e Sergio Albergoni, in arte Frankenstein, soprattutto nella stesura dei testi ma anche come “supervisori” di progetti e sperimentazioni. Gli Area parvero subito una band eclettica e dirompente che riuscì ad imporsi grazie ad una innovativa e sperimentale fusione di generi. Al rock progressivo mescolarono jazz, free jazz, funky, pop,elettronica e importanti influenze etniche (dalla musica balcanica a quella araba e magrebina). A ciò si aggiunse un esplicito impegno politico e sociale, una militanza che inserì perfettamente la band all’interno della controcultura giovanile degli anni ’70.
Gli Sloveni, parallelamente alle elezioni europee di domenica scorsa, sono stati chiamati dal governo ad esprimere la loro opinione anche su quattro quesiti referendari, due dei quali sulla cannabis e uno sul fine vita. Quello sull’utilizzo della cannabis terapeutica ha visto il 66,49% di favorevoli. Quello sulla cannabis ricreativa il 51,60%, quello sull’eutanasia il 54,62%. Un quarto era squisitamente politico, relativo al voto di preferenza alle elezioni parlamentari. Dal risultato si evince che gli Sloveni hanno scelto la legalità e la libertà. Eventualità di scelta che in Italia non viene presa nemmeno in considerazione, proseguendo la strada intrapresa verso il medioevo.
“Nel ritmo della musica d’Africa sono scritti i segni primordiali dei nostri alfabeti sonori. Quei suoni toccano il corpo dell’uomo, lo attraversano e lo animano”.
Con molta probabilità la vera culla originaria dell’homo sapiens è l’Africa, a quanto pare discendiamo tutti da uomini e donne di pelle scura, quindi da un Adamo ed Eva africani. A parte questo localismo, di sicuro si può dire che tutte le musiche che hanno dominato il nostro tempo, dal samba al jazz, dal bluesal rock, hanno tutte almeno qualcosa a che vedere con la Madre Africa. E’ il continente nero che ha imposto al mondo alcuni elementi che si ritrovano ancora adesso, o meglio, tutto ciò che è ritmo, tutte le musiche in cui il ritmo ha una parte predominante, devono qualcosa alla antica origine africana. Tutto ha inizio nei secoli scorsi, quando le nazioni colonialistiche europee cominciarono a deportare in massa schiavi dell’Africa, verso il nuovo continente americano. Dall’incontro con le varie destinazioni, dal Brasile alle isole caraibiche, dal centro al nord America, sono nati innumerevoli percorsi musicali. Questo a distanza di secoli e a differenti latitudini, è rimasto un elemento caratteristico che fa della sonorità africana un mondo espressivo di eccezionale vitalità. Questa sonorità africana ha influenzato, e a sua volta si è lasciata influenzare, creando nuovi orizzonti musicali. Con l’acquisizione di trombe e sassofoni, chitarre e bassi elettrici si sono rimescolate le carte e si è chiuso un cerchio, generando straordinarie invenzioni che poi, in qualche modo, sono ritornate in Europa e in Africa. Il jazz, per esempio, non è altro che il frutto, se pure remoto, di questo complesso intreccio. Lo stesso vale per le musiche caraibiche e latino-americane nonché per il rock, che alla fine, risulta debitore di questi antichi influssi, anche quando non ne ha la minima consapevolezza. (continua)
Uno standard che prosegue inesorabilmente, nutrito dai “nostri attuali modelli frenetici di sviluppo e di consumo”, che ha anche altre conseguenze: “Non solo ci ammaliamo di più, siamo anche meno felici”, sottolinea il Wwf. Infatti, per l’associazione “è fondamentale comprendere la complessità e l’importanza dell’interconnessione tra sostenibilità e felicità delle persone, è indispensabile imparare a vivere entro i limiti del Pianeta”. Insomma, come sottolinea Eva Alessi, responsabile sostenibilità del Wwf Italia, è “necessario limitare le attività dannose e intraprendere azioni che ci consentano di rimanere all’interno di questi confini, perché quando grandi cambiamenti diventano irreversibili, poi non si possono più evitare”.
Dannoso per il settore agroindustriale della Canapa, che non è la produzione di “canne fatte male”. Dannoso per il settore della giustizia, col proibizionismo che genera leggi criminogene e rende le nostre carceri luoghi di tortura e non di rieducazione. Dannoso per la sicurezza di noi tutti, perché il proibizionismo è un graditissimo favore alle mafie. Dannoso per i conti pubblici, perché mantenere un settore nell’illegalità e spingerne un altro che è solo vagamente attinente è malapolitica.