Assistant – Ten Songs (2024)

Ho sentito parlare della band solo pochi mesi fa, tramite i social media. Poiché ascoltare molta musica è una cosa buona, ho dato un’occhiata al loro LP di debutto e devo ammettere che è entrato nelle mie corde, come si dice in Francia.
Sì, è un indie stridente, ma ha un tocco che, secondo me, la colloca in quel genere musicale dei primi anni Novanta. C’è quell’elemento fai da te nelle canzoni, che conferisce loro una vera personalità che una produzione raffinata potrebbe rovinare. Nessuno lo saprà mai, è un vero successo pop, nonostante i testi piuttosto tristi. Infatti, tutte le canzoni hanno quel tipo di atmosfera pop, come hanno sempre avuto molte canzoni degli Smiths. E anche se non credo che ci siano altri paragoni, la scrittura delle canzoni sembra decisamente dover rendere omaggio a Stephen Morrissey. L’album ha molte sorprese nascoste in bella vista. In Ten Songs, ti rimane la sensazione di aver sentito il suono di una band maturare nel corso di un album piuttosto che di una carriera. Mentre l’album si avvia verso i brani finali, l’atmosfera diventa molto più rilassata.

Ascolta l’album

Appunti Corti #82

Sarà presto necessario abbandonare l’edonismo e il raggiungimento del massimo soddisfacimento individuale e personale, per tornare a ragionare in termini di comunità, ma stavolta planetaria.
Occorrerà rinunciare a sprechi e comportamenti malsani, come mangiare cibo proveniente dall’altra parte del mondo, produrre e consumare beni usa e getta, acquistare grandi quantità di beni inutili, etc. Sarà necessario abbandonare il liberismo economico per un certo livello di programmazione.
A mio modesto avviso, non c’è scelta: l’alternativa alla decrescita felice è il crollo della nostra civiltà nel giro di pochi decenni, con questa seconda opzione più probabile. Spero di sbagliarmi, ma i segnali non inducono all’ottimismo.

Artefatti di Internet #46 – MySpace Tom (2003)

Nella primavera del 2003, Tom Anderson vide l’ascesa di piattaforme come Friendster e sentì che era un’occasione mancata per creare una piattaforma più creativa. Ha concepito MySpace come un luogo in cui gli utenti potevano esprimersi, consentendo anche HTML e CSS personalizzati sui profili degli utenti. La piattaforma ha guadagnato terreno per la prima volta nella scena musicale di Los Angeles, dove le band hanno utilizzato il sito per promuovere le loro canzoni. Man mano che il sito cresceva, iniziò a lanciare la carriera di band come i Panic! in discoteca. Tom è diventato lui stesso una celebrità, poiché era il primo amico predefinito di tutti su MySpace. A ottobre, la piattaforma aggiungeva 10.000 nuovi utenti al giorno.

È difficile ricordare oggi quanto fosse importante Myspace e come qui siano nati artisti come Lily Allen, gli Arctic Monkeys e perfino Adele. D’altra parte, di tempo ne è passato parecchio: quelli di Myspace erano gli anni della moda emo, con tanto di capelli improbabili, profili imbarazzanti su Netlog (altro protagonista della preistoria social) e canzoni dedicate alla tristezza adolescenziale. Erano gli anni in cui Cristiano Ronaldo debuttava al Manchester United, usciva il primo disco di 50 Cent e il Concorde smetteva di volare.

Un’altra epoca, in cui Facebook e Twitter non avevano ancora travolto la società, l’approccio nei confronti dei social era molto più ingenuo e la nostra pagina di Myspace veniva personalizzata con una tale mole di immagini, sfondi, video e gallery da rendere il suo caricamento – per la banda di allora – una missione quasi impossibile (aspetto che potrebbe anche aver giocato un ruolo nella prematura fine di questo social). Sono passati vent’anni da quando, nell’agosto 2003, nacque Myspace, inizialmente una sorta di clone di Friendster (da cui anche Facebook ha preso molto).

The Skeleton Dance , votato come il 18° miglior cartone animato di tutti i tempi, è ora di pubblico dominio (1929)

Variety nel numero del Luglio 1929 riportava un avviso su un nuovo cortometraggio pieno di risate; “scheletri, zoccoli e scherzi“, il cui picco di ilarità viene raggiunto quando “uno scheletro suona la spina dorsale di un altro a mo’ di xilofono, usando un paio di femori come martelli“. Le ultime righe di questa forte raccomandazione aggiungono che “tutto si svolge in un cimitero. Non portate i vostri bambini“.
La recensione riflette in modo divertente i cambiamenti nel gusto del pubblico nell’ultimo secolo, ma quelle ultime parole aggiungono una nota di ironia mozzafiato, perché il corto in questione “The Skeleton Dance” è prodotto e diretto da Walt Disney.
The Skeleton Dance è stato liberato dal copyright (ci vogliono ben 95 anni), insieme a una varietà di altri cortometraggi Disney del 1929 (molti dei quali con Topolino).
La genesi di questa danza macabra dei cartoni animati, fu un balzo in avanti nell’unione sempre più stretta di animazione e musica, nonché una rivelazione per il suo pubblico che non aveva mai sperimentato nulla di simile prima. Ancora oggi, la risposta più naturale a uno sviluppo tecnologico apparentemente miracoloso.
The Skeleton Dance è stato votato come il 18° miglior cartone animato di tutti i tempi da 1.000 professionisti dell’animazione in un libro del 1994 intitolato The 50 Greatest Cartoons.

Segnali  #9

SuoniToots Thielemans, nato a Bruxelles in Belgio nel 1922 per trasferirsi negli USA nel 1952, è un protagonista indiscusso dell’armonica a bocca. Un musicista di grande classe e sensibilità che ha suonato con i musicisti più famosi e importanti della storia a cavallo tra jazz, pop e cinema. Nel suo suono di armonica personale e riconoscibile convivono le atmosfere delle “caves” parigine e dei cabaret della seconda guerra e igrandi jazzisti americani.

Visioni – Nato a Buzançais, in Francia, nel 1955, Pascal Maitre ha studiato psicologia prima di intraprendere la carriera di fotoreporter, nel 1979. I numerosi incarichi lo hanno portato in tutto il globo, dall’Antartide all’Afghanistan. I suoi libri, In the Heart of Africa e Madagascar: Travels in a World Apart, raccolgono immagini scattate in oltre 15 anni di lavoro in Africa. Le sue fotografie sono state pubblicate su varie testate in tutto il mondo, tra cui Geo, Figaro, Newsweek, Life, e molte altre. Il suo primo servizio per National Geographic, pubblicato nel settembre del 2005, era dedicato al petrolio africano.

Dintorni – Cosa fare quando muore il cane? Le pratiche burocratiche a cui è difficile pensare in quel momento. Purtroppo è importante sapere cosa fare quando muore il cane ovvero chi deve redigere il certificato di morte e come procedere col corpo. La procedura è la stessa in tutta Italia, con piccole variazioni e limitazioni imposte dalle AST locali. Continua a leggere…

Asterisco *10

E poi la vita ci insegna che l’ansia per le cose che non si possono cambiare o controllare è una sofferenza inutile quanto dannosa. Sottrae energia al presente e nega una visione positiva del futuro. Bisogna provare a combatterla con ogni mezzo possibile.

Boccioni

Umberto Boccioni nasce a Reggio Calabria il 19 ottobre 1882 in via Cavour al 41, in una casa che sarà poi distrutta dal devastante terremoto del 1908.
Suo padre, Raffaele, e sua madre Cecilia Forlani, erano entrambi originari di Morciano di Romagna, vicino a Cattolica. Si devono all’impiego del padre, commesso di Prefettura, i frequenti trasferimenti da una città all’altra del Regno della famiglia Boccioni di cui fa parte anche Amelia, sorella maggiore di Umberto, nata nel 1876. Venti giorni dopo la nascita del figlio, Raffaele Boccioni si trasferisce con la famiglia a Forli, dove rimarrà per circa tre anni. Seguiranno altri spostamenti: nel 1885 a Genova, nel 1888 a Padova, dove Umberto inizierà gli studi, frequentando le scuole pubbliche e per un breve periodo il collegio. Fino al 1897 il nucleo familiare rimane unito, poi Raffaele prende servizio alla Prefettura di Catania, dove si trasferisce con il figlio, mentre Cecilia e Amelia restano a Padova.
Questo momento segnerà per sempre Umberto. Il tema della lontananza ricorrerà costantemente nella sua opera.

Un un bellissimo studio critico su Umberto Boccioni, dice Giulio Carlo Argan: “Di Umberto Boccioni, morto a poco più di trent’anni, non conosciamo che le esperienze generose e le tappe bruciate di una formazione impaziente ma in nessun modo inquieta. È difficile dire s’egli avesse tutte le qualità di un grande maestro ma ogni atto della sua breve carriera d’artista appare dettato da una scelta motivata e sicura, reca l’impronta di un temperamento deciso ad affrontare tutte le esperienze e a trarre da esse tutte le conseguenze”.
Benissimo detto. Vorrei solo aprire una breve parentesi su quel: “in nessun modo inquieta”, non inquieta per fatto di dubbio o d’incertezza sulla scelta creativa; da quell’uomo nei confronti dell’arte di eccezionale cultura, Boccioni aveva idee chiarissime fino dal punto di partenza di quello che voleva, dell’arduo compito che ogni volta si proponeva, non ne conobbi uno altrettanto sicuro della propria scelta, ma d’altra parte non ne conobbi un altro altrettanto inquieto e tormentato, con se stesso in continuo assetto di guerra relativamente ai risultati di quella scelta medesima; senza concedere un attimo di requie all’anima illuminata da un ambizioso miraggio di grandezza e non rappresentando mai nel suo percorso un punto di arrivo ogni realizzazione e ogni nuova audace esperienza ma soltanto una tappa, da lasciar pensare talora, osservandolo, a un prigioniero che batte la testa contro il muro che lo serra.

David Bowie: icona del Pop/Rock mondiale

David Bowie è stato un’icona della musica e della cultura pop, conosciuto non solo per la sua carriera musicale straordinaria, ma anche per la sua capacità di reinventarsi continuamente. Nato il 8 gennaio 1947 a Londra come David Robert Jones, ha cambiato il suo nome in Bowie per evitare confusione con Davy Jones dei Monkees.
Bowie è diventato famoso negli anni ‘70 con l’album “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”, in cui interpretava il personaggio androgino e alieno Ziggy Stardust. Questa fase della sua carriera lo ha reso un simbolo di anticonformismo e ha influenzato profondamente la cultura pop.
La sua musica ha spaziato tra vari generi, dal rock al soul, dal pop all’elettronica, collaborando con artisti di grande calibro e sperimentando con suoni e stili diversi. Tra i suoi album più celebri ci sono “Hunky Dory”, “Aladdin Sane”, “Heroes” e “Let’s Dance”.
Oltre alla musica, Bowie è stato anche attore, apparendo in film come “The Man Who Fell to Earth”, “Labyrinth” e “The Prestige”.
David Bowie è morto il 10 gennaio 2016, due giorni dopo il suo 69º compleanno e l’uscita del suo ultimo album, “Blackstar”. La sua morte ha lasciato un vuoto nel mondo della musica, ma la sua eredità continua a vivere attraverso le sue opere e l’influenza che ha avuto su generazioni di artisti e fan.

Francesco De Gregori — Rimmel (1975)

Alla metà degli anni settanta, la nuova canzone italiana, e non solo quella, stava cercando un’identità appropriata alle nuove forme di espressione della realtà. Francesco De Gregori con Rimmel disse la sua, in maniera splendida, in un disco che rimane ancora oggi avvincente. Fu il risultato di uno “stato di grazia”, di un momento di irripetibile ispirazione creativa e soprattutto un attestato di amore nei confronti delle possibilità offerte dallo “strumento canzone”. La cosa che più colpisce è la ricchezza delle idee, ogni canzone di quel disco è un capitolo a sé.
Pablo, uno slogan politico con una bella estensione vocale, Buonanotte fiorellino, classico ermetismo “De Gregoriano”, Rimmel, relazione amorosa in forma letteraria, Piano bar, svagata e pungente (la leggenda vuole dedicata a A. Venditti), Quattro cani, brano di lunare solitudine, Piccola mela, classico “italianfolk”, Pezzi di vetro, se fosse un film sarebbe “il mistero fuggente”.
Molte di queste canzoni sfuggono ad una facile classificazione, hanno il dono dell’ambiguità, delle volte talmente audaci da creare non pochi problemi al cantautore, (venne osteggiato dalla sinistra, che chiedeva una maggiore chiarezza nelle sue parole), ma a parte le polemiche, fu un disco molto amato dalla gente e presumibilmente dallo stesso De Gregori.
Le canzoni, che sono dei “capitoli” di un immaginario romanzo di vita, sommate alla voce, che è talmente personale, armonizzata e poco convenzionale, fa di questo disco uno dei più ricchi e creativi della canzone italiana.
De Gregori pur essendo un dylaniano convinto, era uno di quelli che avevano perfettamente compreso come la canzone italiana, per quanto d’autore, avesse bisogno, per evolversi, di uno stretto rapporto con la tradizione. Rimmel è inteso come “manifesto” di tale progetto: canzoni “dentro” la realtà ma senza rinunciare alle sue prerogative, alla possibilità di costruire qualcosa che ancora non esisteva.