A un certo punto della vita, i misteri diventano dei fallimenti della ragione perché uno ha già l’età per capire che nel nostro mondo non ci sono misteri, ma tutto è un mistero insondabile, una matematica fantasmagorica, un meccanismo incomprensibile seppur perfetto: l’algebra del senza perché. I piccoli misteri che ci affascinano o che ci tormentano non sono altro che parodie del grande mistero fondamentale: il mistero sconcertante di vivere in un universo che cerchiamo di interpretare con l’aiuto di una mente che non riesce nemmeno a interpretare se stessa.
Nella seconda parte del Novecento, nessun musicista ha avuto sulle sorti della musica «accademica», quella eseguita nelle sale da concerto e negli auditorium di conservatori e università, un’influenza paragonabile a quella esercitata da John Cage. Cage è un gigante che ha gettato la sua ombra su tutta la musica occidentale del secondo Novecento, semplicemente negandola, o meglio, ignorando deliberatamente i presupposti della sua tradizione. Uno dei tanti paradossi incarnati da Cage. Pur avendo studiato profondamente la musica della tradizione europea, per esempio il contrappunto con Schönberg, Cage è il primo compositore americano a liberare la musica d’oltreoceano dalla dipendenza dal Vecchio continente e a costituire un polo musicale autenticamente e totalmente americano. Probabilmente in modo involontario: Cage non ha mai creato una scuola, anche se è stato considerato il pioniere e il profeta di un nuovo modo di intendere la musica. Un atteggiamento che si è diffuso rapidamente, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, tanto negli Stati Uniti che in Europa, in contrapposizione al serialismo dominante. Partito già da giovane talento, negli anni Trenta, con l’idea di ampliare la gamma dei suoni e delle strutture possibili sotto l’influenza dei lavori di Edgar Varèse e degli insegnamenti di Henry Cowell, Cage ha intrapreso la strada di uno sperimentalismo radicale che aveva come obiettivo fondamentale la liberazione del suono non solo dalla razionalità, ma addirittura dal pensiero dell’uomo. «La musica moderna in generale è stata la storia della liberazione della dissonanza», disse Cage nel 1948. «Cosí la nuova musica è parte del tentativo di liberare tutti i suoi udibili dalle limitazioni del pregiudizio».
La stagione invernale non è propriamente confortante, non lo pretende, ma in fin dei conti è consolante perché nel suo raggomitolarsi su se stessa, si protegge e osserva e riflette. Credo che soltanto in questa stagione si possa pensare per davvero.
Dopo che l’amministrazione di Harvard ha chiuso Facemash, un sito web in stile “Hot or Not” per valutare gli studenti, Mark Zuckerberg ha lanciato TheFacebook.com. A differenza di MySpace, il sito era basato su connessioni del mondo reale, richiedendo agli utenti di avere un indirizzo e-mail di Harvard e di utilizzare il loro vero nome. Era la prima volta che molti studenti usavano i loro veri nomi sui social media. La piattaforma ebbe un successo immediato, con due terzi del corpo studentesco di Harvard che si iscrissero nel giro di poche settimane. Fondamentalmente una semplice directory, la maggior parte la utilizzava principalmente per controllare lo stato delle relazioni e vedere chi condivideva le lezioni. Il sito si espanse rapidamente ad altre università e alla fine del 2004 contava oltre un milione di utenti.
A metà del 2004 Mark Zuckerberg e gli altri soci fondatori decidono di aprire una società, Facebook, Inc., che permettesse loro di gestire al meglio (dal punto di vista finanziario, ovviamente) il grande successo che la loro idea sta riscuotendo in tutto il Nord America. L’imprenditore Sean Parker, fondatore di Napster e fino ad allora era stato un consigliere informale per Zuckerberg, diventa Presidente.
Già nel 2005 i primi investitori iniziano a bussare alla porta di Mark Zuckerberg. Il primo è Peter Thiel, tra i fondatori di PayPal, che acquisisce il 10,2% delle quote societarie con un investimento di mezzo milione di dollari. Le quotazioni di Facebook, però, salgono in fretta e quando Microsoft decide di investire nel social network (siamo nell’ottobre del 2007) deve investire 240 milioni di dollari per rilevarne appena l’1,6%.
I ritmi di crescita di Facebook non conoscono sosta: il numero di utenti continua a salire, così come il valore dei ricavi. Nel 2009, appena cinque anni dopo la sua creazione, il bilancio di Facebook chiude in attivo, dimostrando che l’idea di Mark Zuckerberg è redditizia e profittevole.
In quegli stessi anni Facebook inizia a espandersi anche nel resto del mondo. In Italia è boom di iscrizioni nel 2008: nel mese di agosto si contano oltre 1 milione e 300 mila visite, con un incremento del 961% rispetto allo stesso mese del 2007. Il volume di traffico cresce così in fretta che nel marzo 2010 supera per una settimana Google per numero di visite negli Stati Uniti.
Gli ultimi anni sono stati sicuramente i più complicati della storia di Facebook. Il social network ha dovuto far fronte a diversi problemi, soprattutto sul fronte della privacy e della sicurezza dei dati personali degli utenti. Lo scandalo più grande è esploso nel marzo del 2018, quando un’inchiesta del The New York Times e del The Guardian ha fatto emergere che i dati di milioni di utenti sono stati ottenuti in modo illecito dall’azienda Cambridge Analytica, infrangendo le policy di sicurezza di Facebook.
Il problema della sicurezza è sicuramente quello più difficile da affrontare per Facebook e decreterà il futuro del social network.
Viviamo in un’epoca dove i media minuiscono il pericolo, le minacce e le puttanate di Trump. Dove molti di quelli che lo avevano criticato adesso gli baciano letteralmente il culo. Dove la Gibson dice che suoi tre amici sono guariti dal cancro con un antiparassitario per cavalli. Dove il probabile futuro responsabile alla sanità aveva sabotato la campagna vaccinale per guadagno personale. Dove i broligarchi si sono inginocchiati al potere per averne una fetta rigettando principi di equità e rispetto delle diversità. Dove il futuro presidente degli USA ha racimolato enormi cifre di denaro lanciando una criptovaluta a schema Ponzi (tenendo per sé l’80% della stessa) il giorno prima di giurare sulla costituzione quattro anni dopo aver cercato di sovvertire l’ordine democratico guidando una insurrezione.
[…] Secondo il Buddismo, infatti, quando cominciamo questo viaggio puramente personale verso un maggiore ottimismo e una migliore capacità di reagire, verso, di fatto, una più grande felicità, anche se all’inizio potremmo essere concentrati solo sui nostri problemi, inevitabilmente, attraverso la pratica buddista, ciò avrà ripercussioni di più ampio respiro, fino ad abbracciare tutta la società. È come lanciare il nostro sasso nello stagno globale. E ogni sasso, per quanto piccolo, per quanto personale e intimo e apparentemente insignificante possa essere, crea una serie di onde, che a loro volta producono il cambiamento. Il nostro cambiamento personale può inizialmente avere un effetto solo sulle persone a noi più vicine, intendo famiglia e amici, magari colleghi di lavoro. Ma l’effetto è reale, e mantenendo questa tendenza verso un approccio più positivo in qualunque situazione, il Buddismo insegna, le onde si estendono lentamente, gradualmente, ma ininterrottamente, fino alla società e ben oltre. Negli ultimi anni gli psicologi hanno osservato che la differenza sostanziale fra le persone felici e le persone infelici è la presenza o meno di relazioni sociali ricche e soddisfacenti, ossia la capacità e l’opportunità di condividere esperienze significative con la famiglia, gli amici, i colleghi e i vicini. Il Buddismo insegna questo principio basilare da molte centinaia di anni. In altre parole, pratichiamo per migliorare non solo la qualità della nostra vita ma anche quella delle persone che la nostra vita incontra. La ricerca moderna in ambito sociale ha riconosciuto qualcosa di molto simile solo negli ultimi vent’anni. Tuttavia si tratta di una notevole convergenza di idee. E la cosa straordinaria è che questo sembra coincidere con l’inizio di un cambiamento nel modo in cui la società nel suo complesso si prepara a valutare l’idea di progresso, distante dai parametri strettamente economici o finanziari che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, ma impiegando criteri imperniati sull’idea di benessere individuale. Questo rappresenterebbe di di fatto un inizio completamente nuovo, o, se volete, un mondo nuovo. […]
Credo che pochi di noi sappiano apprezzare la qualità della propria vita in ogni attimo, ma sono certo del fatto che la maggior parte di noi sia in grado di riconoscere, con un approccio pressoché intellettuale e distaccato, che questa capacità sia una qualità apprezzabile, dato che consente di vivere una vita molto più ricca e intensa. Si tratta di vivere il presente piuttosto che lasciarlo trascorrere, come la maggior parte di noi tende a fare. Spesso spendiamo molta più energia ad attendere ansiosamente il verificarsi di qualche evento in là nel tempo, come una vacanza o una celebrazione o un viaggio da qualche parte dove non siamo mai stati, piuttosto che a concentrarci su quello che stiamo facendo ora, in questo momento. Tuttavia, in sé e per sé, il riconoscere il valore del vivere il presente non ci porta molto lontano. L’idea resta alquanto distaccata, perché per quanto possa essere auspicabile non sappiamo bene come fare per raggiungerla, e così gli obiettivi per cui pensiamo non vi sia alcuna possibilità di riuscita o alcun percorso a essi diretto rimangono immancabilmente localizzati nella periferia dei nostri pensieri. (Continua)
Il 20 gennaio 1889 nasce a Mooringsport, in Louisiana Huddie William Leadbetter, più conosciuto con il nomignolo di Leadbelly, uno dei grandi interpreti del blues rurale.
Leadbelly (1888 – 1949), è stato un influente cantante e chitarrista blues e folk americano. È noto per la sua voce potente e per il suo talento con la chitarra a dodici corde. Leadbelly ha avuto un’infanzia difficile e ha trascorso diversi anni in prigione, dove ha affinato le sue abilità musicali. È stato scoperto da John e Alan Lomax, due etnomusicologi che hanno registrato la sua musica per la Library of Congress negli anni ’30.
Le sue canzoni coprono una vasta gamma di temi, dalla vita quotidiana alla giustizia sociale, e molti dei suoi brani, come “Goodnight, Irene,” “Midnight Special,” e “Where Did You Sleep Last Night,” sono diventati classici della musica americana. Leadbelly ha influenzato generazioni di musicisti, specialmente nel movimento folk degli anni ’50 e ’60. La sua vita e la sua musica incarnano la lotta e la resilienza della cultura afroamericana.
Dopo una pausa di due anni, gli Alpine Subs di Chicago sono tornati per pubblicare il loro quinto album (il primo risale al 2019) con l’etichetta sudafricana Subjangle: questa volta si tratta di un brillante doppio album da venti tracce. Il disco presenta ancora la squillante musica americana che ha dominato il precedente album Through The Blinds (2023), mettendo in mostra la loro onnipresente capacità di creare perfette melodie jangle-pop degli anni ’60 e ’70. La lunghezza dell’album potrebbe essere stato l’unico mezzo a disposizione della band per presentare in modo efficace un sound che ha ampliato la bellezza melodica dei lavori precedenti, incorporando al contempo sottili elementi moderni che dimostrano la loro esplorazione della musica contemporanea e la sua maggiore integrazione nel loro sound. Tuttavia, mentre le fondamenta pop di un tempo fungevano da nucleo, le sottili sfumature di oggi ora ricevono chiaramente maggiore enfasi. Questa uscita segna una pietra miliare significativa per questo gruppo costantemente “pop-glorious”.