Autore: Silvano Bottaro
A Complete Unknown

Per chi come me è cresciuto a Pane & Dylan non può perdersi “A Complete Unknown”, un film importante per la musica e le tante canzoni in esso contenute. Quattro anni (’61 – ’65) sulla sua vita, la sua musica e quello che succede intorno; dai sentimenti alla politica.
Nel ’61 Dylan ha vent’anni e già allora è un enigma. Passerà l’esistenza a confondere la acque a reinventarsi stili ogni volta che qualcuno gli affibbierà un’etichetta. Una vita costantemente in fuga, a caccia di nuovi orizzonti dove far deflagrare il suo genio.
Dice di chiamarsi Dylan, in realtà si chiama Allen Zimmerman e Dylan è in onore Dylan Thomas (poeta, scrittore e drammaturgo gallese), racconta di aver viaggiato con un circo, di aver imparato a suonare la chitarra da un paio di cowboy della compagnia, in realtà la verità non si saprà mai, e questo servirà a mettere in difficoltà i cronisti.
A Complete Unknown (frase tratta da Like A Rolling Stone) racconta come Dylan vorrebbe essere raccontato: rispettando l’impenetrabilità del suo enigma, puntando i riflettori sul fattore umano, sul potere che ha la musica di unire le persone e di cambiare le cose. E lascia alle parole delle sue intramontabili canzoni il compito di parlarci di lui.
La pellicola non è esente da inesattezze e alcune critiche, d’altronde non è un documentario ne tantomeno una serie e nelle due ore e venti della sua durata, lo scopo è di far conoscere il musicista agli albori della sua carriera, una carriera senza fine, come il suo Never Ending Tour che lo ha visto attivo fino al 2019 all’età di 78anni.
Quello che rimane del film, e dovrebbe esserlo per tutti i film, al di la di tutti gli aspetti; regia, cast, interpretazione, sceneggiatura ecc. ecc. (il film è candidato a otto premi oscar) sono le emozioni che riesce a dare, e “A Complete Unknown” ne è ricco.
A me ha commosso, e non poco.
What I Am – Edie Brickell (1988)
Siamo nel 1988, Edie Brickell ha 22 anni e non è ancora famosa. Ha accantonato il suo vecchio sogno di bambina – diventare quarterback dei Dallas Cowboys, strana ambizione, decisamente maschile, che lei coltiva forse perché sapeva che i suoi genitori volevano un figlio maschio. Ha accettato di fare una piccola parte nel film Nato il quattro luglio, che uscirà nel 1989, in una scena girata al The Hop di Fort Worth, in Texas, un posto che aveva visto esibirsi Bob Dylan e Janis Joplin e che avrebbe chiuso i battenti pochi mesi dopo. Edie Brickell sente però che il suo futuro non è nel cinema. Lei ama la musica e sta cominciando a raccogliere le prime soddisfazioni con il suo gruppo i New Bohemians.
Appunti Corti #86
La realtà è intrisa di follia, simile a una pioggia leggera che non è visibile ma si percepisce, scivolando sulla pelle e insinuandosi nelle pieghe più profonde del pensiero.
Ogni elemento, se esaminato troppo da vicino, inizia a vibrare con un’irregolarità che sfugge alla comprensione.
Le ombre sembrano muoversi quando non si osservano, i volti noti si deformano lievemente nella memoria, e le parole – anche le più semplici – si frantumano, perdendo ogni significato.
Le più belle immagini della Terra dallo Spazio in time lapse
Lasciatevi suggestionare da questo video, realizzato grazie agli scatti dell’astronauta Alexander Gerst dalla Cupola della Stazione spaziale internazionale.
Sei minuti di pura poesia appena assemblati in time lapse dall’Agenzia spaziale europea grazie alle 12mila 500 immagini scattate dalla Iss dall’astronauta Alexander Gerst, protagonista per sei mesi della missione Blue dot.
Tra aurore boreali, albe, tramonti, stelle, nubi e fenomeni meteo c’è davvero da perdersi. In attesa del suo ritorno nello Spazio, godetevi lo spettacolo in questo bellissimo video.
Asterisco *14
Serve immensamente la capacità di sognare, di stupirsi e di credere in qualcosa di bello, di elevato e di lieve, nella melma di questo mondo aggressivo che affossa, denigra, distrugge – e fa terra bruciata di tutto ciò che non conosce, e che non può o non vuole comprendere.
Abbas
Nato fotografo, Abbas è un iraniano trapiantato a Parigi. Dal 1970 al 1978, pubblica sulle riviste internazionali le immagini dei confitti politici e sociali dei Paesi del Sud del mondo, tra cui il Biafra, il Bangladesh, il Vietnam, il Medio Oriente, il Cile, il Sudafrica con un notevole articolo sull’apartheid. Tra il 1978 e il 1980 copre la Rivoluzione iraniana e farà ritorno al suo Paese natale solo nel 1997, dopo diciassette anni di esilio volontario. Il suo libro Iran Diary 1971-2002 è un’interpretazione critica della storia dell’Iran attraverso le sue immagini e pagine del suo diario personale. Tra il 1983 e il 1986 si reca in Messico dove fotografa il Paese nello stesso modo in cui si scrive un romanzo. Una mostra e un libro, Return to Mexico, Journeys Beyond the Mask, con alcuni brani del suo diario di viaggio, lo aiutano a definire il proprio stile e linguaggio fotografico.
Dal 1987 al 1994, dallo Xinjiang al Maghreb, fotografa il mondo islamico in un momento di grande espansione. Spinto dal desiderio di comprendere le tensioni interne che tormentano le società musulmane, il suo libro Allah O Akoar, viaggio negli Islam del mondo illustra le contraddizioni di un’ideologia che s’ispira a un passato mitico e che aspira alla modernità e alla democrazia. Dal 1995 al 2000 percorre le terre del cristianesimo, proprio quando l’anno 2000 impone al calendario universale questa religione come simbolo del potere dell’Occidente. Il suo libro Voyage en Chrétientés e la sua mostra itinerante esplorano questa religione non solo come rituale, ma anche come fenomeno politico e spirituale. Dal 2000 al 2002 Abbas fotografa il paganesimo delle società tradizionali e quello che rinasce in una serie di nuove sette, definite dallo stesso Abbas come neo-pagane. Attualmente il fotografo lavora sul tema del confronto tra le religioni nelle loro componenti culturali più che dottrinali, che stanno lentamente sostituendo le ideologie politiche nei conflitti che coinvolgono sempre più nuove regioni del mondo.
Abbas è membro di Magnum Photos dal 1981.
Mavis Staples — You Are Not Alone (2010)
Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi.
Dopo il bellissimo “We’ll Never Turn Back” del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco. Come successe con il disco precedente, anche Jeff Tweedy, estroverso e geniale chitarrista, non impone il suo suono e, come fece Cooder, accompagna solamente la cantante di colore, ricucendole attorno delle sonorità rock e blues per poi intrecciarle alla profonda e bellissima voce gospel della Mavis.
A differenza di “We’ll Never Turn Back”, dove la Staples recupera brani del periodo della lotta per i diritti civili e i testi parlano di lotta e di emancipazione, in questo suo ultimo lavoro le tredici canzoni si orientano verso un repertorio più classico e sacro.
Un disco importante, bello e profondo.
Versiaku n°69
Nessuna parola
Il canto di un merlo
Gennaio finisce
Buon viaggio Gianfranco Manfredi
Gianfranco fa parte di un capitolo della mia vita tra i più intensi, belli e profondi. Ho avuto modo di vederlo più volte sopra un palco con Ricky Gianco e sono sempre stati momenti emozionanti. Sentire il suo parlare, le sue battute e controbattute al suo compagno di concerti non era solo un momento ilare anzi erano pensieri dal valore politico e sociale di estremo impatto. D’altronde erano anni in cui la linea di demarcazione tra il ‘personale’ ed il ‘politico’ era estremamente sottile.
Ora quasi come allora, molte delle sue canzoni creano un’emozione tangibile, un senso di nostalgia e di impotenza per quel tempo passato, per quel che non si è potuto fare e ancor di più per quel che non si farà.


