Ben Webster: Maestro del “Mainstream”

Ben Webster, nato il 27 marzo 1909 a Kansas City, Missouri, è stato uno dei più grandi sassofonisti tenore della storia del jazz, noto per il suo suono caldo, lirico e allo stesso tempo potente. Era un maestro nel fondere la tecnica con una profonda espressività, e la sua capacità di passare da frasi dolci e melodiche a un tono aggressivo e graffiante lo ha reso una figura unica nel panorama jazzistico.
Iniziò la sua carriera musicale suonando il pianoforte, ma presto passò al sassofono, influenzato da artisti come Johnny Hodges e Coleman Hawkins, che fu uno dei suoi principali modelli. Il sassofono tenore di Webster si caratterizzava per il suo timbro caldo e il suo vibrato ricco, una combinazione che gli permise di esprimere una vasta gamma di emozioni, dal lirismo più dolce all’energia più vigorosa.
Dopo aver suonato con varie band locali a Kansas City, Webster iniziò a emergere sulla scena jazz negli anni ’30. Lavorò con diverse grandi orchestre, tra cui quelle di Bennie Moten, Andy Kirk e Fletcher Henderson, ma il suo vero successo arrivò quando si unì alla band di Duke Ellington nel 1940.
La sua collaborazione con Duke Ellington, una delle orchestre più celebri del jazz, fu cruciale per la carriera di Webster. Con Ellington, Webster trovò il contesto perfetto per il suo stile espressivo e per la sua abilità di interpretare ballate con un tocco inimitabile. Webster divenne presto uno dei solisti più apprezzati dell’orchestra, insieme ad altri grandi musicisti come Johnny Hodges e Cootie Williams.
Tra le sue performance più celebri durante il periodo con Ellington ci sono brani come “Cotton Tail”, dove il suo assolo bruciante divenne un classico, e le sue interpretazioni struggenti di ballate come “All Too Soon” e “Chelsea Bridge”, che mostrano la sua capacità di esprimere profonda malinconia attraverso il suo sassofono.
Tuttavia, Webster aveva un carattere difficile e litigioso, e la sua collaborazione con Ellington si interruppe nel 1943 a causa di tensioni personali.
Dopo aver lasciato l’orchestra di Ellington, Webster continuò a registrare e a esibirsi con varie formazioni. Negli anni ’50 e ’60, registrò album memorabili sia come leader che come sideman. Il suo stile si adattava particolarmente bene alle ballate, e uno dei suoi album più apprezzati è “Ben Webster Meets Oscar Peterson” (1959), in cui il suo sassofono tenore si fonde perfettamente con il pianoforte virtuoso di Peterson.
Webster era noto per la sua abilità di interpretare ballate romantiche con una profondità emotiva straordinaria, che lo rendeva uno dei migliori interpreti di brani lenti e riflessivi. Tuttavia, quando lo desiderava, poteva suonare con una grinta e una potenza impressionanti, soprattutto nei pezzi più swinganti.
Durante gli anni ‘60, Webster si trasferì in Europa, come fecero molti musicisti jazz americani dell’epoca, attratti dall’accoglienza più calorosa che ricevevano in Europa rispetto agli Stati Uniti. Visse a lungo in Danimarca, dove continuò a esibirsi e a registrare fino alla fine della sua vita.
Il suono di Ben Webster era unico nel suo genere: il suo vibrato ampio e il modo in cui utilizzava lo spazio e le pause nella musica contribuivano a creare un senso di profondità e di emozione nei suoi assoli. A differenza di molti altri sassofonisti, Webster era un maestro del “sussurro” musicale, capace di comunicare tanto con una nota dolce e sostenuta quanto con una frase esplosiva.
Webster è ricordato come uno dei “tre grandi” sassofonisti tenore del suo tempo, insieme a Coleman Hawkins e Lester Young. La sua influenza ha attraversato generazioni di musicisti, e il suo stile espressivo nelle ballate ha ispirato molti altri sassofonisti, tra cui John Coltrane e Sonny Rollins.
Ben Webster morì il 20 settembre 1973 a Copenaghen, Danimarca. La sua eredità musicale è immensa, e i suoi contributi al jazz, soprattutto nel modo di interpretare le ballate e nel suo approccio lirico al sassofono tenore, rimangono influenti ancora oggi. E’ stato uno dei grandi poeti del sassofono, capace di raccontare storie attraverso il suo strumento come pochi altri. La sua capacità di trasmettere emozioni profonde con semplicità e intensità lo ha reso un punto di riferimento nella storia del jazz.

Artefatti di Internet #54 – The Ultimate Showdown (2006)

Pubblicato il 22 dicembre 2005, The Ultimate Showdown of Ultimate Destiny è una canzone parodia e un video che hanno preso d’assalto Internet. Creato da Neil Cicierega con lo pseudonimo “Lemon Demon”, con animazione Flash di Shawn Vulliez, l’animazione mostra una fantastica battaglia lunga un secolo a Tokyo. Con un mix eclettico di icone della cultura pop reali e immaginarie, da Shaquille O’Neal a Batman, il video è stato visualizzato oltre 13 milioni di volte su Newgrounds.

Soprusi

Posto questo breve scritto di Astor Amanti tratto dal suo libro “Acid Lethal Fast”, in quanto mi sono ritrovato in toto in quello che esprime.

“Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo. Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, la sofferenza. C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.”

Sento il peso di questo mio “essere” in maniera tangibile e sempre più accentuato. Davanti anche alla minima situazione di sopruso verso un animale o un essere umano, vengo preso da un malessere ingestibile che mi obbliga a distogliere lo sguardo, la presenza, il pensiero. Può essere preso come un comportamento comodo e irresponsabile… in realtà, nel mio caso sarebbe da masochista, il dolore che sento penetrarmi è talmente forte da creare un grande disagio psichico-fisico.

Aretha Franklyn: Regina dell’R&B… e non solo

Aretha Franklin, nata il 25 marzo 1942 a Memphis, Tennessee, è stata una delle voci più potenti e influenti della storia della musica, conosciuta come la Regina del Soul. La sua carriera ha attraversato oltre cinque decenni, durante i quali ha lasciato un’impronta indelebile nel soul, R&B, gospel e pop. Dotata di una voce unica per potenza e profondità emotiva, ha saputo trasmettere messaggi di amore, lotta e emancipazione attraverso la sua musica.
Aretha Franklin crebbe in un ambiente profondamente legato alla musica e alla religione. Suo padre, il reverendo C.L. Franklin, era un predicatore famoso e la giovane Aretha imparò a cantare nel coro della chiesa battista dove suo padre era pastore, a Detroit. Già da bambina, mostrò un talento eccezionale per il canto e per il pianoforte.
A soli 18 anni, firmò il suo primo contratto discografico con la Columbia Records, ma i suoi primi lavori non riuscirono a catturare pienamente la sua essenza musicale. Solo quando passò alla Atlantic Records nel 1966, sotto la guida del produttore Jerry Wexler, la sua carriera esplose. Qui iniziò a fondere il gospel delle sue radici con il soul e l’R&B, creando un sound che sarebbe diventato leggendario.
Il vero successo arrivò nel 1967 con l’uscita del singolo “Respect”, una cover del brano di Otis Redding. La versione di Aretha Franklin trasformò il pezzo in un inno per i movimenti dei diritti civili e delle donne, incarnando il grido di lotta per l’uguaglianza e l’emancipazione. Con “Respect”, Aretha conquistò il pubblico e ricevette i primi di una lunga serie di premi.
La sua capacità di esprimere emozioni profonde attraverso la voce, che oscillava tra il dolce e il graffiante, la rese una delle cantanti più rispettate e amate a livello globale. Ha vinto 18 Grammy Awards durante la sua carriera e ha venduto milioni di dischi in tutto il mondo.
Oltre alla sua straordinaria carriera musicale, Aretha Franklin fu una figura chiave nei movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti. Amica personale di Martin Luther King Jr., cantò spesso durante eventi legati alla causa e sostenne finanziariamente il movimento. Il suo canto e la sua immagine rappresentavano la forza e la resilienza della comunità afroamericana, soprattutto in un’epoca di grande divisione e ingiustizia razziale.
Nel corso della sua carriera, Aretha Franklin ricevette innumerevoli onorificenze. È stata la prima donna a essere inserita nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1987, un riconoscimento che confermava la sua importanza nella storia della musica rock e soul. Ha cantato per tre presidenti degli Stati Uniti, inclusa la storica esibizione durante l’insediamento di Barack Obama nel 2009.
Negli ultimi anni, pur avendo ridotto le sue esibizioni dal vivo, Aretha ha continuato a essere una presenza venerata nella musica. Il suo ultimo album, “A Brand New Me” (2017), includeva nuovi arrangiamenti orchestrali di alcuni dei suoi più grandi successi.
Aretha Franklin morì il 16 agosto 2018 a Detroit a causa di un cancro al pancreas. La sua morte suscitò un’ondata di tributi da tutto il mondo, sottolineando quanto fosse amata non solo per la sua voce incredibile, ma anche per il suo impegno umano e sociale.
Aretha Franklin rimane una delle figure più importanti nella storia della musica. La sua capacità di trascendere generi, di usare la sua voce per parlare a generazioni diverse e di rappresentare le lotte per l’uguaglianza e i diritti civili l’ha resa un’icona universale. La sua musica continua a ispirare artisti di ogni genere, e la sua voce – autentica, potente e carica di emozioni – è eternamente scolpita nella storia della musica.

Con i Ramones nasce il punk rock

Fumo, urla e grida caratterizzano un locale “difficile” come il Performance Studio di New York, uno dei covi della musica alternativa della città. Il 24 marzo 1974, accolti da ululati e fischi, si presentano sul palco quattro ragazzi di Forest Hill.
I Ramones sono stati una delle band più iconiche e influenti nella storia del punk rock. Sono spesso considerati i pionieri del genere punk, con il loro sound veloce, minimalista e grezzo che ha ridefinito la musica rock negli anni ’70 e ’80.
Nonostante i membri non fossero imparentati, tutti adottarono il cognome “Ramone” come parte della loro immagine di gruppo unito e ribelle.
I Ramones si sono distinti fin dagli inizi per il loro approccio semplice e diretto alla musica rock. Le loro canzoni erano brevi, veloci e caratterizzate da riff di chitarra essenziali, ritmi incalzanti e testi ironici e provocatori. Il loro stile era una reazione contro la musica rock progressiva e il pop elaborato che dominava il panorama musicale negli anni ’70.
Il loro album di debutto, “Ramones” (1976), fu un fulmine a ciel sereno. Brani come “Blitzkrieg Bop”, con il famoso ritornello “Hey! Ho! Let’s go!”, e “Judy Is a Punk” definirono immediatamente il suono del punk. Anche se il disco non ottenne un grande successo commerciale, divenne una pietra miliare per il genere.
Album successivi come “Leave Home” (1977), “Rocket to Russia” (1977) e “Road to Ruin” (1978) consolidarono la loro reputazione nel circuito underground e nel movimento punk. La band era nota per i suoi spettacoli dal vivo intensi, dove suonavano set velocissimi e spesso senza pause tra una canzone e l’altra.
Nonostante non abbiano mai raggiunto un successo commerciale di massa durante la loro carriera, i Ramones hanno avuto un’influenza enorme sulla musica rock e su numerosi gruppi punk successivi, come i Sex Pistols, The Clash e i Green Day. Hanno ridefinito l’estetica punk, sia nel suono che nell’immagine, con i loro jeans strappati, giubbotti di pelle e attitudine “fai-da-te”.
I loro testi spesso parlavano di temi semplici, come l’amore adolescenziale, la ribellione, o situazioni assurde, ma sempre con un’ironia tagliente. Canzoni come “I Wanna Be Sedated”, “Rockaway Beach”, e “Sheena Is a Punk Rocker” sono diventate inni per generazioni di fan del punk.
Nonostante i continui cambi di formazione (Tommy lasciò la band nel 1978 e fu sostituito da Marky Ramone), i Ramones continuarono a pubblicare album e a fare tournée per oltre due decenni. Tra i loro album più noti degli anni ’80 e ’90 ci sono “End of the Century” (1980), prodotto da Phil Spector, e “Too Tough to Die” (1984).
La band si sciolse definitivamente nel 1996 dopo l’ultimo concerto al Lollapalooza Festival. Negli anni successivi, purtroppo, molti membri originali sono scomparsi: Joey Ramone morì nel 2001, Dee Dee Ramone nel 2002, Johnny Ramone nel 2004 e Tommy Ramone nel 2014.
Nonostante le vendite relativamente modeste durante la loro carriera, i Ramones sono oggi considerati una delle band più importanti nella storia del rock. Sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2002 e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti postumi. Il loro impatto è ancora forte, e molte band punk e alternative continuano a citare i Ramones come una delle loro principali influenze.
La loro musica, semplice ma potentemente efficace, ha rappresentato una rivoluzione nella musica rock, dimostrando che non servivano grandi assoli o tecnicismi per creare qualcosa di autentico e duraturo.

Susan Meiselas

USA. New York CIty. 1978. Little Italy.

Nata a Baltimora, Maryland, USA, nel 1948, Susan Meiselas ottiene nel 1971 il suo Master in Pedagogia ad Harvard. Nello stesso anno diventa assistente di Frederick Wiseman per la realizzazione del documentario Basic Training. Negli anni 1972-1974 anima una serie di workshop per insegnanti e ragazzi nel quartiere di South Bronx, a New York. Con l’aiuto di borse di studio, soprattutto delle Art Commissions del Sud Carolina e Mississippi, realizza programmi educativi sulla fotografia nelle scuole delle aree rurali. La trasmissione di idee e griglie interpretative della realtà, storia orale e documentazione fotografica, sono gli argomenti intorno a cui ruotano i suoi diversi progetti. Nascono in questo modo Leam to See, realizzato come consulente per la Polaroid e A Photographic Genealogy.
Nel 1976 entra a Magnum Photos grazie al suo lavoro sulle “Carival Strippers”. In seguito parte per il Nicaragua dove arriva poco prima che le ostilità scoppino tra i sandinisti e la Guardia Nacional di Somoza. Con coraggio e partecipazione documenta le varie fasi dell’insurrezione e le sue immagini le valgono la Medaglia d’oro intitolata a Robert Capa per “‘incredibile coraggio e la documentazione”. L’America Centrale resterà per molti anni uno dei centri nevralgici della sua vita e del suo lavoro. Nel 1982 riceve il premio Leica of Excellence, come miglior fotogiornalista dell’anno. Nel 1992 ottiene il MacArthur Fellowship e nel 1994 il premio dell’Hasselblad Foundation.
Ha pubblicato sulle principali riviste internazionali e le sue foto sono state raccolte in una serie di mostre presentate in tutto il mondo. Ha firmato come autrice e come curatrice i volumi Leam to See (1975), Carnival Strippers (1976 – riedito recentemente), Nicaragua (1981), El Salvador: The Work of 30 Photographers (1983), Chile from Within (1981), Kurdistan. In the Shadow of History (1997), Pandora’s Box (2002), Encounters with the Dani (2003). Ha co-diretto due film documentan: Living at Risk: The Story of a Nicaraguan Family (1986) e Pictures from a Revolution (1991) con Richard P. Rogers e Alfred Guzzetti.

Il SitoInternational Center of PhotographyMagnum Photos

Johnny Guarnieri, l’italoamericano che suona come un nero

Il 23 marzo 1917 nasce a New York, il pianista Johnny Guarnieri, considerato dal critico francese Panassié uno dei pochi jazzmen bianchi capaci di assimilare il linguaggio dei neri.
Johnny Guarnieri è stato un pianista jazz e stride statunitense di origine italiana. La sua carriera è stata segnata da collaborazioni con importanti artisti del jazz e da un’innovativa fusione di stili musicali.
Infanzia e Formazione: Guarnieri nacque a New York da una famiglia di origine italiana. Studiò al City College of New York e iniziò la sua carriera musicale come pianista in orchestre da ballo.
Nel 1937 entrò a far parte dell’orchestra di George Hall, e successivamente suonò con Benny Goodman nel 1939 e con Artie Shaw nel 1940. Con Shaw, fu anche il primo a registrare jazz al clavicembalo con il gruppo Gramercy Five.
Negli anni ’40, Guarnieri lavorò come sideman per artisti come Charlie Christian e Ben Webster. Formò il suo gruppo, i “Johnny Guarnieri Swing Men”, e registrò per la Savoy Records. Nel 1949 collaborò con June Christy per un album intitolato June Christy & The Johnny Guarnieri Quintet.
Ultimi Anni e Insegnamento: Negli anni ’70, Guarnieri si dedicò all’insegnamento del jazz e fondò la Taz Jazz Records, su cui pubblicò diverse registrazioni. Continuò a suonare fino agli anni ’80, registrando album come Johnny Guarnieri Plays Duke Ellington su un pianoforte Bösendorfer.
Guarnieri è noto per il suo stile eclettico, che combina elementi di jazz con influenze classiche, come le opere di Scarlatti e Beethoven. La sua capacità di fondere diversi stili musicali lo ha reso un pioniere nel campo del jazz.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #1

1 – Dai canti di lavoro al boogie

Alle origini del blues e di tutta la musica nera afroamericana c’è una lunga serie di eventi tragici, il cui principio cronologico potrebbe essere fissato al 1619, anno della fondazione di Jamestown e del primo trasferimento definitivo dei neri in America.
Fin da subito la schiavitù dei neri Africani si rivela fenomeno doppiamente crudele: non solo lo schiavo afroamericano viene privato dei diritti fondamentali (come ogni altro schiavo d’altronde), ma a causa delle sue peculiarità razziali e sociali arriva a perdere la qualifica stessa di essere umano agli occhi dei coloni. Inoltre la concezione sociale, filosofica e religiosa dei nativi Africani risulta antitetica rispetto alla mentalità umanistica dei coloni Americani dell’epoca che consideravano l’uomo come misura di tutte le cose e facevano conseguire a questa visione una mentalità pragmatica e concreta.
Non a caso è negli Stati Uniti, dove la religione puritana è più forte, (e le fattorie sono più piccole, facendo sì che vi sia anche un maggior contatto tra schiavista e schiavo), che i neri Africani vengono sradicati da ogni tradizione religiosa e rituale, mentre nelle regioni a dominazione Francese e Spagnola molta più libera è concessa agli schiavi deportati e si verificano fenomeni di sincretismo, cioè quella fusione di religioni che vede, ad esempio, la coesistenza di Cristianesimo e voodoo, mentre danze e tradizioni musicali vengono mantenute in vita: emblematici i casi di Haiti, Brasile, Cuba, Giamaica, Guyana e New Orleans, luoghi in cui nasceranno musiche meticcie ed esotiche e dove prenderanno vita tradizioni musicali floridissime. Cruciale si rivelerà in particolare New Orleans, dove i neri si ritrovavano a danzare a Congo Square e dove, dal cozzare tra la tradizione Africana e la musica delle bande Francesi trarrà le sue origini il jazz.
La musica Africana era pentatonica, cioè formata da 5 toni e priva di semitoni (da cui la tendenza a glissare sulla terza e la settima, col caratteristico suono della blue note), poliritmica, basata sulla sovrapposizione di ritmiche diverse e sulle variazioni timbriche degli strumenti percussivi (in Africa i tamburi venivano usati per comunicare a distanza formando vere e proprie parole) e tendente all’improvvisazione, poiché la musica Africana era tramandata e non scritta; inoltre essa non era fine a se stessa, prodotto finito destinato alla contemplazione come nel mondo Occidentale, bensì funzionale allo svolgersi di un rituale o all’accompagnamento di un lavoro.
Non a caso, prima ancora del blues e del gospel, compaiono i canti di lavoro: pur derivando da un’usanza tradizionale dell’Africa Occidentale il canto di lavoro è in realtà la prima espressione musicale del nero afroamericano, lo schiavo di seconda generazione che ha ascoltato le nenie cantate dai suoi genitori, ma comincia a plasmarle prendendo come punto di riferimento il nuovo continente; questo in parte perché la musica originaria Africana era nata per accompagnare il lavoro degli agricoltori, non di forzati del lavoro come gli schiavi neri e in parte perché, come si diceva, i padroni bianchi proibivano ogni riferimento agli dei ed alle religioni africane, che ricordavano ai neri l’antica libertà e potevano istigarne gli istinti di fuga.
Una delle caratteristiche più importanti riprese nei canti di lavoro dalla musica africana è lo schema secondo cui una voce canta, e un coro le risponde: è il cosiddetto canto antifonale che sarà responsabile dello schema A-A-B del blues. Ma della musica tradizionale Africana resta anche la tendenza ad improvvisare, contrapponendosi alla tradizione Europea che si fondava sulla regolarità dei suoni: gli sbalzi e le continue variazioni nelle voci di questi canti divengono il modello su cui s’informeranno anche le parti strumentali del blues e del jazz.
Nell’800 accanto ai canti di lavoro tradizionali cominciano ad essere eseguiti anche spirituals, conseguenza di un fenomeno sociale più ampio che aveva visto missionari ed evangelizzatori del sud convertire gli schiavi alla religione Cristiana, facendo presa sul parallelo tra la loro sorte e quella degli ebrei; inizialmente gli spiritual si differenziano dai canti di lavoro solo per il contenuto, ma presto il suono si ammorbidisce e la vena si fa più melodica, mentre lo schema domanda-risposta diventa un dialogo tra predicatore e fedeli: accanto a musiche tradizionali Africane adattate non mancano canti religiosi europei e Americani, di cui vengono preservate parole e melodia, alterandone però le armonie, sincopandone i ritmi, giocando con vibrato ed alterazioni timbriche e adattando, come succederà per il blues, il sistema diatonico occidentale alla scala pentatonica e smorzando le note. I cantanti delle chiese nere saranno un modello per il primo jazz di New Orleans, che ne riprende non solo gli arrangiamenti, ma anche i riffs e i breaks.
Ad un altro avvenimento storico, vale a dire l’abolizione della schiavitù, è legata la comparsa del blues: non ancora formalizzato nelle 12 battute, il blues diviene espressione individualistica del nero americano, in contrapposizione con il carattere collettivo degli antichi canti Africani, dei canti di lavoro e del gospel, mentre diviene possibile possedere strumenti (prima al massimo era possibile l’utilizzo del Banjo, strumento africano) come chitarra ed armonica, vale a dire i due strumenti-chiave del primo blues (il cosiddetto country blues, blues di campagna, così chiamato perché nato nelle campagne del sud degli Stati Uniti, in particolare alla foce del Delta del Mississipi).
Il modo di suonare la chitarra nel blues si discosta da quello classico: i riffs prodotti dalla chitarra devono imitare quelli vocali, oltre che accompagnare la voce stessa (la stessa cosa che avverrà nella musica del primo grande solista jazz, Louis Armstrong).
Il periodo a cavallo tra i due secoli è, più in generale, una fase importantissima per le radici della musica americana: a New Orleans, dove l’influenza culturale predominante è quella Francese e dove ai neri viene lasciata maggior liberà d’espressione i neri dell’uptown ricreavano le marce in 4/4 delle bande militari e li rivisitavano attraverso la propria sensibilità musicale mentre i Creoli della downtown, meticci nati dall’unione tra bianchi e neri, godendo di una posizione privilegiata e avendo un accesso più diretto alla musica Europea, ripropongono più fedelmente quelle sonorità.
Le brass bands (band di ottoni) nere vengono chiamate jass (sporche) e sono malviste per il suono scalcinato e disordinato dalle compite bande dei creoli, almeno finché, nel 1894, con le leggi che fanno entrare in vigore la segregazione anche a New Orleans colpendo i neri essi non cominciano ad unirsi alle jass band stesse: da quest’incontro nasce il jazz.
Un altro fenomeno importante è quello che vede nascere il blues singer professionista e, più in generale, il nero come uomo di spettacolo: vaudeville e Black Minstrels (un rifacimento dei White Minstrels, spettacoli in cui i bianchi si dipingevano la faccia di nero e tentavano di ricreare, a mo di presa in giro, la musica nera) sono solo alcune delle forme in cui rivive la matrice blues. Fenomeno ancora più importante è la nascita del cosiddetto blues classico: esclusivamente femminile, il classic blues vede l’artista accompagnata da un’orchestra e nasce con Madame Rainey (cantante che girava con la compagnia girovaga dei Rabbit Foot Minstrels), la cui pupilla è la celebre Bessie Smith, con Ida Cox, Sarah Martin e Trixie Smith tra le principali interpreti di questo genere.
Per molti versi il suono del blues classico, non solo per via dell’accompagnamento di un’orchestra, ma anche per le dinamiche del canto, è però lontanissimo dalle asperità e dallo spirito del blues di campagna: non a caso le cantanti blues si trovano ad animare teatri di varietà e circhi prima, veri e propri teatri poi, che si affiancano e poi sostituiscono ai vaudeville. Il country blues, il cantante solitario accompagnato dalla chitarra e dall’armonica, ha invece carattere prevalentemente maschile e rappresenta per molti versi lo spirito musicale più crudo ed autentico del blues: allo stesso tempo il suono più aspro e rudimentale fece sì che le prime registrazioni di bluesman country siano posteriori rispetto a quelle delle interpreti di blues classico.
Al 1917 risalgono le prime incisioni commerciali di jazz, quelle della Original Dixieland Jazz Band, orchestra non a caso formata esclusivamente da musicisti bianchi, nel 1920 viene registrata la prima artista nera (per la Okeh Record Company): è Mamie Smith, con “Crazy Blues”, stile molto vicino al vaudeville e a quello di Sophie Tucker (ancora una bianca); quel disco si rivela fondamentale per la nascita del fenomeno dei Race Records, dischi cantati da neri per il pubblico nero che si rivela segmento di mercato più che fertile e di cui Bessie Smith si rivelerà regina incontrastata del classic blues; primo bluesman country di successo sarà invece Blind Lemon Jefferson che comincerà ad incidere a metà degli anni ’20, divenendo in breve, assieme a Charley Patton, modello da imitare per tutto il country blues a venire.
Segue un periodo relativamente florido per il genere, che non s’interrompe nemmeno con la Grande Depressione del 1929 (che pure fa sparire dal mercato i Race Records), in cui artisti del delta del Mississipi come Skip James, Son House, Lonnie Johnson prima, Robert Johnson poi, contribuiscono a definire e codificare il genere nelle sue 12 battute e nella sua struttura canonica (A-A-B).
Negli stessi anni cominciano anche ad essere registrati i primi cantanti country: il genere si era sviluppato nell’Appalachia, regione degli Stati Uniti che, a causa dell’isolamento geografico aveva a lungo preservato il bagaglio musicale delle antiche canzoni folcloristiche inglesi e scozzesi, riproposte spesso con l’accompagnamento del violino, finché alla fine dell’800 non aveva cominciato ad utilizzare anche uno strumento spagnolo come la chitarra e l’africano banjo per poi contaminarsi con influenze del blues e del vaudeville. Il risultato è appunto la cosiddetta old time music, sinonimo (e allo stesso tempo evoluzione del folk appalachiano originale), musica country delle radici, per la cui preservazione si rivelerà fondamentale la celebre Carter Family, al contratto con la Victor dal 1928 ma attiva a suonare (con una line-up differente) da oltre dieci anni. È però Jimmie Rodgers, all’inizio degli anni ’30, a codificare definitivamente quel suono e a renderlo popolare, prima di Roy Acuff e di Hank Williams: non solo Rodgers è la prima star del genere, ma unendo lo yodeling degli alpini con la chitarra slide hawaiana, codifica tutti gli elementi che ancora adesso s’identificano tradizionalmente con la musica country stessa.
Un altro, importante punto d’unione tra musica nera e bianca sono poi quelle jug bands che univano folk appalachiano, blues e ragtime (una prima forma pianistica di jazz che però era priva del carattere improvvisato di quest’ultimo e per molti versi risultava più vicina alla sensibilità europea): la jug (brocca) da cui il genere prende il nome è utilizzato soffiandoci dentro per produrre suoni modulati e ad esso si accompagnano strumenti folk e blues come chitarra violino e banjo, ma anche strumenti trovati: assi per lavare, cucchiai, secchi, ossa e strumenti a fiato come armonica e kazoo. Il genere si sviluppa a Louisville, nel Kentucky, diviene popolarissimo a Memphis già negli anni ’10, suonato da artisti bianchi e neri.   Gli anni ’20 sono anche gli anni delle prime incisioni di dischi connessi, più o meno da vicino, con il nascente jazz: con la Fletcher Onderson’s Orchestra in cui militava Louis Armstrong il jazz di New Orleans diveniva swing, anche se il genere sarebbe stato portato al grande successo da un bianco, Benny Goodman nel 1935, (e da una costola dello swing sarebbe uscita, tra i ’30 ed i ‘40 la moda del jive di Cab Calloway e Leo Watson). Nel frattempo a decine vengono registrati i pianisti boogie woogie, prima forma di blues per piano, versione deragliante e libera del rag time caratterizzata dal walking bass della mano sinistra e dagli accordi blues della mano destra, musica delle bettole del Nord America, che è anche uno dei primi frutti dell’incontro tra i neri del Sud, emigrati in cerca di lavoro verso le città del Nord portandosi dietro la propria tradizione musicale country blues ed i neri del Nord, abituati a suonare prevalentemente le musiche di moda, come appunto il rag time: il basso è quello ostinato del rag time, il suono, quello rauco e primitivo del blues (di cui conserva anche il gusto per l’improvvisazione).
Altro fenomeno rilevante è quel massiccio movimento migratorio che vede, fin da inizio secolo, i neri del sud spingersi alla ricerca di lavoro nelle grandi metropoli industriali del nord: Chicago, Detroit e New York in primis.
Dalle regioni del sud provenivano i bluesman di campagna e da Kansas City provenivano i primi shouters, come Big Joe Turner e Jimmy Rushing che, facendosi accompagnare da piccole orchestre di fiati e percussioni, tra ritmi indemoniati e assoli di sassofoni, ricorrendo all’urlo per sovrastarne il suono: sono le origini del jump blues, ponte ideale tra le big band dello swing, il boogie woogie ed il blues, nonché antenato del rhtyhm’n’blues e del rock’n’roll.
Fondamentale per arrivare a quei suoni si rivela anche l’influenza delle città sul blues delle campagne, che porta alla nascita del blues elettrico: i ritmi si fanno più concitati e a Chicago e nelle altre città del blues nei tardi anni ’40 il blues del Delta viene elettrificato, mentre si forma una line up tipo: batteria, piano, basso, sax, chitarra ed armonica; dalla scena blues di Chicago dell’epoca emergono Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Willie Dixon, dal TexasT-Bone Walker e Lightnin’ Hopkins, da Detroit John Lee Hooker. Tutti artisti che si riveleranno modelli fondamentali con la nascita del blues-rock degli anni ’60.
Un’altra tappa fondamentale è il 1947, anno in cui il giornalista di Billboard Jerry Wexler conia il termine rhythm’n’blues, per sostituire quello offensivo di race records, finendo poi con l’indicare, a livello musicale, un nuovo suono che del jump blues manteneva il tiro e le sonorità, riducendo però al minimo l’improvvisazione (e restringendone ulteriormente la line up), divenendo in breve tempo la massima espressione popolare della musica nera (in contrapposizione con il jazz che dal bop dei primi ’40 in poi si configura come forma musicale complessa ed intellettuale) e generando, tra i tanti frutti anche quello che nel giro di qualche anno sarebbe stato chiamato rock’n’roll… (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Appunti Corti #96

Se dovessi scegliere un libro che mi rappresenta, sarebbe impossibile. Ce ne sono troppi, e ognuno di essi mi ha lasciato qualcosa. Un pensiero, un’emozione, un ricordo. Ci sono stati libri che ho letto e riletto fino a consumarli, e altri che ho lasciato a metà, per poi riprenderli anni dopo. Ogni libro è come una relazione: alcuni li ami subito, altri li apprezzi col tempo. E ci sono quelli che, per quanto ci provi, non riesci a capire. Ma va bene così. La bellezza dei libri è anche questa: non c’è un modo giusto o sbagliato di leggerli.