Good News: le nostre letture personali

Per chi desidera leggere le proprie news in una pagina accattivante; Good News è uno strumento interessante. La caratteristica principale di Good Noows, è la possibilità di personalizzarlo come meglio crediamo. Per prima cosa per accedervi potremo usare i dati di uno dei nostri account Facebook, Twitter, Google, Yahoo! e LinkedIn. Una volta effettuato l’accesso al servizio, troveremo di base una serie di informazioni (Cliccate sulla bandierina italiana) tipo: Corriere della sera, La stampa ecc. ecc. giornali che possiamo eliminare qualora non c’interessassero. Possiamo invece inserire i feed dei giornali/siti/blog che desideriamo. Anche il tipo di lettura sarà a nostro piacere e cosa non da poco c’è la possibilità per chi ha problemi di vista di zoomare il font di lettura. Molte altre sono le funzioni di gestione. 

Marino Marini, un simbolo dell’internazionalizzazione della canzone italiana

Il 20 marzo 1997 muore Marino Marini. Cantante, pianista, autore e grande intrattenitore per lungo tempo è considerato uno dei simboli dell’internazionalizzazione della canzone italiana.
Marino Marini è stato un cantante, pianista, compositore, bandleader e produttore discografico italiano. La sua carriera musicale è stata influenzata da diverse esperienze e collaborazioni con altri musicisti.
Dopo la guerra, lavorò come direttore artistico a Napoli e perfezionò la sua formazione musicale al Conservatorio di San Pietro a Majella. Nel 1949 si recò negli Stati Uniti come musicista di bordo, dove incontrò artisti come Dizzy Gillespie e Stan Kenton, influenzando il suo stile musicale.
Formò un quartetto che si esibì in locali notturni e balere, tra cui “La Conchiglia” di Napoli. Il suo repertorio includeva standard internazionali e canzoni napoletane reinterpretate in versione ballabile. Nel 1955 si trasferì a Milano e pubblicò i primi dischi con l’etichetta Durium.
Nel 1958 debuttò a Parigi all’Olympia e ottenne un grande successo, vendendo dischi in tutta Europa e oltre. Il suo brano più famoso è “Bambino”, versione francese di “Guaglione”, ripresa da Dalida. Collaborò anche con artisti come Domenico Modugno, Rocco Granata e Renato Carosone.
Negli anni ’60, Marini si ritirò dalle esibizioni dal vivo ma continuò a lavorare come talent scout e produttore discografico. Fondò la casa discografica Tiffany con la moglie Anna Scocca e successivamente divenne dirigente della Fonit Cetra. Morì a Milano nel 1997.

Pino Daniele: Blues, Pop e Jazz con Napoli nel Cuore

Pino Daniele è nato il 19 marzo 1955 a Napoli, è stato uno dei cantautori e chitarristi più innovativi e amati della musica italiana. Con la sua fusione unica di blues, jazz, rock e tradizione napoletana, Daniele ha creato un linguaggio musicale che ha influenzato profondamente la scena musicale italiana e internazionale.
Pino Daniele ha debuttato con l’album “Terra mia” nel 1977, dove già emergeva il suo legame con la tradizione napoletana. Tuttavia, è stato con l’album “Pino Daniele” del 1979 e, soprattutto, con “Nero a metà” del 1980 che ha definito il suo stile unico, che lui stesso chiamava “tarumbo”, un mix di tarantella, rumba e blues. Le sue canzoni come “Napule è”, “Je so’ pazzo”, e “A me me piace ’o blues” sono diventate inni per intere generazioni, intrecciando testi profondi e melodie accattivanti.
Il suo modo di suonare la chitarra, ispirato a grandi bluesman come Eric Clapton e Jimi Hendrix, ma arricchito dalle sonorità del Mediterraneo, lo ha reso uno strumentista di spicco, capace di fondere linguaggi musicali apparentemente lontani tra loro. Pino Daniele ha collaborato con numerosi artisti di fama internazionale, tra cui Pat Metheny, Wayne Shorter e Alphonso Johnson, espandendo ulteriormente il suo stile musicale verso il jazz e la world music.
Daniele ha innovato la musica italiana introducendo il blues e il jazz in un contesto mediterraneo. I suoi testi, spesso scritti in napoletano, parlavano della vita quotidiana, delle difficoltà sociali, dell’amore e delle contraddizioni della sua città, Napoli. Questo ha reso la sua musica profondamente legata al contesto urbano e sociale, ma al tempo stesso universale.
Uno degli aspetti più rivoluzionari della sua carriera è stato il suo coraggio di esplorare la contaminazione musicale. Nei suoi dischi degli anni ’80 e ’90, come “Bella ’mbriana”, “Mascalzone latino”, e “Un uomo in blues”, Daniele ha continuato a espandere i confini della musica, combinando suoni e ritmi diversi in un mix originale e innovativo.
Pino Daniele ha pubblicato oltre 20 album in studio, vendendo milioni di copie e ricevendo numerosi premi e riconoscimenti. Tra le sue collaborazioni più famose a livello nazionale ci sono quelle con artisti come Massimo Troisi, con cui ha condiviso una profonda amicizia e per il quale ha composto la colonna sonora del film “Ricomincio da tre”, e con Enzo Gragnaniello, James Senese e tanti altri.
Daniele ha anche avuto un’importante carriera live, con concerti memorabili come quello al Maschio Angioino di Napoli nel 1981 e lo storico live a Piazza del Plebiscito nel 2008, quando riunì la formazione originale della band che lo aveva accompagnato nei primi anni della sua carriera.
Daniele è morto improvvisamente il 4 gennaio 2015 a causa di un infarto. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto profondo nel panorama musicale italiano, e molti artisti e fan hanno reso omaggio alla sua figura e alla sua musica con concerti tributo e iniziative commemorative.
La sua musica continua a vivere, influenzando nuovi artisti e conquistando ascoltatori di ogni età. Il suo contributo alla musica italiana è inestimabile, e il suo stile unico, che unisce tradizione e modernità, resta un punto di riferimento per chiunque voglia esplorare nuove strade musicali.
La sua capacità di cantare il cuore e l’anima di Napoli, insieme alla sua grande perizia tecnica, ha reso Pino Daniele un’icona immortale della musica italiana.

We Gotta Get Out This Place – Animals (1965)

“We Gotta Get Out of This Place” è una canzone famosa dei The Animals, pubblicata nel 1965. È uno dei brani più iconici del gruppo britannico, con un testo che parla di desiderio di fuga e di ricerca di una vita migliore, temi che risuonarono particolarmente tra i giovani negli anni ‘60, soprattutto con l’eco della guerra del Vietnam.
La canzone fu scritta da Barry Mann e Cynthia Weil, due prolifici compositori americani, e fu interpretata con grande intensità da Eric Burdon, il frontman degli Animals. Il brano è noto per il suo riff di basso distintivo, suonato da Chas Chandler, e il suo tono cupo e ribelle.
Sebbene il testo faccia riferimento a una situazione generica di insoddisfazione e desiderio di fuga, la canzone divenne un inno per i soldati americani durante la guerra del Vietnam, che si identificarono con il suo messaggio di evasione. L’energia emotiva della performance degli Animals ha reso questo pezzo memorabile e duraturo, tanto da essere considerato uno dei grandi classici del rock degli anni ’60.

Clash: quando iniziò l’avventura

Il 18 marzo 1977 la CBS pubblica il primo singolo di una band sconosciuta. Il gruppo si chiama Clash (Scontro) e il disco è White riot (rivolta bianca).
I Clash sono stati una delle band più influenti della storia del punk e del rock, noti per la loro musica ribelle, il loro impegno politico e la loro capacità di mescolare generi diversi.
Nati a Londra nel 1976, erano parte della prima ondata punk britannica, insieme a Sex Pistols e Buzzcocks.

La formazione classica comprendeva:
Joe Strummer (voce e chitarra ritmica)
Mick Jones (chitarra solista e voce)
Paul Simonon (basso e voce)
Topper Headon (batteria, dal 1977)

A differenza di molte band punk dell’epoca, i Clash non si limitarono alla furia e alla velocità del genere, ma sperimentarono con reggae, dub, rockabilly, funk e rap, rendendo il loro suono unico.

Album fondamentali:
1. The Clash (1977) – Grezzo, aggressivo e pieno di inni ribelli (“White Riot”, “London’s Burning”).
2. Give ’Em Enough Rope (1978) – Più rifinito, con influenze hard rock.
3. London Calling (1979) – Capolavoro assoluto, un doppio album che mescola punk, reggae, rock e jazz, con brani come “London Calling”, “Train in Vain” e “Rudie Can’t Fail”.
4. Sandinista! (1980) – Ambizioso triplo album con sperimentazioni in ogni genere possibile.
5. Combat Rock (1982) – Contiene i loro maggiori successi commerciali: “Should I Stay or Should I Go”, “Rock the Casbah”.
6. Cut the Crap (1985) – Ultimo album, senza Mick Jones, poco amato dai fan.

I Clash non erano solo una band, ma un movimento: la loro musica parlava di politica, ingiustizia sociale e ribellione.
Si sciolsero nel 1986, con tensioni interne e l’allontanamento di Jones e Headon.
Joe Strummer morì nel 2002, ma il loro impatto sul rock e sulla cultura musicale resta enorme.

Artefatti di Internet #53 – Reddit Homepage (2005)

Nell’estate del 2005, due studenti universitari si unirono alla prima coorte di Y Combinator con 12.000 $ di capitale iniziale. Passarono dalla loro idea originale di un sistema di ordinazione di cibo tramite telefono per creare Reddit, concepito come la “prima pagina di Internet”. Il sito consisteva in un semplice elenco di link su cui gli utenti potevano votare, rendendolo un concorso di popolarità collaborativo. Inizialmente, i fondatori crearono post falsi sotto profili falsi per rendere la piattaforma più vivace. All’inizio, non c’erano subreddit e tutti i post erano mescolati insieme. Alla fine crearono il primo subreddit per separare i contenuti NSFW dalla pagina principale.

Nat King Cole: la calda morbidezza della voce

Nat King Cole, nato Nathaniel Adams Coles il 17 marzo 1919 a Montgomery, Alabama, è stato uno dei cantanti, pianisti e intrattenitori più influenti della musica jazz e pop del XX secolo. È noto per la sua voce calda e vellutata, che gli ha permesso di attraversare con facilità diversi generi musicali, conquistando un vasto pubblico.
Nat King Cole ha iniziato come pianista jazz, fondando nel 1937 il “King Cole Trio”, una formazione innovativa per l’epoca, che non includeva batteria. Il trio ebbe un grande successo nel circuito jazz e swing. Tuttavia, Cole è ricordato soprattutto per la sua carriera di cantante. Negli anni ’40, iniziò a concentrarsi sul canto, e la sua voce inconfondibile lo portò a diventare una delle stelle della musica pop.
E’ stato anche un pioniere per quanto riguarda la rappresentazione degli afroamericani nei media. Nel 1956, divenne il primo afroamericano a condurre un programma televisivo di varietà negli Stati Uniti, “The Nat King Cole Show”. Sebbene lo spettacolo fosse acclamato dalla critica, non riuscì a trovare sponsor nazionali sufficienti a causa del razzismo prevalente dell’epoca, e fu cancellato dopo un anno.
Oltre alla sua carriera musicale, Cole affrontò il razzismo durante tutta la sua vita. Negli anni ‘50, ad esempio, fu vittima di un attacco razzista durante un concerto in Alabama. Nonostante ciò, continuò a rappresentare dignità e grazia sia sul palco che fuori, diventando un’icona non solo per il suo talento, ma anche per il suo ruolo come simbolo di integrazione.
Nat King Cole morì prematuramente il 15 febbraio 1965 a Los Angeles a causa di un cancro ai polmoni. La sua eredità continua attraverso la sua musica e le sue innovazioni sia come artista che come icona culturale. Sua figlia, Natalie Cole, è stata anch’essa una famosa cantante, e uno dei suoi più grandi successi è stato un duetto virtuale con suo padre nel brano “Unforgettable”, pubblicato nel 1991, che ha riportato l’opera di Nat King Cole sotto i riflettori mondiali.
Nat King Cole rimane una figura fondamentale nella storia della musica, con una voce e uno stile che hanno segnato un’epoca e continuano a ispirare generazioni di artisti.

Il Buddambulo #20

Il Buddismo e la scelta della felicità #5/10

[…] Se vi chiedete, per esempio, che cosa desiderate dalla vita per voi stessi o per il vostro partner, per i vostri figli, i parenti o gli amici e i conoscenti, la risposta si rivela sempre essere “una vita felice e realizzata”. E buona parte degli studi moderni di ricerca sociale confermano che questa risposta è universale: va oltre tutte le barriere nazionali, religiose, etniche e di status. Fa parte, in altre parole, della condizione umana universale. Inizialmente il concetto può essere espresso in termini di salute, o ricchezza, o relazioni o carriera, eccetera, ma alla fine tutti questi desideri sono solo obiettivi secondari che contribuiscono alla nostra felicità. Sono, per così dire, fermate secondarie lungo l’itinerario. Se non fosse così non le vorreste, né per voi né per gli altri.
Quindi si tratta di una prospettiva molto diversa.
Significa che è possibile esprimere questa grande idea rivoluzionaria che il Buddismo ci presenta, un’idea che troviamo così insolita e così difficile da mandare giù, affermando che il Buddismo non fa altro che riconoscere la realtà essenziale della nostra natura umana universale. Non fa altro che sottolineare che questa è la più forte delle motivazioni nella vita umana e che può essere imbrigliata e sfruttata come strumento di cambiamento per consentirci di vivere una vita più ricca e intensa.
Ciò forse spiega perché spesso si senta dire che “Buddismo è ragione” o “Buddismo è buon senso”. […]

Tuttavia questa nuova prospettiva ci porta solamente a metà strada. Ci può aprire gli occhi alla realtà essenziale di quanto dichiara il Buddismo, ma non ci dice molto circa il come essenziale. Sono convinto che tutti noi sottoscriveremmo la validità dell’idea centrale, ma volerla è diverso da conseguirla. Dobbiamo imparare a conseguirla, dobbiamo imparare a prendere il materiale difficile e intrattabile che tanto condiziona la nostra vita e trasformarlo in carburante per il benessere. Il Buddismo tratta la questione dicendoci di fare il passo essenziale di riconoscere nel nostro cuore che si tratta di una scelta che possiamo fare. Che possiamo attivamente cominciare a tessere la felicità nella nostra vita. E questo riconoscimento ha lo scopo essenziale di mettere le nostre speranze, determinazioni e ambizioni nella stessa direzione.
Questo ci porta di fatto a un altro paradosso improbabile che costituisce il cuore degli insegnamenti buddisti, ossia che felicità e sofferenza non sono, come spesso pensiamo, esperienze totalmente diverse e separate poiché si trovano agli estremi opposti dell’ampio spettro dell’esperienza umana. Il Buddismo dice che esse sono strettamente e intimamente interconnesse, quasi come le facce opposte di una stessa moneta.
Come può essere? Direte voi. Non ha senso! Siamo fortemente condizionati a evitare la sofferenza, e cerchiamo attivamente la felicità, e queste stanno in due direzioni chiaramente diverse. Il Buddismo in realtà non la pensa così, sostenendo che questa è una visione semplicemente incompleta e parziale. Nel senso che se crediamo, come normalmente facciamo, che la nostra felicità in questa vita sia direttamente dipendente dal condurre un’esistenza senza intoppi, senza guai, illuminata dal sole, senza ansia e difficoltà, allora questa è decisamente una strategia destinata a fallire, dal momento che è irrealizzabile. Nessuno di noi conosce nemmeno una persona che conduca una vita del genere.
Se invece cerchiamo di stabilire un senso di benessere forte e resiliente nella nostra vita allora la felicità sì può essere raggiunta, sostiene il Buddismo, poiché l’unico posto dove essa si trova è nel bel mezzo di tutti i problemi che la vita ci scaglia addosso. Questa è l’unica realtà. Pertanto, la nostra felicità e la nostra u sofferenza si trovano nella stessa direzione. (Continua)