Segnali #16

SuoniMichael Brecker è stato uno dei sassofonisti tenore più influenti della storia del jazz moderno. Nato nel 1949 e scomparso nel 2007, ha rivoluzionato il linguaggio del sassofono con la sua tecnica impeccabile, il suono potente e la straordinaria capacità di improvvisazione. Michael ha collaborato con alcuni dei più grandi artisti della musica, tra cui Miles Davis, Pat Metheny, Joni Mitchell, Herbie Hancock, Chick Corea e Paul Simon.

Visioni – Non servono molti aggettivi per spiegare l’occhio fotografico di Marc Apers. Le sue immagini parlano da sole. Un viaggio (a colori e in bianco e nero) attraverso i gesti, i sguardi, le emozioni dei visi e di situazioni a volte inimmaginabili. Quando una fotografia da i brividi è una grande foto e spiega, insegna molto di più di tante parole. Grande fotografo.

Dintorni – Più di 200 mila abitanti negli anni Settanta del secolo scorso ed oggi circa 180 mila, Mestre è la terza città più popolosa del Veneto ed è anche quella non d’arte che accoglie più turisti in Italia. Ma popolosa, intraprendente e cosmopolita ante litteram lo è sempre stata perché è sorta e si è sviluppata in un’area strategica che fin dai tempi antichi si è caratterizzata come crocevia di grandi, importanti arterie. Ultimo baluardo a difesa della Repubblica Serenissima, ha subìto ripetuti attacchi da parte di quanti proprio Venezia intendevano conquistare e non riuscendovi hanno messo in atto pesanti ritorsioni contro la città al di qua della Laguna.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #6

6 – Il folk rock 

L’influenza delle “nuove” sonorità importate dall’Inghilterra durante la British Invasion non tarda a farsi sentire nella musica dei cugini americani: uno dei primi risultati è la nascita del folk-rock. Al centro del movimento musicale c’è di nuovo Bob Dylan: elettrificato su “Bringing It All Back Home” (1965) che perde in parte la matrice folk andando a spostare il proprio baricentro musicale verso il rhythm’n’blues, (ma si trattava pur sempre di un rhythm’n’blues in cui la straordinaria verve lirica di Dylan predominava su di ogni altra cosa), coverizzato dai Byrds su un disco dello stesso anno in cui si possono ritrovare tutti gli elementi che diventeranno distintivi del genere: “Mr. Tambourine Man” (1965), farcito di trasposizioni in chiave elettrica e rock di molti dei pezzi folk di Dylan stesso, tra cui la stessa “Mr. Tambourine Man” e “All I Really Want To Do”.
Ma se lo stile compositivo di quest’ultimo riecheggia in tutto il disco, anche nelle canzoni originali, a firma Clark McGuinn, un’altra influenza, quella Beatlesiana, salta subito all’attenzione dell’ascoltatore, anche di quello più distratto: la cura nell’arrangiamento e l’utilizzo di parti vocali multiple (a sua volta mutuato dai Fab Four da gruppi americani come Beach Boys ed Everly Brothers in un curioso feedback d’influenze) sono indizi lampanti.
Inedito è invece il tintinnio (il cosiddetto jingle-jangle)  della Rickenbacker di McGuinn, elemento che da una parte diviene ben presto topos musicale del genere risuonando costantemente nei dischi del cosiddetto filone folk-rock, perlopiù Californiano (in particolare Beau Brummels e Buffalo Springfield), e dall’altra è anche il vero filo conduttore della carriera discografica dei Byrds stessi attraverso gli innumerevoli cambi di pelle che il gruppo vivrà negli anni: dalla fase psichedelica cominciata nel 1966 con “Fifth Dimension” a quella country, che troverà il suo apice nel 1968 su “Sweetheart Of The Rodeo” con Gram Parsons a condurre il gruppo sui solchi della tradizione e attraverso le frontiere del country-rock.
Se spesso ai Byrds viene assegnato un ruolo leggermente più defilato rispetto ad altri mostri sacri dell’epoca come Beatles, Stones e Dylan in realtà l’influenza del gruppo sui gruppi futuri si rivelerà immensa, dal power pop al college rock, passando per il Paisley underground: per molti versi il gruppo di McGuinn avrà sul pop-rock Americano un’influenza paragonabile solo a quella avuto dai Beatles su quello Inglese.
Fortissima l’influenza dei Fab Four anche sui Buffalo Springfield di Neil Young e Stephen Stills: ricordati spesso solo per la celebre “For What It’s Worth” e per la futura partecipazione di due dei suoi membri nel celebre quartetto CSN&Y, il gruppo mostra in realtà sul debutto omonimo del 1967 una vena melodica straordinaria in pezzi come “Sit Down, I Think I Love You” e “Flying on the Ground is Wrong” da una parte e allo stesso tempo un legame fortissimo con le origini country (“Pay the price”).
Un curioso ruolo di pionieri-comprimari rivestono invece i Beau Brummels che pur anticipando tutti non solo nel ripagare i britannici con la loro stessa moneta con il loro esordio “Introducing the Beau Brummels”, del 1965 (vero e proprio manifesto musicale del futuro movimento folk-rock), ma anche nell’introdurre elementi psichedelici e country nella propria musica saranno sempre relegati ad un ruolo secondario: il motivo è da ricercarsi in fattori meramente commerciali, poiché la Autumn Records, la piccola etichetta che li lanciò, non poteva dar loro la stessa risonanza che il contratto con la Columbia da subito garantì ai Byrds.
Della scena folk-rock Californiana fa parte anche il quartetto vocale dei Mamas & Papas, espressione del lato più leggero e allegro dell’intera scena folk-rock californiana su “If You Can Believe Your Eyes and Ears” (1966).
Casi a parte sono due gruppi come Turtles e Lovin’ Spoonful che col resto della scena folk-rock condividono l’obiettivo di ricreare la ricchezza melodica e armonica ammirata nei dischi dei cugini inglesi, ma che musicalmente viaggiano su coordinate differenti.
I primi, sempre Californiani, arrivano su “Happy Together” (1967) (disco che contiene l’omonima traccia per cui vengono ricordati dai più), ad una la ricchezza degli arrangiamenti che li porta dalle parti di quel pop barocco che aveva raggiunto il suo capolavoro un anno prima (con “PetSounds”).
Originari di New York invece i Lovin’ Spoonful, per cui la definizione folk-rock risulta andare più stretta che mai, visto che accanto alle evidenti influenze Byrdsiane e Beatlesiane, qui si fa sentire anche la forte influenza delle vecchie jug bands tradizionali (il gruppo era partito proprio come jug band), conferendo a molti pezzi quella vena da vaudeville che porta istintivamente ad associare gli Spoonful ad un altro gruppo atipico dell’epoca come i Kinks, che fa riferimento alla tradizione senza tempo del Music Hall; con essi gli Spoonful condividono anche una certa schizofrenia musicale che alterna alla vena più indolente improvvisi scatti adrenalinici, passando dalle sonnolente atmosfere di “Daydream” al tiro irresistibile di “Summer in the City”.
Ben presto il fenomeno di riscoperta in chiave rock del folk attecchisce, in un eterno ed intricatissimo gioco di rimandi, anche in Inghilterra, dove però la tradizione musicale arcaica è intrisa di influenze celtiche e medievali: pionieristica si rivela Shirley Collins, esordiente a 23 anni nel 1959 con “False True Lovers” e prima a riscoprire le radici folk anglosassoni (prodotto da quell’Alan Lomax che ha già compiuto un lavoro vitale di documentazione della musica delle radici Americana).
Il folk-rock inglese è però fenomeno dei tardi ’60, nato in risposta alle contaminazioni tra folk e rock di Dylan e Byrds e anima i dischi della Incredibile String Band, dei Fairport Convention di Richard Thompson e Sandy Denny e dei Pentangle di Bert Jansch. I primi su “Hangman’s Beautiful Daughter” (1968) creano un folk esoterico e fantastico, marginalmente influenzato dal movimento psichedelico, che cita la musica indiana e mediorientale e la sposa col folk celtico; ancora più eccentrici i Pentangle di “Sweet Child” (1968), dove la tradizione inglese e celtica si sposa con blues, jazz e pop in un pot pourri indefinibile e meticcio.
Ma il gruppo che meglio esemplifica il folk-rock inglese come risposta a quello Americano sono i Fairport Convention di “What We Did on Our Holidays” (1969), rilettura in chiave inglese di Byrds, Dylan e Joni Mitchell; influenze che già cominciano a sfumare nel successivo “Unhalfbricking” (1969), disco che si rivela fondamentale per l’”emancipazione” definitiva del folk inglese: a produrre c’è Joe Boyd, figura chiave del movimento, già dietro ai lavori di Incredibile String Band e Shirley Collins, e, sempre nel 1969, al lavoro con Nick Drake sull’esordio “Five Leaves Left” e nei successivi “Bryter Later” (1970) e “Pink Moon” (1972).
Drake si rivela fin da subito cantautore folk straordinario, parente alla lontana di Leonard Cohen nelle atmosfere rarefatte e nel modo di sussurrare le canzoni, versione malinconica e depressa di Donovan per quel modo di creare ballate folk agrodolci e bucoliche, sostenuto da strumentazioni e arrangiamenti classici barocchi, la musica di Drake è pervasa da una tristezza di fondo che la rende capace di toccare le corde e i recessi più profondi dell’ascoltatore, rivelandosi un’influenza imprescindibile per gran parte del folk Americano ed Inglese a venire.  (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

The Chieftains & Ry Cooder — San Patricio (2010)

Per quanto riguarda la musica popolare, dal 1996 anno di uscita di quel meraviglioso disco che porta il nome di “Buena vista social club” niente è stato pubblicato di così bello e guarda caso anche in quel disco c’era la presenza di Cooder. In realtà non è un caso, nessuno meglio di lui sa raccogliere le radici storico musicali di un popolo. In questo disco il risultato è doppio visto che il suo collaboratore Paddy Moloney (leader dei Chieftains) è altresì un musicista sempre alla ricerca di perle sonore appartenenti al suo popolo d’Irlanda. Due mondi quindi, quello di Ry Cooder e una musica di base messicana e quello dei Chieftains con le loro ballate irlandesi, uniti per raccontare una storia che porta il nome di San Patricio, una guerra avvenuta nel 1846 tra messicani e americani alla quale parteciparono molti irlandesi.
Il disco, che i due musicisti poco più che sessantenni hanno inciso, comprende diciannove brani. Tutte le canzoni sono ricche di sonorità folk, una fusione di strumenti acustici irlandesi (tin-whistle, uilleann pipes, violino) e strumenti acustici tradizionali messicani (cuatro, cajon, fisarmonica, bajo sexto, ecc). Cooder ha inserito anche un vasto assortimento di bande messicane e altri artisti, tra cui Lila Downs, Chavela Vargas, Los Tigres del Norte, Los Folkloristas e Linda Ronstadt.
Cantato in spagnolo e inglese, le sessioni sono state registrate in Messico, Spagna, Los Angeles, New York e Dublino.
La grandezza dell’album, oltre sicuramente all’aspetto musicale, sta nei lati comuni delle due culture. Il disco pone delle domande sulla conservazione sonora dei due popoli che in questo caso sono unite da un “fattore” storico che poche versioni ufficiali mettono in evidenza. Ancora una volta il grande Cooder, come ha fatto già in passato con altri album, fa una ricerca musicale e il risultato diventa un archivio storico e sociale dove le “note musicali” diventano la testimonianza di un popolo.
Le canzoni di San Patricio sono cantate con pura passione, senza artifici tecnico strumentali, dalle ballate irlandesi cariche di melodia popolare e sentimento alle canzoni messicane calde e profonde. Musiche ricche entrambi di semplicità e spontaneità che vengono tramandate da generazioni rimanendo inalterate nello spirito, nella bellezza e nella loro storia.
Quasi un capolavoro.

La Bussola #20

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Asterisco *38

E poi l’eterna questione degli errori fatti e delle cose non dette. Se dovessi scrivere una lista, servirebbe un papiro lungo quanto la fila alla posta il primo del mese. Ma alla fine, la vera domanda è: meglio pentirsi di quello che si è fatto o di quello che non si è fatto? Io, nel dubbio, continuo a rimandare tutto a domani. O a mai.

Albert Ayler, innovatore assoluto

Albert Ayler nato il 13 luglio 1936, è stato un sassofonista e compositore americano, una delle figure più radicali e influenti del free jazz. Il suo stile era caratterizzato da un suono potente, vibrante e quasi primitivo, con un uso estremo del registro alto e una tecnica che fondeva spiritualità, blues, marce militari e gospel.
Dopo aver iniziato suonando R&B e bebop, Ayler si immerse nel free jazz, spingendosi oltre i confini armonici e melodici tradizionali. Album come Spiritual Unity (1964) con Gary Peacock e Sunny Murray, e Live in Greenwich Village (1967), lo hanno consacrato come un innovatore assoluto. La sua musica era intensamente emotiva, spesso paragonata a una forma di “parlato in lingue” musicale.
Ayler collaborò anche con musicisti come Don Cherry e il già citato Rashied Ali. Negli ultimi anni della sua carriera cercò di avvicinare il suo stile a un pubblico più ampio, incorporando elementi rock e funk, ma senza mai tradire la sua essenza sperimentale.
La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose nel 1970 (il suo corpo fu trovato nel fiume East River a New York), rimane uno dei grandi enigmi del jazz. Nonostante la sua breve carriera, la sua influenza è immensa e continua a ispirare musicisti sperimentali in tutto il mondo.

Balthus

“L’atelier è il luogo del lavoro, e anche della fatica. Il luogo del mestiere. Nella mia attività è essenziale. È lì che mi raccolgo, come in un luogo di illuminazione. … Bisognerebbe dire ai pittori di oggi che tutto si gioca nell’atelier. Nella lentezza del suo tempo. Amo le ore trascorse a guardare la tela, a meditare davanti a essa. A contemplarla. Ore incomparabili nel loro silenzio. D’inverno, la grossa stufa borbotta. Rumori familiari dell’atelier. I pigmenti mescolati da Setsuko, lo strofinio del pennello sulla tela, tutto viene riassorbito dal silenzio: prepara all’entrata delle forme sulla tela nel loro segreto, alle modifiche spesso appena abbozzate che fanno fluttuare il soggetto del quadro verso qualcos’altro di illimitato, di sconosciuto.”

Così scrive nel 2000 Balthazar Michel Klossowski de Rola, in arte Balthus, nato a Parigi il 29 febbraio 1908 da una nobile famiglia di origine polacca. Il padre, il conte Eric Klossowski de Rola, pittore e raffinato critico d’arte, e la madre Elisabeth Dorothea Spiro, anch’essa pittrice, conosciuta con il nome d’arte Baladine, si trasferiscono a Parigi nel 1903, nel quartiere di Montparnasse, dove frequentano la cerchia di artisti e intellettuali presenti in quel periodo nella Ville lumière. I due coniugi si dedicano perlopiù allo studio e alla copia delle opere conservate al Louvre: Baladine copia e ammira i dipinti di Nicolas Poussin, mentre Eric è un fervente ammiratore delle opere di Eugène Delacroix.

Nei suoi quadri egli predilige i soggetti mitologici e biblici e, nel giro di poco tempo, riesce a farsi un discreto nome come pittore, tanto da essere ammesso nella ristretta cerchia di conoscenze dall’artista nabis Pierre Bonnard. L’attività come pittore, tuttavia, fu presto sopravanzata dalla passione per la letteratura e la storia dell’arte, e la pittura rimase solo un’attività secondaria nella quale rifugiarsi nei momenti di svago. L’impegno principale di Eric Klossowski divenne, invece, la scrittura. Nel 1907 compose uno studio su Honoré Daumier, divenuto presto noto; l’anno successivo compilò il catalogo ragionato della collezione Chéramy. In quello stesso anno nacque il secondogenito Balthazar che, assieme al fratello Pierre, di tre anni più grande, crebbe in un vero e proprio ambiente bohémien.

Il video (colorato) del debutto di Bob Dylan al Newport Folk Festival nel 1963

Nel luglio del 1963, Bob Dylan fece la sua prima apparizione al Newport Folk Festival. Nella serata di apertura, catturò una folla di 13.000 persone con un’esibizione di “Blowin’ in the Wind“, accompagnato da Joan Baez, Pete Seeger e Peter, Paul e Mary. Poi, il giorno seguente, Dylan cantò una versione di “With God On Our Side” (un duetto con Joan Baez) e suonò da solo “North Country Blues“, una canzone che sarebbe poi apparsa in The Times They Are a‑Changin‘ nel 1964. Nei link sopra evidenziati si possono guardare queste esibizioni storiche nei filmati originali in bianco e nero. Oppure, grazie al canale YouTube  Toca o Disco, puoi vivere il momento a colori. Mentre canta un Bob Dylan di 22 anni, il pubblico ascolta rapito, assorbendo la sua potente canzone folk sulle dure realtà dell’estrazione mineraria e dell’industrializzazione.

Qui sotto il video del debutto dove Bob Dylan canta North Country Blues al Newport Folk Festival (1963).