Willem Breuker

Willem Breuker morto il 23 luglio 2010 è stato un sassofonista, clarinettista, compositore e bandleader olandese, noto per il suo approccio eclettico al jazz e per essere stato una delle figure chiave del movimento europeo del free jazz e dell’improvvisazione radicale.
Negli anni ’60, Breuker si fece notare per il suo spirito ribelle, mescolando free jazz, musica da circo, cabaret, fanfare e elementi di musica contemporanea. Fu membro del Instant Composers Pool (ICP), collettivo olandese fondato insieme a Han Bennink e Misha Mengelberg, che promuoveva un jazz sperimentale e improvvisato.
Nel 1974 fondò la Willem Breuker Kollektief, un ensemble con cui esplorò un jazz teatrale e surreale, caratterizzato da ironia, citazioni musicali e improvvisazione strutturata. Il gruppo divenne celebre per le sue performance energetiche e imprevedibili, nelle quali il confine tra jazz, musica classica moderna e folk veniva continuamente sfumato.
Breuker ha anche composto colonne sonore, musica per teatro e orchestrazioni per ensemble sinfonici, dimostrando una versatilità straordinaria. Il suo contributo al jazz europeo è stato fondamentale per ridefinire l’identità della musica improvvisata al di fuori dell’influenza americana.

Asterisco *39

Che fare? Abbandonarsi alla poesia, lasciarsi cullare dalle parole, farsi trasportare in un mondo etereo e sublime? O accettare che la poesia, in fondo, è solo un modo elegante per dire quello che potremmo dire in cinque parole semplici ma con molta più enfasi?
Forse non mi risponderò oggi, né domani.

Elementi

Sentieri aperti
tra montagne piane
incrociano lo sguardo

con l’azzurro verde

L’aria serena
accompagna piano
il suono scandito
da campanacci

Il sole presente
scalda i giorni
in un abbraccio
racchiuso e denso

Terra e pietre
giocano a seguirsi
in spazi ampi
senza tempo

Appunti Corti #114

Da tempo ormai, l’area amichevole di cui si è riempita di volta in volta nel corso degli anni, la mia vita, ha smesso di alimentarsi. Chi ho abbandonato, chi è rimasto distante, chi è scomparso e chi ho semplicemente smesso di sentire. Tutti nel contenitore affezione, nel reparto dispensa.
Non so cosa, non so come, non ho risposte o meglio non le cerco. L’abitudine, questa conosciuta amica-nemica, ormai da tempo, ha preso il sopravvento sulla gestione quotidiana della condivisione fisica, affettiva, amichevole
Quando un “lamento” non viene cancellato con un’azione “fisica”, rimane sommerso ma vivo e come la lava di un vulcano, è probabile che ogni tanto erutti.    

Mary Chapin Carpenter – Personal History (2025)

Recensioni 2025

Come i migliori poeti e cantastorie, Mary Chapin Carpenter tesse ampie reti di bellezza, desiderio e profondità emotiva. In ogni canzone del suo nuovo album, Personal History, medita su capitoli della sua vita e ci invita a percorrere con lei questo viaggio labirintico, condividendo la saggezza inesauribile che trae dai piccoli momenti della vita.
In Personal History, Mary Chapin Carpenter intreccia canzoni con filamenti lirici e strati di strumentazione cinematografica, avvolgendoci in una ricca maestosità ritmica. Potrebbe essere il suo miglior album finora, ed è certamente uno dei migliori dell’anno finora.

Ascolta il disco

Archie Shepp

Emblema politico del jazz fu il sassofonista Archie Shepp, compositore e poeta statunitense, una delle figure più influenti della musica d’avanguardia e del free jazz. Nato nel 1937, Shepp ha collaborato con artisti del calibro di John Coltrane, Cecil Taylor e Sun Ra, distinguendosi per il suo stile potente e il suo impegno politico. La sua musica è fortemente radicata nel blues e nel jazz tradizionale, ma anche nell’improvvisazione radicale e nella denuncia sociale. Negli anni ’60 e ’70, i suoi album affrontavano temi legati ai diritti civili e all’identità afroamericana, rendendolo una voce importante nel movimento Black Power. Oggi in ombra ma allora in prima linea sul fronte della nuova musica, soprattutto per quanto riguarda il lato più militante dell’avanguardia, quello legato esplicitamente alle rivendicazioni. Lo stesso suono del suo sassofono, forte, vibrante, aggressivo, esprimeva la volontà di un’imperiosa reazione a qualsiasi atteggiamento passivo, di sopportazione e vittimismo nei confronti degli ingiusti trattamenti cui erano ancora sottoposti i neri d’America. Shepp si presentava abbigliato spesso con vistose camicie africane, il che ci porta dritti all’altro tema ricorrente di quegli anni. L’Africa, rivendicata da molti musicisti come una provocatoria risposta di appartenenza, contro l’ipocrisia di una falsa integrazione in terra americana, divenne un simbolo potente. Evocato in particolare da un gruppo di musicisti di eccezionale versatilità e, cosa nuova nel jazz moderno, di spiccata vocazione spettacolare. Si tratta dell’Art Ensemble of Chicago.
Tra i suoi album più noti ci sono Fire Music (1965), Attica Blues (1972) e The Magic of Ju-Ju (1967). Nel corso della sua carriera, Shepp ha anche esplorato la musica africana, il gospel e il funk, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione jazzistica.

Martine Franck

Nata ad Anversa, in Belgio, ma cresciuta negli Stati Uniti e in Inghilterra, Martine Franck ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Madrial (1956-57) e all’Ecole du Louvre di Parigi (1958-1962).
Dopo la sua tesi in storia dell’arte sull’influenza del Cubismo in scultura, capisce di preferire l’espressione visiva alla scrittura e, nel 1963, comincia a occuparsi di fotografia. Diventa assistente di Eliot Elisofson e di Gion Mili per Time-Life; lavora in Cina, in Giappone e in India. Diventa poi fotografa freelance e collabora con Life, Fortune, Sports Illustrated, The New York Times e Vogue.
Dal 1965 partecipa, come fotografa, alla cooperativa del Théâtre du Soleil di Ariane Mnouchkine. Nel 1970-1971 lavora con l’agenzia Vu di Parigi e nel 1972, insieme ad altri colleghi, fonda l’agenzia Viva. Nel 1980 entra come associata a Magnum Photos per diventame poi membro effettivo nel 1983.
Nel 1995 ha diretto il cortometraggio Ariane et Co. Le Théâtre du Soleil, in collaborazione con Robert Delpire, e nel 2000, insieme a Fabienne Strouvé-Beckers, ha realizzato Retour en Irlande avec Martine Franck, photographe.
Nel 2002, su sua iniziativa, crea insieme al marito e alla figlia Mélanie la Fondation Henri Cartier-Bresson, che conserva e promuove il patrimonio artistico del grande autore recentemente scomparso.
Ha raccolto il suo lavoro in diverse mostre, personali e collettive, presentate nelle principali gallerie e musei del mondo. Tra i libri pubblicati ricordiamo Etienne Martin, sculpteur (1970); La sculpture de Carde-nas (1971); Le Théâtre du Soleil (1971); Martine Franck (1976); Les Lubérons (1978); Le temps de vieillir (1980); Martine Franck (1982); Martine Franck. Des Femmes et la Création (1983); De temps en temps (1988); Portraits (1988); L’homme qui plantait des arbres (1995); Collège de France (1995); D’un jour, l’autre (1998); Tory Island Images (1998); Magna Brava (con Eve Amold, Inge Morath, Susan Meiselas e Mailyn Silverstone, 1999); Tibetan Tulkus (2000); Martine Franck Photographe (2002).

Musa Fotografia  – Fotografia Artistica – Magnum Photos

Olafur Arnalds & Talos – A Dawning (2025)

Recensioni 2025

A Dawning, album profondo frutto della collaborazione tra il compositore, produttore e polistrumentista islandese Ólafur Arnalds e il compianto cantautore irlandese Talos (Eoin French). Unendo le voci musicali uniche dei due artisti, l’album si muove tra momenti di pura emozione e luminosa speranza, invitando gli ascoltatori a un potente viaggio sonoro. Con le sue otto tracce evocative, A Dawning si pone sia come celebrazione del sodalizio artistico sia come sentito tributo alla duratura eredità di Talos.
Questa è musica per tenerci a galla in acque oscure, guidandoci verso un barlume di luce all’orizzonte. Fortemente consigliato.

Ascolta il disco

Appunti Corti #113

Le parole sono sostanza. Per come le ordini, per come le scegli. Per come rivelano l’intimo, il pensiero, l’animo. Hanno sempre una loro profondità, bella o brutta che sia. E non sempre sono sinonimo di intelligenza o cultura, di saggezza o vacuità. La superficialità invece si rivela sempre quando le parole vengono scambiate per inutile chiacchiericcio, quando vengono declassate a qualcosa di privo di concretezza. Le parole, scambiate, discusse, esposte, hanno un loro calore umano, bello o brutto che sia. Detesto chi usa il ‘non servono le parole’, chi si fa profeta del ‘fatti, non parole’. È una castrazione fredda e brutale. Una veste sostanziosa che copre il disumano.