Patti Smith — Banga (2012)

Tirando in ballo il cane di Ponzio Pilato chiamato “Banga” (dal libro “Il maestro e Margherita” di Bulgakov), la nostra sacerdotessa del rock pubblica il suo undicesimo album. Disco di inediti (a parte un brano) che esce a otto anni da Trampin’ e a cinque da Twelve, album di solo cover.

Patti Smith pubblica un’album di canzoni, quelle classiche, quelle che seguono la “forma” vera, ballate che raccontano “storie” di persone, fatti e tragedie personali e sociali. Tra i brani infatti, troviamo riferimenti che vanno dal terremoto in Giappone alle scomparse di Amy Winehouse e Maria Schneider. Le dodici canzoni che compongono l’album sono costruite su testi importanti, sono riflessioni ed esperienze, cariche di poesia e di reale vita quotidiana. Dodici canzoni per dodici tributi, dodici omaggi a persone, amici, personalità e popoli che in qualche modo hanno colpito i sentimenti della poetessa e che poi ha messo in musica.

Apre il disco Amerigo, il riferimento è a Vespucci e alla sua scoperta del Nuovo Mondo. Bell’inizio con un “triangolo”: voce, pianoforte e violino, che fa ben sperare. April Fool, letteralmente “Pesce d’Aprile” è il singolo che è uscito guarda caso il primo di aprile. Il brano è un omaggio allo scrittore Gogol, nato in questo giorno. Il terzo brano Fuji-San è dedicato alle vittime dello tzunami che ha colpito il Giappone lo scorso anno. Il suono a sentori orientali/nipponici, naturalmente. This Is The Girl ha sapore decisamente “fifties” ed è il ricordo/tributo a Amy Winehouse, tragicamente scomparsa, l’anno scorso. Il quinto brano Banga, è il risultato di una breve crociera a bordo della Costa Concordia. Ottima canzone che ben descrive il moto ondoso dell’oceano. Altro tributo è Maria, canzone malinconica dedicata alla Schneider, anche lei scomparsa nel 2011 e molto amica della Smith. La seconda parte del disco inizia con Mosaic, i riferimenti sonori questa volta ci portano ai paesi dell’est e proseguono con Tarovsky (the second stop is Jupiter) brano dedicato al regista russo. Dall’est all’ovest con un altro omaggio: Nine, e questa volta è il turno di Johnny Deep omaggiato per il suo compleanno. Il secondo brano (decimo della scaletta) scritto durante la crociera a bordo della costa Concordia è Seneca, fisarmonica e violini la fanno da padroni. Siamo al penultimo brano del disco Constantine’s Dream (Sogno di Costantino), dedicato all’affresco di Piero della Francesca conservato all’interno della basilica di San Francesco. Conclude l’album After the Goldrush brano di Neil Young e unica cover del disco, bellissima versione con tanto di coro fanciullesco finale.

Buon disco Banga, molto fruibile e tra i più orecchiabili che la nostra sessantacinquenne abbia mai scritto ma non per questo è un lavoro superficiale ne tantomeno banale. E’ un disco a tutto tondo dove i testi e il suono vanno a braccetto, tutto condito da un’ ottima qualità. Brava Patti!

Perz Prado, il Re del mambo

Il 14 settembre 1989 a Colonia del Valle in Messico muore il direttore d’orchestra Pérez Prado, il Re del mambo, principale artefice della diffusione nel mondo del più popolare ritmo afrocubano degli anni Cinquanta. Al momento della sua morte i giornali sorvolano sull’età. L’unica certezza è che ha più di settant’anni, ma la sua vera età resta un mistero, dato che diverse sono le date di nascita che di volta in volta vengono diffuse.
Dámaso Pérez Prado (1916-1989) è stato un musicista, compositore, pianista e direttore d’orchestra cubano naturalizzato messicano, noto come il “Re del Mambo”. È celebre per aver reso popolare il mambo negli anni ’50 grazie alle sue innovazioni nella big band e a successi internazionali come “Mambo No. 5”, “Cherry Pink (and Apple Blossom White)” e “Patricia”.
Prado iniziò la carriera come pianista e arrangiatore per l’orchestra Sonora Matancera a Cuba, poi si trasferì in Messico dove sviluppò vari stili di mambo e divenne una figura di spicco della musica latino-americana, anche nel cinema. La sua musica ha influenzato profondamente il panorama musicale degli anni ’50 e rimane un punto di riferimento per il mambo e la musica latina.

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Cecil Taylor

A portare oltre ogni accettabile convenzione stilistica le possibilità del pianoforte fu Cecil Taylor, vulcanico, travolgente improvvisatore, incurante di ogni regola, che iniziò a essere conosciuto per le sue lunghissime, deliranti esecuzioni dal vivo, a volte lunghe più di un’ora e senza alcuna possibile riconoscibilità di temi e strutture, un magma continuo che trasformava lo strumento in una devastante macchina sonora. Completamente al di fuori dei rapporti consueti tra melodia e armonia, Taylor usava il pianoforte come un caleidoscopio cromatico e percussivo, con una forte intellettualizzazione che rendeva la sua musica difficilmente accettabile se non a una ristretta cerchia di appassionati. La sua è stata forse la musica più difficile del periodo, prossima a quello che poi è diventato uno stereotipo, di gran lunga esagerato, che ha interpretato la rivoluzione free come musica ostile e inascoltabile, priva di reali intenti comunicativi e perfino sospettata di essere un bluff totale.
Lo stereotipo derivava da certi eccessi di radicalità, tipici di una stagione che incoraggiava estremismi di ogni genere.

Peter Tosh

L’11 settembre 1987 a Kingston in Giamaica tre uomini entrano nella casa di Peter Tosh per rubare. Qualcuno ha detto loro che il cantante è all’estero e che l’abitazione è vuota, ma l’informazione è falsa. Tosh è in casa e non è solo. Con lui ci sono il cuoco vegetariano che l’accompagna ovunque e un amico disk jockey. È un problema che si può risolvere. Spianano le pistole e li uccidono.
Peter Tosh, nato Winston Hubert McIntosh il 19 ottobre 1944 a Grange Hill, Giamaica, è stato un cantante e musicista giamaicano fondamentale per la storia del reggae. È stato uno dei membri fondatori del gruppo The Wailers insieme a Bob Marley e Bunny Wailer, con cui iniziò la carriera musicale nei primi anni Sessanta a Trenchtown, Kingston.
Tosh era noto per la sua voce profonda e per le sue capacità di chitarrista, oltre che per il suo carattere militante e il forte impegno politico e sociale. Dopo lo scioglimento dei Wailers nel 1973, intraprese una carriera solista di successo, con album celebri come Legalize It (1976), che promuoveva la legalizzazione della marijuana, e No Nuclear War (1987), con cui vinse un Grammy Award.
Peter Tosh è ricordato anche come un attivista rastafariano e un simbolo della lotta contro l’apartheid e per i diritti civili.

Un disco al giorno

Tre anni fa, l’11 settembre del 2022, ho iniziato, quasi per gioco, la pubblicazione giornaliera di un disco.
Ogni titolo pubblicato è comprensivo del link che da la possibilità di ascoltarlo e dove presente anche la mia recensione.
Ad oggi sono quasi millecento dischi e altrettanti sono in arrivo nei prossimi anni… 🤣
Utile per ascoltare e ampliare la nostra conoscenza musicale.

Un disco al giorno

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #9

9 – Il rock sperimentale di fine anni ’60

Se i Fugs fanno un vezzo della propria incompetenza musicale con i Godz di “Contact High” tale elemento diventa fulcro e ragion d’essere del disco stesso: 25 minuti di lamenti, strumming e drumming fuori tempo, ricostruzioni sonore di risse tra gatti e ballate folk con chitarra scordata ed armonica stonata. Come disse Lester Bangs: “Basta solo una folle perseveranza e uno spregio totale di tutto ciò che non sia tirare fuori il guaito che si farebbe ululando alla luna e naturalmente la maggior parte delle persone non ululerebbe mai alla luna solo per dimostrare qualcosa. Ma i Godz si! E non per dimostrare qualcosa, ma perché gli piace ululare alla luna! Ed è questo che li distingue da tutti gli altri.”
Messi accanto a Fugs e Godz rischiano quasi di passare per tradizionalisti gli Holy Modal Rounders, che rivisitano blues e folk con attitudine acida e voce ubriaca, confondendo la rivisitazione con la parodia, la parodia con l’esperimento, legati agli altri due gruppi dalla comune appartenenza all’etichetta ESP, faro dell’avanguardia Americana, per cui sono già usciti o usciranno i Pearls Before Swine e artisti jazz che si muovono tra bop e free come Albert Ayler, Steve Lacy, Ornette Coleman e Charlie Parker.
Altro polo per il rock più o meno d’avanguardia era Los Angeles, da cui provengono due dei più grandi sperimentatori dell’epoca, Frank Zappa e Captain Beefheart. I due, che hanno anche inciso un disco insieme nel 1959, accomunati da una comune indole dissacratoria e dall’interesse per le avanguardie musicali, si muovono poi musicalmente in direzioni radicalmente diverse.
Conoscitore enciclopedico d’ogni stile musicale il primo (non solo rock, ma anche classica contemporanea e avanguardia) fin da “Freak Out!”, esordio del 1966 accanto alle Mothers Of Invention, mostra da subito quelli che saranno i tratti salienti del suo stile: da una parte una costante tendenza alla satira e allo scherzo che porta spesso ad etichettare il suo stile come comedy-rock (probabilmente una delle definizioni di stile più brutte mai coniate), dall’altra il gusto di passare brillantemente da un genere all’altro, mettendo a frutto la propria conoscenza della storia musicale ma anche la propria passione per generi apparentemente antitetici come la musica d’avanguardia e il pop-rock e il doo-wop di fine anni ’50.
Dalla sintesi di questi generi (ma anche di classica, improvvisazione jazz e musica concreta) nascono dischi che anticipano per ricchezza e ricercatezza delle soluzioni musicali le progressive-rock degli anni ’70, in una discografia sterminata che testimoniano la sua inesauribile versatilità e creatività melodica. Corrispettivo inglese di Zappa (con iniezioni pesanti di Beatles e Kinks) è la “ The Bonzo Dog Band” che sul secondo disco “The Doughnuts in Granny’s Greenhouse” (1968) fonde brillantemente music hall, doo-wop, folk e un numero imprecisato di altri generi, con risultati spesso esaltanti.
Diversa la direzione intrapresa da Captain Beefheart con l’esordio del 1967 “Safe as Milk”, disco di blues-rock sghembo sulle orme di Howlin’ Wolf in cui, se da una parte si ha un primo assaggio dell’abrasiva voce di Van Vliet (vero nome di capitan cuore-di-bue), dall’altra si rimane comunque più o meno nei binari della tradizione. Diverso il discorso per “Trout Mask Replica” (1969): prodotto da Frank Zappa, fusione aliena di blues primitivo, free jazz e avanguardia rumorista, cantato atonale e struttura ritmica spastica e balbuziente il disco è considerato uno dei capolavori assoluti della storia del rock, pietra angolare, più per ispirazione che per imitazione, per tanti gruppi a venire, dalla new wave sghemba dei Devo allo scalcinato post-blues degli Old Time Relijun.  Continua…

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)