La Bussola #26

La descrizione del sito Rivista Studio è: Un media di attualità, cultura, moda e stili di vita fondato nel 2011.

Rivistastudio tratta ogni giorno approfondimenti e novità dai mondi della cultura, dello spettacolo e della tecnologia. Ogni tre mesi Studio è anche un rivista di carta: è dedicata, in ogni numero, a uno dei temi fondamentali che stiamo vivendo come cittadini e come società.
Oggi Studio è un ecosistema editoriale che comprende diverse offerte: un sito che segue le notizie più di attualità e le approfondisce con un taglio culturale unico in Italia, quattro newsletter verticali, eventi dal vivo, una serie di podcast, un canale Instagram pensato per essere un vero e proprio media a sé stante.

Bob Dylan: i suoi album #4

Another Side of Bob Dylan (1964)

Non sono io, baby
Qual è l’altra faccia di Dylan a cui allude il titolo?

Another Side of Bob Dylan è il quarto album in studio del cantautore statunitense Bob Dylan, pubblicato l’8 agosto 1964 dalla Columbia Records. L’album si discosta dallo stile più socialmente impegnato che Dylan aveva sviluppato con il suo precedente LP, The Times They Are A-Changin’ (1964). Il cambiamento suscitò critiche da parte di alcune figure influenti della comunità folk: il direttore di Sing Out! Irwin Silber si lamentò del fatto che Dylan avesse “in qualche modo perso il contatto con la gente” e fosse rimasto intrappolato “nell’armamentario della fama”. Nonostante il cambiamento tematico dell’album, Dylan eseguì l’intero Another Side of Bob Dylan come aveva fatto con i dischi precedenti: da solo. Oltre alla sua solita chitarra acustica e armonica, Dylan suona il pianoforte in una traccia, “Black Crow Blues”. Another Side of Bob Dylan raggiunse il numero 43 negli Stati Uniti (anche se alla fine divenne disco d’oro) e raggiunse l’ottavo posto nelle classifiche del Regno Unito nel 1965.
L’altra faccia di Bob Dylan a cui si fa riferimento nel titolo è presumibilmente quello romantico, assurdo e stravagante – tutto ciò che non era presente in Times They Are a-Changin’, un album decisamente folk e intriso di protesta. Per questo motivo, Another Side of Bob Dylan è un disco più vario e anche di maggior successo, poiché cattura l’espansione della musica di Dylan, offrendo interpretazioni fantasiose e poetiche sia di canzoni d’amore che di melodie di protesta. Contiene in realtà lo stesso numero di classici del suo predecessore, con “All I Really Want to Do”, “Chimes of Freedom”, “My Back Pages”, “I Don’t’ Believe You” e “It Ain’t Me Babe” tra i suoi standard, ma la chiave del successo del disco sono le tracce dell’album, eleganti, poetiche e stratificate. Sia i testi che la musica sono diventati più profondi e Dylan sta sperimentando nuove strade: questo, nella sua costruzione e nel suo atteggiamento, non è propriamente folk, ma abbraccia molto di più. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori, un’opera incantevole e intima.
Rimanendo fedele a quella reticenza nel rispondere alle domande troppo dirette che ha contraddistinto tutta la sua lunga carriera, Bob Dylan non chiarì mai fino in fondo quale fosse il significato più profondo dell’“altra faccia” di se stesso a cui fa riferimento il titolo del disco. Eppure le atmosfere viscerali, i testi dai toni quasi allucinati, gli spunti ironici, gli errori ostentati e i temi evasivi forniscono un’immagine piuttosto chiara delle idee che passavano per la testa di Dylan quando riuscì finalmente a staccarsi le scomode etichette di portavoce di una generazione smarrita e di salvatore del popolo che gli erano state affibbiate dai media dopo l’uscita di due album pieni di canzoni di protesta dai toni decisamente intellettuali e socialmente molto impegnate. A questo punto Dylan aveva bisogno di prendersi una pausa, di allontanarsi per un attimo dagli aspetti più drammatici dell’esistenza e di tornare ai temi che gli erano più congeniali. L’album Another Side of Bob Dylan è questo e molto di più.

Appunti Corti #120

Fuori nubi sottili, settembrine, dentro mura dense, solide. Non soffro di ‘prigionia’ anzi, con il verde che circonda la casa, le opportunità di aria e natura non mancano, ma la scorgo negli occhi incrociati di anonimi passanti e un po’ mi rattrista. Basterebbe poco per aver gioia della vita; i raggi di sole che avvisano l’inizio del giorno, il profumo del sugo che arriva dalla cucina, la telefonata inaspettata di una persona cara e soprattutto sopra ogni cosa, il saper di stare in salute. Troppe volte ci si dimentica di quando poco basti far sorridere i nostri occhi, farli evadere da quella ‘prigione’ che è dentro la nostra mente.

Bella Ciao

Il 20 settembre 1943 nasceva Bella Ciao. Così almeno è incline a credere gran parte dei ricercatori e degli appassionati cultori di canzoni popolari. La ricostruzione della storia e soprattutto dell’origine del brano, infatti, non è facile.
Bella ciao è un canto popolare italiano diventato l’inno simbolo della Resistenza partigiana contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il testo racconta la storia di un partigiano che saluta la sua amata prima di andare a combattere contro gli invasori, esprimendo il desiderio di libertà e sacrificio per la causa.
Le origini precise di Bella ciao sono incerte e oggetto di dibattito. Non ci sono prove documentali certe della sua esistenza durante la guerra, e alcuni studiosi ritengono che sia stata composta dopo il conflitto, ispirandosi a melodie popolari precedenti come quella della canzone sovietica “Fischi al vento” o a canti popolari piemontesi e francesi. Alcune brigate partigiane, come la Brigata Maiella e la Brigata Garibaldi, la cantavano negli anni Quaranta, ma non era l’inno più diffuso tra i partigiani, che preferivano altri canti come “Fischia il vento”.
Il brano divenne celebre e simbolo universale di resistenza e libertà soprattutto dopo essere stato portato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964, da dove si diffuse in Italia e nel mondo, assumendo un valore trasversale e politico senza riferimenti ideologici precisi. Oggi Bella ciao è cantata in molte lingue ed è un simbolo globale di lotta contro l’oppressione.

Let it be – The Beatles (1970)

Alle volte, le canzoni potrebbero non nascere. Per Let It Be, viste le tensioni che c’erano tra i Beatles sarebbe stato possibile. Pensate se fosse andata davvero così, se Paul McCartney fosse arrivato in studio, avesse provato a far ascoltare la sua nuova canzone Let it Be agli altri tre e nessuno gli avesse dato retta. Magari McCartney avrebbe lasciato perdere, magari quella canzone solo abbozzata che aveva fatto sentire per la prima volta agli altri durante le session del White Album, nel 1968, i Beatles non l’avrebbero mai incisa, forse lui l’avrebbe realizzata dopo, con i Wings (come ironicamente suggerì Lennon, dopo la fine della band). E noi non avremmo quello che oggi, unanimemente, viene considerato come uno dei capolavori del repertorio beatlesiano.
Il brano nacque nel 1968, dopo che una notte a McCartney è venuta in sogno la madre Mary, che era morta quando Paul aveva solo quattordici anni, nell’ottobre del 1956. Il sogno non era un sogno qualsiasi, Paul aveva sognato la madre che lo invitava a non preoccuparsi, a lasciare andare le cose come dovevano andare, a non lasciarsi sopraffare dalle amarezze: “Una canzone positiva”, disse McCartney, “lei era venuta nei miei sogni per rassicurarmi mentre ero ansioso e paranoico, per dirmi che sarebbe andato tutto bene“. Quello che andava male, già dai tempi del White Album, era il clima all’interno dei Beatles, le tensioni dopo la morte di Brian Epstein si erano fatte via via più forti, e all’inizio del 1969 nulla era migliorato davvero. Harrison soffriva lo strapotere degli altri due autori, Lennon era completamente perso nel suo amore per Yoko e in mille progetti paralleli, era McCartney a insistere per tenere insieme il gruppo, mettendo in piedi progetti nuovi, come quello di un album registrato solo da loro quattro allo stesso modo delle origini, e anche quello di un film realizzato con le riprese della band al lavoro sul nuovo disco. Pensò addirittura a un concerto, per riportare dopo anni la band a suonare dal vivo. Le cose non andarono esattamente così, il concerto si ridusse alla famosissima esibizione sul tetto degli uffici della Apple nel centro di Londra, a Savile Row; le riprese del film non fecero che accentuare le tensioni e la lavorazione del disco, provvisoriamente intitolato Get Back, fu addirittura sospesa e il disco messo in stand by, superato poi dal lavoro che la band farà per Abbey Road.


“Un uomo con la macchina da presa” di Dziga Vertov : l’ottavo miglior film mai realizzato

Di tutti i pionieri del cinema emersi nei primi anni dell’Unione Sovietica – Sergei Eisenstein, Vsevolod Pudovkin, Lev Kuleshov – Dziga Vertov (nato Denis Arkadievitch Kaufman, 1896–1954) è stato il più radicale.

Mentre Ejzenštejn – in quel classico della scuola di cinema, La corazzata Potemkin – usava il montaggio per creare nuovi modi di raccontare una storia, Vertov rinunciava completamente alla storia. Detestava i film di finzione. “Il dramma cinematografico è l’oppio dei popoli”, scrisse . “Abbasso gli scenari fiabeschi borghesi… lunga vita alla vita così com’è!”. Invocava la creazione di un nuovo tipo di cinema, libero dal bagaglio controrivoluzionario dei film occidentali. Un cinema che catturasse la vita reale.

All’inizio del suo capolavoro, L’uomo con la macchina da presa ( 1929) – nominato nel 2012 dalla rivista Sight and Sound come l’ottavo miglior film mai realizzato – Vertov annunciò esattamente come sarebbe stato quel tipo di cinema:

Questo film è un esperimento di comunicazione cinematografica di eventi reali senza l’ausilio di didascalie, senza l’ausilio di una storia, senza l’ausilio del teatro. Quest’opera sperimentale mira a creare un linguaggio cinematografico veramente internazionale, basato sulla sua assoluta separazione dal linguaggio teatrale e letterario.

Il colpo di genio di Vertov fu quello di smascherare l’intero artificio cinematografico all’interno del film stesso. In “Un uomo con la macchina da presa”, Vertov riprende i suoi operatori mentre girano. C’è un’inquadratura ricorrente di un occhio che fissa attraverso una lente. Vediamo immagini tratte da precedenti scene del film che vengono montate nella pellicola. Questo tipo di autoriflessività cinematografica era avanti di decenni rispetto ai suoi tempi, influenzando futuri registi sperimentali come Chris Marker, Stan Brakhage e soprattutto Jean-Luc Godard, che nel 1968 fondò un collettivo cinematografico radicale chiamato “Dziga Vertov Group”.

Accade

Lascio aperta la mente
i pensieri s’intrecciano.
Accade sempre.


Lascio aperto lo sguardo
le immagini si accavallano.
Accade costantemente.


Lascio aperto il cuore
le emozioni esplodono.
Accade continuamente.

B.B. King

Il 16 settembre 1925 nasce a Itta Bena, nel Mississippi Riley Ben King, destinato a diventare, con il nome di B.B. King, uno più grandi musicisti di tutti i tempi. Le sue scuole di musica sono la strada e la chiesa. A nove anni strimpella già con sufficiente autonomia le corde della sua chitarra e a quindici è il leader di un gruppo gospel.
B.B. King ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra elettrica blues con uno stile sofisticato basato su bending fluidi delle corde, vibrato scintillante e picking staccato, influenzando profondamente generazioni di musicisti blues e rock. La sua carriera iniziò negli anni ’40 come DJ a Memphis, dove ottenne il soprannome “Blues Boy”, abbreviato poi in B.B..
Tra i suoi più grandi successi c’è il brano “The Thrill Is Gone” (1969), che gli valse un Grammy e lo portò alla fama internazionale, facendolo diventare uno dei primi bluesman ad entrare nel mainstream pop. Nel corso della sua vita ha vinto 18 Grammy Awards, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1987 e ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, tra cui la Presidential Medal of Freedom.
B.B. King ha suonato in media più di 200 concerti all’anno anche in età avanzata, collaborando con artisti di vari generi come Eric Clapton, U2, Elton John e molti altri. La sua chitarra, chiamata affettuosamente “Lucille”, è diventata un’icona del blues.
È morto il 14 maggio 2015 a Las Vegas, Nevada, lasciando un’eredità musicale immensa che continua a influenzare il blues e la musica moderna.