Billy Bragg — Mr.Love & Justice (2008)

Dopo sei anni di silenzio torna in studio Mr. Billy Bragg, classe 1957.

Se la caratteristica principale di B.B. sono le canzoni marcatamente “sociali”, è infatti, uno dei songwriter più politicizzati della scena musicale inglese, in questo lavoro Bragg predilige brani più intimi e personali. Sembra, infatti, che in questo album voglia volgersi indietro per trarre alcuni bilanci della sua vicenda umana e artistica. Billy ha preparato una dozzina di canzoni veramente interessanti, nello stile a lui più congeniale quello “bragghiano”; il suo personale stile caratterizzato da tre elementi fondamentali: brevità, testi chiari e arrangiamenti assolutamente semplici.

L’iniziale “Keep faith” è il puro esempio di quanto detto, ed è la canzone-manifesto di un nuovo corso della carriera del musicista inglese. Anche “You make me brave” e “If you ever leave”, sembrano rivelare l’aspetto più intimo e riflessivo di Bragg. Non più quindi canzoni dichiaratamente politiche con riproposizioni di canti politici legati alla lotta operaia e omaggi a vari pilastri della politica internazionale, ma canzoni sobrie e rilassate: “La vita non è solo politica ma anche l’amore non lo è, io sto cercando il giusto equilibrio tra amore e politica” dice lui stesso.

Le altre canzoni: “M for me” suona abbastanza piacevole, mentre stimolante è “Sing their souls back home” malinconica è “The Farm Boy”. Non mancano però alcune asprezze del passato, come “I Almost killed you” e “The Beach is Free” dove Bragg ricorda Bo Diddley. Chi ha invece amato il Bragg ilare, corrosivo, sarcastico e ruvido lo ritroverà intatto in pezzi come “Something happened”, “The Johnny Carcinogenic show” e “O freedom”. Per finire la splendida “Mr.Love & Justice” (che non ha caso titola l’album) nasconde nelle sue liriche una profonda riflessione di Bragg sui poli attorno ai quali è sempre ruotata la sua poetica e, non ultima, la sua vita stessa: Amore e giustizia, appunto.

ps. Mr.Love & Justice (anche) in versione doppio CD con, nel primo disco, le dodici canzoni arrangiate e suonate con la consueta band, mentre nel secondo riproposte in solo-version con Bragg che torna alle origini e si accompagna da solo con la chitarra elettrica.

Legnaie

Come in tutti i posti di montagna, il mezzo di riscaldamento, anche se ora non più il principale, è la stufa a legna o meglio la ‘Stube‘ così chiamata in sudtirolo e tirolo. Va da se quindi che a fianco delle abitazioni, soprattutto fuori dal centro del paese, ci siano queste legnaie, ricoveri riparati per la legna da usare in inverno.


Non è difficile trovarne anche ai lati delle strade, dei sentieri e anche in mezzo ai boschi. Probabilmente il motivo sarà la mancanza di spazio nell’abitazione o al comodità di installarla nel posto dove viene tagliata per poi prenderne un po’ alla volta per l’uso.


Oltre a richiedere concretezza e praticità, l’accatastamento della legna esige anche un certo senso estetico.
Magari non ci abbiamo mai pensato ma, spingendoci un po’ più in là, sfruttando la forma, la dimensione e i colori dei ciocchi di legna si possono creare effetti e forme gradevoli allo sguardo.


Stima

Il valore che diamo a una persona è dato dalla stima che riponiamo su di essa.

Questa stima si forma dal modo di interagire con lei e da ciò che riceviamo. Ossia, da come questa persona reagisce ai nostri stimoli e da cosa decide di restituire, di aggiungere, di elaborare e passarci, in un interscambio che arricchisce entrambi.
Stima è riconoscere in questa persona integrità, sincerità, coerenza, capacità e la solidità che permette alla fiducia di radicarsi, nei giorni, nelle settimane e nei mesi.
Stima è “dare un valore”, un valore che sia al di sopra della media, per un modo di comportarsi, per un’integrità caratteriale, per determinati talenti da cui possiamo attingere e a cui possiamo anche contribuire, quando la fiducia è stata cementata.

La perdita della stima in una persona è molto vicina all’esperienza del tradimento. Un passo doloroso da superare è uno stupore freddo: l’incapacità di riconoscere quella persona per quella che ci si era manifestata, per quella che fino a poco prima credevamo essere.
Perdere la stima significa ritrovarsi soli in un’ attività, in un sentimento, in un qualsivoglia genere di scambio, quando prima si era in due e si producevano flusso energetico e valore, scambio umano e creazione – su diversi livelli.
Un’esperienza del genere può causare un collasso nervoso e nel peggiore dei casi andare anche a far tremare le fondamenta nella nostra scala di valori e dei nostri punti di riferimento. Con ricadute sulla stessa fiducia che riponiamo o riponevano in noi, per esserci “causati” un’esperienza del genere.

In questi mesi ho perso la stima in tante persone e questo fa male.

Robbie Robertson — Omonimo (1987)

Sangue indiano nelle vene, il Canada come paese natale e una credibilità conquistata tra le fila della “Band”.
Quando decide di entrare in studio per registrare il “suo” disco, Robbie Robertson aveva masticato rock per quasi tre decenni. Nel 1965 aveva accompagnato Dylan in uno dei tour più discusso della storia. Da allora, la sua vicenda era rimasta strettamente legata a quella dell’uomo di Duluth: insieme alla Band aveva registrato album di capitale importanza come “Music from Big Pink” e preso parte alle memorabili session di “The Basement Tapes”. Nella Band era punto di riferimento, ma la presenza di vocalist d’eccezione come Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko gli aveva spesso impedito di interpretrare lui stesso le canzoni che scriveva. Dal giorno dell’addio della Band, documentato da un capolavoro musical-cinematografico intitolato “The Last Waltz” (1976), Robertson ha atteso undici anni prima di pubblicare il suo primo, vero lavoro solista. “Non avevo nessuna intenzione di incidere un nuovo disco della Band”, disse all’indomani della pubblicazione del suo esordio “volevo un album che rispecchiasse il mio stato d’animo attuale”.
Un pugno di canzoni luminose come un flash sparati in piena notte sugli immensi spazi americani. Avventure in bianco e nero come film neorealisti, con un protagonista mezzosangue eternamente in bilico tra la spiritualità pellerossa e il furioso realismo del rock.
Grazie alla produzione di Daniel Lanois (canadese anche lui) e a una impressionante lista di ospiti (U2, Peter Gabriel, BoDeans, Maria McKee, Terry Bozzio, Manu Katchè, Neil Young), Robertson riuscì a mettere in scena una credibile e suggestiva rappresentazione del rock di fine anni Ottanta. “Fallen angel”, “Showdown at big sky”, “Somewhere down the crazy river”, “Sweet fire of love”, erano il filo steso sull’America per avvicinare il ritmo di New Orlens e le incotaminate distese del Canada. In quelle canzoni c’era il rumore della metropoli e il silenzio dei cimiteri indiani. Dove futuro fa rima con memoria.

Giglio rosso

Il Giglio rosso (Lilium bulbiferum) o giglio di San Giovanni (24 giugno) chiamato così perché fiorisce appunto a fine giugno, è un fiore che nasce particolarmente in montagna. Questi sono stati fotografati in Valgardena (BZ).

Vistosa pianta dai fiori grandi, colore rosso arancione e rivolti in alto che sopravvanzano spesso le erbe. Vive lungo le pendici prative ed assolate fino a quote considerevoli. 

Oltre alla sua rara bellezza il fiore del giglio si distingue per il suo profumo, o meglio tutti i gigli fuorché il giglio rosso, che rappresenta un’eccezione nel mondo nel suo mondo perché è inodore.

Counting Crows — Saturday Nights and Sunday Mornings (2008)

“Sono un ebreo americano di origine russe che recita la parte di un afro-giamaicano. Quello che vorrei essere è un indiano, ma finirò per essere un cowboy”

A distanza di quasi sei anni dall’ultimo album “Hard Candy” (2002), sono tornati con un nuovo disco i Counting Crows. Questo quinto album in studio, arriva quindici anni dopo il bellissimo e fortunato “August and evrything after” (1993), si chiama Saturday nights and Sunday Mornings, e ci propone il consueto mix di rock, rock acustico e influenze country, il tutto coniugato dalla voce inconfondibile del leader della band Adam Duritz.
Il disco è fondamentalmente diviso in due parti: quella dedicata al caos dei “Sabati notte” quando “si commettono i peccati”, parte più elettrica e quella più calma, dedicata alla malinconia delle “domeniche mattina” quando invece “si pente”, parte più acustica.
I suoni del disco sono probabilmente ancora un po’ troppo in coerenza con gli ultimi lavori del gruppo a discapito di una nuova sferzata, di una nuova fase sonora, attesa come sempre, dai fans.
Nel disco ci sono le ballate che gli hanno resi famosi. Nella prima parte denominata “Saturday” le canzoni sono elettriche, veloci, energiche e sempre trascinanti, nella seconda parte denominata “Sunday” le canzoni sono acustiche, lente e sempre melodiche. E’ questa, una delle peculiarità dei Counting Crows, oltre a quella di curare molto gli arrangiamenti. Il loro lavoro sonoro sta nel saper produrre “intrecci” musicali, sta nel riuscire a fondere decine d’incastri elettroacustici, creando brani impeccabili e raffinati.
Non è facile dare un giudizio complessivo a quest’ultima fatica di Adam Duritz e compagni, il lavoro è ben strutturato, ben suonato, ben cantato, ben arrangiato, ben adattato ad ogni situazione vista anche la doppia personalità dell’album, eppure anche con tutti questi “ben” rimante tutto abbastanza anonimo. Probabilmente dopo questo lungo inverno ci aspettavamo, perché molto desiderato, un po’ più di “August”.
Ben tornati, in ogni caso, Counting Crows.

Vacanze montane #5

A sud di Santa Cristina in Valgardena, sotto il Sassolungo e il Sassopiatto, c’è il Monte Pana, un piccolo altopiano a circa 1650m s.l.m. Oltre a qualche hotel, baita e ristorante, ci sono dei sentieri semplici e partenze per altri assai più impegnativi. Fra gli altri, c’è un sentiero artistico che porta il nome di “Unika”.

Unika è un circuito con varie opere d’arte soprattutto sculture in legno, e una bella serie di supporti in acciaio con incise frasi di persone note. Sono tutte collocate in posizioni scelte non a caso e tutte naturalmente hanno a che fare con la Natura.

Un bel percorso semplice, in piano e in mezzo a un bosco non troppo fitto per far passare i raggi del sole. Tutto studiato apposta per non stancare il corpo e risanare la mente.

Fra le varie installazioni ne pubblico alcune con frasi di: Budda, Clairvaux, Einstein, Fellini, Gandhi, Gibran, Martin e Proust.

Vacanze montane #4

Seguendo il discorso iniziato qualche post fa, dopo le nuvole non potevano mancare i fiori (…e ce ne saranno ancora, eccome!).

La prima cosa lampante per uno che va per la prima volta in montagna, in questa montagna, non tutta, ma precisamente e soprattutto nelle valli dell’Alto Adige, è quella di vedere i davanzali, poggioli e balconi carichi di fiori, come fosse una gara a chi ce li ha più belli.


Quest’anno poi per la prima volta, ho potuto assistere alla grande bellezza della piena esplosione dei fiori di campo. Sterminati prati carichi di erba e di fiori di ogni genere ‘montano’ di una bellezza disarmante. “Materiale” che una volta tagliato e seccato diventa mangime per le mucche. Il primo taglio viene eseguito nelle prime due settimane di luglio, va da se che, avendo sempre “vacanzato” in agosto non ho mai potuto godere di tale bellezza.

Queste foto, come i più attenti di voi, se ne saranno accorti, non sono propriamente fiori di campo, ma appartengono a giardini privati presenti in abitazioni per lo più singole e provviste di grandi spazi verdi.

Nick Cave & The Bad Seeds — Dig, Lazarus, Dig! (2008)

Non vive certamente sugli allori il nostro Nick Cave se nel giro di dodici mesi riesce a pubblicare tre album. Dopo il progetto “Grinderman”, la colonna sonora di “The Assassination Of Jesse James”, è uscito poche settimane fa “Dig, Lazarus, Dig!” assieme ai suoi fedeli “Semi Cattivi”. Tre dischi diversi uno dall’altro. Se l’estemporaneo “Grinderman” sembrava uscito dall’atmosfera che si crea in una serata tra amici in cui l’alcol fa da padrone, nella colonna sonora di “The assassination…”, Cave sembra smaltire i postumi della sbornia riposandosi e rinunciando alle parole, ai suoi testi che invece in questo “Dig, Lazarus, Dig!” sono molto presenti, forse troppo.

“Volevo fare un disco acustico però grezzo, dove tutti picchiassero sui loro strumenti anziché suonarli semplicemente. Tanti anni fa avevo già cercato una via del genere, ai tempi di Henry’s Dream; ma il progetto mi era scappato di mano, era venuto un album troppo elettrico, troppo rock. Anche stavolta non credo di avere raggiunto lo scopo; ma mi piace quella voragine strana e bella nelle viscere dell’album, scavata da una chitarra acustica, dal basso e dalla batteria su cui pesa un carico enorme di dissonanze. Warren Ellis ha fatto davvero un lavoro incredibile su quest’album.”

Dopo aver riascoltato Henry’s Dream, la prima sensazione che si ha nell’ascoltare Dig, Lazarus, Dig! é la mancata presenza delle ballate, del piano e di qualche guizzo a cui il nostro Nick ci aveva abituato. Ma com’è giusto che sia, questo è un nuovo lavoro di Cave e come tale la “diversità” dell’opera diventa un punto a favore e va ad aumentare il suo feedback. Abbandonati in parte i suoi “aspetti” lirici e romantici e se vogliamo anche spirituali, in cui il pianoforte e il violino avevano un ruolo predominante, in questo disco domina la sezione ritmica, il basso e la batteria diventano fondamentali come non lo sono mai stati finora. La sonorità presente nella gran parte di questo nuovo lavoro è rock, mentre gli aggettivi: duro e puro sono a discrezione dell’ascoltatore.
Resta innegabile in ogni caso sul piano musicale la sua genialità e soprattutto l’impegno a mettercela tutta per proporre sempre qualcosa che, anche se non sempre è originale, è in ogni caso lo stesso sempre valida.
A 50 anni compiuti Nick Cave, attraversa un ottimo periodo della sua vita. Il suo produrre “suoni” sembrano come voler ripagare quel debito di gratitudine nei confronti della vita. La musica, infatti, da giovane gli ha salvato la vita, allontanandolo da stili che probabilmente lo avrebbero portato su strade buie e tempestose a volte senza ritorno.

“Comporre canzoni è la mia felicità, quando lo faccio mi sento appagato. Voglio scriverne un pacco e fare più dischi che posso.”.