Erbe e sassi

Quello che mi fa specie e ne sono pienamente consapevole è che a molti queste foto non diranno assolutamente nulla, non riusciranno a spiegarsi il motivo del perché dovrebbero piacere.

Lo posso capire, davvero. Non sono particolarmente originali e, come detto sopra, a molti risulteranno insignificanti.

Sono d’accordo sull’originalità ma un po’ di emozione c’è, non dite di no.

Keith Jarrett

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Il triplo disco in vinile “The Koln Concert”, mi fu regalato da un carissimo amico per i miei diciotto anni. Siamo nel settantasette e gli echi d’oltralpe del Punk cominciano a farsi sentire. Jarrett è sulla scena musicale dal ’67 e ha già all’attivo oltre dieci album.

Jarrett è un pianista impeccabile, vero teorico del tocco e del suono. Nel jazz vero e proprio ha lavorato in periodi diversi, negli anni settanta con il quartetto americano con D. Redman, C. Haden e P. Motian, poi con Jan Garbarek, e dal 1983 nello splendido trio con G. Peacock e J. Dejohnette, ancora oggi in attività. Ma la leggenda di Jarrett è cresciuta soprattutto per la sua attività solista, dove il jazz è solo una parte del tutto. L’inizio è con ‘Facing You’, del 1972, da allora in poi realizza dischi e concerti in perfetta solitudine, nei quali alterna composizioni, riletture e fantastiche improvvisazioni, in una “formula” che ha convinto e coinvolto un pubblico forte e appassionato, spesso malinconico, indubbiamente romantico, ma soprattutto dall’intensità magica con la quale egli riesce a rendere l’ascoltatore partecipe dell’atto della sua creazione, improvvisata in un’atmosfera di profonda sospensione. Il culmine del successo arriva con l’album doppio “The Koln Concert”, realizzato nel 1975, uno dei dischi più venduti di tutta la storia del jazz, gioiello sonoro magnificamente rappresentativo di queste lunghe improvvisazioni introspettive, legate da un flusso ininterrotto nel quale nuclei di idee si trasformano in altri in un incessante racconto del pensiero.

Ry Cooder — I, Flathead (2008)

“In un mondo in cui è difficile mantenere la soglia dell’attenzione oltre i tre minuti di un videoclip o di una news, pensare in termini di trilogia è già un atto coraggioso, estremo e ammirevole”. Marco Denti

Nonostante la sua non più tenera età, Ry Cooder è di nuovo in corsa per lanciarsi in una nuova avventura. La sua missione è: ‘salvare quel che resta della musica tradizionale, il gioiello più prezioso della pietra verde’ (Indiana Jones). Un gioiello che però sta rapidamente svanendo assieme ai suoni, ai modi di dire e di vivere delle comunità di cui è stata, e in certi casi è tutt’ora espressione.

Non a caso la fama di questo eclettico chitarrista e compositore californiano resta legata a memorabili riscoperte come quella dei nonnetti cubani del “Buena Vista Social Club” o come l’album “Talking Timbuctu”, favoloso compendio della tradizione maliana, rappresentata dal grande bluesman Alì Fraka Tourè.
Negli ultimi anni Cooder è tornato ad esplorare le tradizioni musicali legate alla natìa california, prima con “Chavez Ravine” (2005), poi con “My Name Is Buddy” (2007) e ora con “I, Flathead”, lavoro che conclude la trilogia californiana.

“Più che suonare dal vivo, quello che ancora mi stimola ad andare avanti, a 61 anni, è il piacere di fare i dischi, ascoltare un disco è un po’ come leggere un libro: un’esperienza totale.” Ry Cooder

I, Flathead è un viaggio in una california a metà del 20° secolo, i soggetti sono gli stessi nei due dischi precedentemente pubblicati: strade lunghe asfaltate e a volte polverose, taverne e nightclub, auto potenti e sole cuocente, alcol e donne quando si trovano. Un viaggio nella California multietnica alla ricerca di un sogno. I suoni sono fatti di country e di rock’n’roll e quelli di una terra di confine, mariachi ed echi cubani.
Flathead conclude “il cerchio” senza particolari scosse. My Name is Buddy resta il fulcro centrale di questa trilogia mentre Chavez Ravine e quest’ultimo rimangono per certi versi i due satelliti complementari. Chavez esplora complesse sonorità da renderlo a tratti di un’estrema bellezza e Flathead che impressiona per la varietà di soluzioni ritmiche, riassumendo come è giusto che sia le caratteristiche dei due dischi precedenti.
Tre dischi che raccontano di un’America passata, probabilmente forse solo esaltata, ma che sempre America è.

Fiori e sassi

Vedere come dei fiori nascono in mezzo a delle pietre, dei sassi, dei massi, su dei grammi di terra che a volte neanche si vede, è una cosa grande.

Ci fa capire quanto poco basta a volte per “vivere e crescere”. Aria, sole, un po’ di pioggia e tutto in due grammi di terra.

Nel bosco

L’aria profuma di freddo e di muschio benefico.
La luce penetra impastata con aria umida.
Il suono danza solitario in un silenzio religioso.

Consumando un’attesa che è concreta, tangibile.
Riposa in un letargo che è evidente, palpabile.
In attesa di un rinnovamento che verrà, visibile.

Muddy Waters — Folk Singer (1964)

Folk Singer è stato uno dei momenti più intensi della straordinaria e imponente storia artistica di Muddy Waters. Fu un disco “unplugged” quando questo termine non era certo in voga. Fu un’esperienza che permise all’uomo dalle grandi mani, dalla voce tonante e dal sorriso contagioso di ritrovare e trasmettere la forza libera e impetuosa del blues. Un viaggio attraverso le radici, giù nel delta del Mississipi, dove era nato e dove aveva incontrato per la prima volta quella che sarebbe diventata la sua musica.

All’inizio Waters non era per niente convinto, fu infatti la sua casa discografica; la Chess, ad avvalorare il progetto, l’esito fu sbalorditivo. La Chess voleva ampliare il pubblico di Waters, e legarlo al termine “folk” (che in quel periodo riscuoteva grande successo in America).
Fu così che Waters lasciò a casa le chitarre elettriche, gli amplificatori e soprattutto i musicisti del suo gruppo. E, anche se non venne fuori quello che esattamente voleva la Chess, venne fuori qualcosa di vibrante che confermava quanto Waters fosse padrone della sua arte. Senza il pulsare degli strumenti elettrici, senza quel suono che aveva caratterizzato le incisioni precedenti, la sua voce era più che mai profonda e prepotente.
Il repertorio è composto da brani familiari per Waters, ma con qualcosa in più, qualcosa di nuovo, più Canto & Chitarra, è il risultato è sorprendente. Waters racconta i suoi problemi, ricorda le sue donne e la sua solitudine diventa quella di tutti, in fondo il Blues è questo, Folk Singer è questo.

Fiori montani

Ancora fiori, ancora fiori in montagna, ancora fiori in montagna meravigliosi.

Qualcuno potrebbe annoiarsi degli stessi soggetti, in realtà io no. Consapevole della ripetitività delle mie foto, anche impegnandomi non riesco ad annoiarmi.

Io credo che il motivo sia semplice, il piacere e soprattutto il mio senso profondo di osservare i particolari. Come avessi in mano una lente e a ‘mo di Sherlock Holmes fossi alla ricerca di scoprire indizi naturali.

“E’ più facile che io trovi un ago nel pagliaio che invece vedi un elefante che mi attraversa la strada.”

Cieli montani

Mi ripeterò ancora dicendo che “i cieli” montani sono di una bellezza disarmante. Mi fermo per molto tempo seduto su una panchina con lo sguardo verso sù ad osservare il movimento continuo di masse bianche che pennellano l’enorme tela naturale azzurra.

E’ molto difficile che il cielo montano sia sprovvisto di nuvole, quelle rare giornate in qui accade significa che la giornata è particolarmente calda.

Queste tre immagini danno il giusto esempio dei tre colori predominanti della tavolozza montana: il bianco, il verde e l’azzurro.

Billy Bragg — Mr.Love & Justice (2008)

Dopo sei anni di silenzio torna in studio Mr. Billy Bragg, classe 1957.

Se la caratteristica principale di B.B. sono le canzoni marcatamente “sociali”, è infatti, uno dei songwriter più politicizzati della scena musicale inglese, in questo lavoro Bragg predilige brani più intimi e personali. Sembra, infatti, che in questo album voglia volgersi indietro per trarre alcuni bilanci della sua vicenda umana e artistica. Billy ha preparato una dozzina di canzoni veramente interessanti, nello stile a lui più congeniale quello “bragghiano”; il suo personale stile caratterizzato da tre elementi fondamentali: brevità, testi chiari e arrangiamenti assolutamente semplici.

L’iniziale “Keep faith” è il puro esempio di quanto detto, ed è la canzone-manifesto di un nuovo corso della carriera del musicista inglese. Anche “You make me brave” e “If you ever leave”, sembrano rivelare l’aspetto più intimo e riflessivo di Bragg. Non più quindi canzoni dichiaratamente politiche con riproposizioni di canti politici legati alla lotta operaia e omaggi a vari pilastri della politica internazionale, ma canzoni sobrie e rilassate: “La vita non è solo politica ma anche l’amore non lo è, io sto cercando il giusto equilibrio tra amore e politica” dice lui stesso.

Le altre canzoni: “M for me” suona abbastanza piacevole, mentre stimolante è “Sing their souls back home” malinconica è “The Farm Boy”. Non mancano però alcune asprezze del passato, come “I Almost killed you” e “The Beach is Free” dove Bragg ricorda Bo Diddley. Chi ha invece amato il Bragg ilare, corrosivo, sarcastico e ruvido lo ritroverà intatto in pezzi come “Something happened”, “The Johnny Carcinogenic show” e “O freedom”. Per finire la splendida “Mr.Love & Justice” (che non ha caso titola l’album) nasconde nelle sue liriche una profonda riflessione di Bragg sui poli attorno ai quali è sempre ruotata la sua poetica e, non ultima, la sua vita stessa: Amore e giustizia, appunto.

ps. Mr.Love & Justice (anche) in versione doppio CD con, nel primo disco, le dodici canzoni arrangiate e suonate con la consueta band, mentre nel secondo riproposte in solo-version con Bragg che torna alle origini e si accompagna da solo con la chitarra elettrica.