Altra miscellanea di quattro fotografie scattate nell’autunno duemilaventuno e precisamente nel mese di dicembre. Dalle foglie in primo piano a una vista più ampia, tutte con un comune denominatore dettato dai colori: gialli, marroni e rossi in tante loro variazioni. Ogni anno si ripetono e ogni volta affascinano. Uno spettacolo di visione.
Miscellanea di quattro foto scattate nell’autunno duemilaventuno e precisamente nel mese di novembre. Non sono collegate da un preciso filo conduttore se non, appunto, il periodo stagionale. L’autunno, detto più volte, è una stagione, se non la ‘stagione’ più ricca di colori caldi; dalla natura ambientale a quella vegetale. In ogni caso, è la stagione più carica e intensa.
Era la fine degli anni Ottanta e non si pensi, musicalmente parlando, che le cose andassero male, tutt’altro. “Come on Pilgrim”, il mini album d’esordio del 1987, aveva fatto scalpore e più impressione ancora aveva suscitato il seguito, “Surfer Rosa” (1988) votato miglior disco dell’anno dai critici del settimanale Melody Maker. Ma, i Pixies scrissero il loro capolavoro con “Doolittle”, salutato dai fans e dai critici come un sublime artefatto di post punk. L’album è il risultato di varie influenze, un misto di note sonore inizialmente riprese da gruppi come gli Husker Du, Violent Femmes, Jesus and Mary Chain, e i Pere Ubu. Questo disco dalla musica incontenibile possiede, infatti, una freschezza ed una vitalità praticamente inesauribili. I Pixies con “Doolittle” hanno creato un disco meno devastante dei precedenti, più estroso, sottile.
Doolittle è una sorta di enciclopedia del rock americano in versione, naturalmente, molto riveduta e poco “corretta”. Ogni brano apre e chiude una porta. Un arcobaleno sonoro, un variopinto “mondo rock” dove si spazia tra varie epoche e stili. Dalla ballata nevrotica alla canzoncina, dalla canzone psicotica al brano “garage”. La gamma di umori musicali che attraversa il lavoro è, infatti, praticamente infinita: punk, hard, rock, country, avanguardia, vengono triturati e compattati per dar vita ad una miscela realmente esplosiva, caustica e deviante, ma con tutte le carte in regola per piacere proprio a tutti, anche ai più tradizionalisti. I Pixies hanno idee a bizzeffe, ascoltare per credere.
Il Foliage che in inglese significa letteralmente “fogliame” altro non è che il mutamento autunnale del colore delle foglie degli alberi dal verde al giallo e alle diverse gradazioni del rosso. Diventata ormai un’attrazione turistica tra le più affascinanti, grazie alla possibilità che tutti hanno di fotografare e ai suggerimenti reperibili in rete, dalla montagna, alla pedemontana, ci sono infinite possibilità di giovarsi di questa bellezza. Anche la pianura però, come in questo caso, non è da meno.
Anche senza andare fuori della cintura urbana, rimanendo nel quartiere o appena fuori come nel Parco di S. Giuliano, si possono trovare i classici colori della trasformazione clorofilliana. E’ una continua ripetizione; stagione, immagini, colori ed emozioni… ed è sempre meraviglia.
Bob Dylan inserì questo brano nell’album ‘Highway 61 Revisited’ nel luglio del 1965. Per prima cosa va ricordato che questa canzone ha sempre primeggiato in tutte le classifiche mondiali, classificandosi al primo posto nella rivista Rolling Stones per quasi vent’anni fino al 2021.
Like a rolling stone è ispirata da una ragazza che Bob Dylan conosceva di nome Edie Sedgwick, morta a soli 28 anni distrutta dalla droga. Il testo di questa grande canzone è una lezione sulla vita, in quanto parla dei valori che ritiene più importanti, l’integrità, l’onestà e la famiglia.
Nel corso degli anni è stata rifatta e coverizzata da numerosi artisti tra cui Bob Marley, i Bon Jovi, i Rolling Stones, Green Day, Jimi Hendrix e David Gilmour.
Pensiero
Sono molto legato a questo brano non solo perché mi accompagna dall’adolescenza ma perché ancora oggi, dopo centinaia di ascolti, riesce a darmi vibrazioni. I testi sono importanti e tra i primi a prendere atto di questa rivoluzione sono i Beatles che da quel momento cominceranno a dare maggiore importanza ai testi nelle loro canzoni – “Dylan ci mostra la strada”, dirà John Lennon in un’intervista nel 1965 – pubblicando nel dicembre dello stesso anno Rubber Soul, il disco con cui entreranno nella loro maturità artistica.
La sua struttura armonica e il phatos che riesce a trasmettere è unico. E’ forse la prima canzone dove gli strumenti seguono il cantato – e non viceversa, come accade di solito, rendendola unica e rivoluzionaria, l’accompagnamento musicale insegue la voce di Dylan rotolando dietro al testo, vero perno della canzone come mai era avvenuto nel rock.
Il metro infallibile per riconoscere la grandezza e la profondità di una canzone è la Piloerezione, alt, attenzione, che non si pensi male, la Piloerezione altro non è che la ‘pelle d’oca’ che la scienza determina come reazione della pelle provocata dal freddo. In realtà la ‘pelle d’oca’ è anche determinata dalla vibrazione sonora che il cervello, tramite il senso uditivo, trasmette al corpo attraverso la pelle. Questo avviene quando l’emozione è profonda e, questo brano lo è.
A termine di questa lunga carrellata fotografica iniziata qualche mese fa dopo la vacanza montana in Val Gardena, concludo con questa foto che ho intitolato ‘Quadro’. Una foto che esula un po’ da quelle finora pubblicate ma che comunque rimane nell’area.
Questa piccola finestra appartiene a una chiesetta in una zona quasi spersa a sud prima di Ortisei. Racchiude in sé, lo spirito ‘montano’; la premura e l’attenzione, verso tutto quello che ‘appartiene’ alla comunità e di conseguenza all’ambiente in cui vivono.
Le comunità montane in generale, se da un lato nutrono una chiusura verso tutto quello che può essere modificato, attenzione non innovato ma cambiato nei loro usi e costumi, dall’altro lato hanno un’educazione verso la natura che non ha eguali.
Educazione è uguale a rispetto, apprezzamento e devozione, tutti sinonimi di grande valore che, se solo presi in considerazione anche da ‘noi cittadini urbani’, migliorerebbero di gran lunga il nostro vivere personale e collettivo.
Con questo post concludo la lunga carrellata dei post sui “fiori montani”. Per la prima volta nella mia vita ho vissuto un periodo montano nel mese di luglio, per motivi di lavoro sono sempre andato in agosto.
Non ho mai potuto godere della grande, enorme fioritura, che avviene nei campi e prati della montagna e in particolar modo Valgardena. E’ di una meraviglia senza eguali. Un’attrattiva che però si può vedere solo nel periodo che va da metà maggio a metà luglio.
Ci vuole davvero coraggio per fare uscire, dopo il successo di “Into the Music”, un disco tanto anti-commerciale. Siamo di nuovo fuori dal rock, per approdare ad un improbabile tipo di sperimentazione, prossima alla musica leggera in quanto a strumentazione ed arrangiamenti, eppure opposta nello spirito. Al posto dell’unico violino del disco precedente, qui c’è una orchestra intera, condotta dal vecchio compare Jeff Labes. La registrazione fu eseguita in pochi giorni, con largo spazio per l’improvvisazione. Il pezzo forte, “Summertime in England”, durava mezz’ora, ma la Polygram pensò bene di rieditarlo in metà tempo. Le liriche sembrano l’indice di un testo di letteratura inglese, in quanto citano a raffica nomi di poeti e di luoghi. E’ un lungo momento di meditazione filosofica, come tutto il disco, d’altronde. Il verso finale “Can you feel the Silence?” sarà ripreso, undici anni dopo, nel momento culminante di “Hymns to the Silence”. Qui non sarebbe fuori luogo la parafrasi: “Riesci ad ascoltare questo disco fino al termine?”. La musica, infatti, per quanto impeccabile, sembra stiracchiata oltre i giusti limiti. “When Heart is Open”, altri quindici minuti di meditazione senza sviluppo e senza melodia, è posta opportunamente in fondo. Se non riuscite a spegnere il giradischi vuol dire che vi siete addormentati. Se ascoltato un pezzo per volta, e con la giusta predisposizione d’animo, Common One diventa un disco a dir poco stupendo. Buona parte del merito và a Pee Wee Ellis, arrangiatore ed artefice di ispirati assoli.