Cortellazzo

Cortellazzo è un paese che confina con la famosa Jesolo mare in provincia di Venezia. Essendo meno turistica della vicina, per la mancanza di strutture e servizi, offre una tranquillità assai più tangibile. Se si frequenta fuori dall’alta stagione e in giorni infrasettimanali non si corre il pericolo di pestarsi i piedi. In una giornata di giugno, come le foto dimostrano, si possono trascorrere delle ore di ozio, in pace e cullati dal sciabordio delle onde, per la gioia nostra e soprattutto quella di Forte, il mio cane meticcio che ama nuotare e far buche nella sabbia senza che ci sia un domani.

Traffic — John Barleycorn Must Die (1970)

Doveva essere il suo primo disco solista, ma qualcosa ha fatto cambiare idea a quel genio di Steve Winwood, rimise la denominazione “Traffic” e cambiò il nome del disco che originariamente doveva chiamarsi “Mad Shadows”

I Traffic altri non sono che un trio, uno dei migliori che la scuola del rock abbia mai sfornato: Chris Wood ai fiati, Jim Capaldi alla batteria e il polistrumentista, cantante e compositore Steve Winwood. Ad onor di cronaca è utile ricordare che Steve all’età di quindici anni, si 15! creò la fortuna degli “Spencer Davis Group”. Questo trio di folk-pop tra i più interessanti, stimolanti e creativi degli anni Settanta, segnano con questo disco uno dei capolavori del pop-rock, un viaggio introspettivo ai confini tra il vecchio e un nuovo “ritmo sonoro”.

Ad un certo punto l’enfant prodige del rock britannico, Winwood, rimane folgorato dalla leggenda di John Barleycorn, un buffo omino dalla fisionomia variabile che nella tradizione popolare viene celebrato come la personificazione simbolica del Whisky e della Birra. E’ così che nasce “John Barleycorn Must Die”, capolavoro di semplicità e raffinatezza che alterna ipnosi ritmica a intensità lirica. Questo progetto viene offerto al pubblico in un periodo che è travolto dai furori di fine anni sessanta, i fiati tenui, la composta ritmica, l’atmosfera vocale, riescono ad ammaliare e a ipnotizzare i fan. Fu proprio questa compattezza a rendere “John Barleycorn” un‘avventura tanto provocatoria quanto originale, quasi il frutto di un’operazione chirurgica a cuore aperto.

Alcuni di voi si ricorderanno della sigla radiofonica di “Per voi giovani”, il brano era Glad, il riff ipnotico rimane ancora nella memoria di molti, come il disco del resto, che col passare degli anni venne considerato una delle pietre miliari del nascente “Progressive Rock”.

La spiegazione di tanta originalità è ancora oggi probabilmente da ricercarsi nella presenza del genio bambino, primattore ma antidivo, grande vocalist e virtuoso pluristrumentista Steve Winwood.

Tutto scorre

Scompaiono i rituali che
divorano il tempo e
ritagliano lunghe fasce bianche
senza segni o
tacche di riconoscimento.


Tutto scorre senza appigli,
come un ruscello dentro ad
un’immensa pianura.


Tutto scorre nudo,
senza abiti nei cui orli rifugiarsi.
Senza più addobbi o
rime della domenica.


Tutto è divenuto,
infine, un’unica forma
senza più forma.

Spighe di grano

Nella simbologia popolare la spiga di grano è il simbolo dell’operosità agricola. Nelle comunità contadine simboleggia anche l’abbondanza, la ricompensa al lavoro e più genericamente la pace.
La spiga di grano è stata spesso assunta nello stemma da chi voleva esprimere gratitudine per essere stato salvato in una battaglia, una lotta, una rissa.

Sweet Thing – Van Morrison #5/10

Dati

Sweet Thing è un brano tratto dal suo secondo album capolavoro Astral Weeks del 1968.
Scritto da Morrison in età compresa tra i 22 e 23 anni, dopo aver incontrato la sua futura moglie Janet durante un tour negli Stati Uniti nel 1966 e durante l’anno della separazione dopo essere tornato a Belfast.

In soli 4:22 secondi Morrison riesce a descrivere perfettamente qualcosa che è quasi impossibile da descrivere, la sensazione inebriante che provi quando un nuovo amore entra nella tua vita, solleva il morale e ti fa sentire come se nulla al mondo fosse impossibile.

Questa è l’unica canzone di Astral Weeks che guarda avanti nel tempo piuttosto che soffermarsi e pensare al passato.

Il ritornello: “E sarò soddisfatto, di non leggere tra le righe, e camminerò e parlerò, nei giardini tutti bagnati di pioggia, e non invecchierò mai più così tanto”

Van Morrison descrive la canzone: “‘Sweet Thing’ è un’altra canzone romantica. Contempla giardini e cose del genere… bagnata dalla pioggia. È una ballata d’amore romantica non su qualcuno in particolare, ma su un sentimento.”

Pensiero

Ho conosciuto l’artista Van “The Man” Morrison, in età adolescenziale e a parte qualche brano, non ho mai approfondito i suoi dischi, il suo mondo musicale. Di conseguenza, a differenza delle canzoni pubblicate precedentemente, Sweet Thing, come il disco, come tutto il materiale sonoro di Van Morrison, appartiene all’età matura.
Fu nel 1986 con No guru, no method, no teacher”  (a tutt’oggi il mio disco preferito di sempre) che ebbi l’illuminazione e da quel momento niente fu come prima. Cominciai a scoprire i suoi dischi o meglio “capolavori” come Astral Week, Moondance etc.
Van Morrison come un lampo a ciel sereno diventò subito il mio musicista preferito e a distanza di trentacinque anni lo è ancora.

Sweet Thing è una canzone d’amore, verso una donna e allo stesso tempo verso “il mondo“, una delle poche sue canzoni “positive”, un canto di redenzione. Van Morrison è un cristiano (anche se ha avuto un’esperienza con Dianetics, poi subito rinnegata) e la redenzione è la chiave della sua filosofia.
Che sia ovviamente una donna a redimerlo è quasi secondario, esulta sia per la redenzione in quanto tale e per la donna che ne è responsabile.
Questa, a mio avviso, è una delle migliori canzoni di Van. Solleva l’anima e lenisce il dolore. Una buona musica come questa ti fa sentire meglio, esattamente quando ne hai bisogno.

Le mie recensioni di Van Morrison in questo blog: qui.

Fuochi

L’odore di quei dolori,
ritornato e invadono le mie notti
come spilli nella pelle.

Trafiggo il buio con i se

e con i ma, sostituendo
il “sarebbe” con “è”.

Scintille di fuochi lontani
ora rievocati, ora bruciati,
pacificano l’anima.

Io e le foto #1/6

Il mio dilettantismo fotografico inizia nel’85, quando desideroso di immergermi in questo mondo allora sconosciuto, mi presi una Yashica 1000, rigorosamente manuale (le automatiche sarebbero arrivate poco dopo). (Continua)

Questa come TUTTE le foto postate in questo blog, sono rigorosamente state scattate con lo smartphone e precisamente con degli iPhone.

Nick Cave & Grinderman — Omonimo (2007)

Grinderman è un progetto, e come tale ha una sua precisa identità. I brani che compongono l’album hanno la peculiarità di essere “essenziali”, scarni, meno arrangiati del Cave che conosciamo degli ultimi anni, infatti, riportano il “nostro” agli esordi, anche se in forma più morbida. I Grinderman, oltre a Cave alla voce, chitarra e piano sono: Warren Ellis al violino e chitarra acustica, Jim Sclavunos batteria e percussioni, Martyn Casey al basso.

I disco spazia in tre momenti particolari; quello della “Tensione Elettrica” come la rabbiosa Get it on, la stridente Honey bee, la potente Love bomb, la essenziale Title track, per finire con la nevrotica e punk No pussy blues.

Quello del “Buio Tormento” come la psicadelica Elettric Alice, dell’oscura Don’t set me free, della seducente Decoration day, della decadente Go tell the women.

Quello “Dolce Rilassato” come la lirica Rise, la poetica Man on the moon solo voce e piano, la superbaVortex, per finire con l’eccezionale e romantica Chain of flowers.

L’ultimo quartetto sopra citato è quello che più mi affascina dell’intero album. Brani e ballate cariche di intensità che porta Cave nella via di mezzo, i Grinderman sono la parte più dolce e tranquilla del primo N.C. (punk) e la parte più diretta e semplice dell’ultimo N.C. (arrangiatore).