Punta lunga

Ritorno su quest’angolo della laguna veneziana con altre tre foto che danno un’idea della sua conformazione.
Punta lunga è una striscia di terra a sud dell’aeroporto Marco Polo di Tessera affacciata sulla barena (laguna) veneziana. A parte il rumore dovuto all’atterraggio degli aerei che a onor del vero è sopportabile, questo pezzo di terra grazie alla flora e alla fauna offre momenti di pace e tranquillità. Nello sfondo la visione di Venezia dona un altro pezzetto di gioia. Purtroppo la foto sfuocata non rende come dovrebbe.

Mary Margaret O’Hara — Miss America (1988)

La canadese Mary Margaret O’Hara è stata una meteora, è apparsa, ha illuminato il pianeta musica, ed è sparita.

Questo purtroppo è l’unico disco da lei inciso. Una delle più grandi cantautrici di tutti i tempi, non ha conosciuto il “bene commerciale”. La sua musica di difficile collocazione contiene un cocktail di folk, jazz, blues e country, tutta condita da un’estrema personalità. Su tutto risalta la sua interiorità, meditata e pura, non costruita ne artefatta.

Altra qualità che la distingue è l’uso della voce, che lei usa in maniera estremamente articolata, creando armonie uniche, sensibili, intelligenti e profonde. Le undici canzoni che compongono il disco, non essendo estremamente facili, hanno bisogno di essere ascoltate lentamente, ed è proprio per questo che ascolto dopo ascolto ti rimangono inchiodate nella mente.

Ricordo che all’epoca il termine che fu coniato a semplificare il disco è stato: elementare ma difficile.

La prima parte (lato A per il vinile) è superbo, denso ed intimista, la voce è energica la strumentazione essenziale e potente. La seconda parte è più difficile e meno strumentale, la voce è soffusa e triste, ma resta comunque sempre splendida.

Ci troviamo davanti ad un disco eccellente per non dire un capolavoro. Undici quadri d’autore con delle perle assolute: “Body’s in trouble”- “A new day” — “Keeping you in mind”.

La O’Hara ha un talento smisurato, una voce unica che la fa brillare nella costellazione musicale. Non a caso la critica internazionale lo dichiarerà tra i cento album principali del ventesimo secolo. Un disco quindi che bisognerebbe avere, dico bisognerebbe perché è un disco di difficile reperibilità.

America!

Il diritto dei cittadini americani a possedere armi da fuoco è sancito dal Secondo Emendamento della Costituzione. Quello che recita: “Una milizia ben organizzata è necessaria alla sicurezza di uno Stato libero e dunque il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere violato”. Ratificato il 15 dicembre 1791, si 1791 sottolineo!
Davvero parliamo di un diritto inviolabile per una società civile e moderna?
E quasi dimenticavo, in alcuni stati poi, per chi compie gesti folli come certe stragi, c’è quell’altrettanto civilissima pena esemplare: la pena di morte!
E tutto si risolve in un meraviglioso farwest!

Grano e papaveri 

Le spighe di grano o frumento nel mese di maggio sono ancora nella fase di crescita. Sarà a giugno, quando il sole arriva al suo massimo splendore che arriverà al massimo del suo grado di maturazione.

Sorvolando sulle molteplici simbologie, trovabili in molti libri e altre fonti di informazioni, mi soffermo esclusivamente sulle quattro foto qui sopra postate.

Le prime tre sono state scattate nello stesso luogo, la quarta non molto lontano.
E’ il papavero che dona colore e bellezza alle distese di grano, che man mano cresce, alla stessa stregua aumenta di fioritura tinteggiando di rosso la vastità verde. Fino a fine maggio quando il papavero lentamente sfiorisce per far spazio all’esplosione dei chicchi di grano, passando da estensione verde a gialla.

Michelle Shocked

“Non posso dirti dove ho intenzione di andare… ma posso dirti da dove vengo.”

Marie Johnston, classe 1963, originaria di Dallas nel Texas, folksinger per vocazione, ha esordito nella seconda metà degli anni ottanta. Ha fatto la musicista itinerante, nella più pura tradizione dei folksinger americani e, proprio come si usava nei tempi eroici della canzone d’autore, ha creato composizioni lucide e molto realiste, che descrivono le realtà sociali che ci circondano.

Ha lasciato casa a sedici anni, staccandosi dall’educazione rigorosa impostale dalla madre, ed è andata vivere con il padre che le ha insegnato i primi rudimenti musicali.
Il padre (“Dollar” Bill Johnston), che l’accompagnerà in diverse tournèe, è un appassionato di musica folk: suo tramite Michelle ha conosciuto Woody Guthrie, Doc Watson, Cisco Houston, Leadbelly e lo swing texano di Bob Wills.

Michelle è cresciuta dritta come un virgulto, si è formata un carattere duro, ed il suo idealismo non è solo un fatto letterario, per anni è in prima fila nelle manifestazioni pubbliche (la copertina di “Short Sharp Shocked” mostra la foto di un poliziotto che malmena Michelle nel corso di una manifestazione a San Francisco), partecipa ad associazioni benefiche, fonda un movimento ecologico, frequenta comunità punk, lavora per rock against racism, poi va a vivere in Europa (dopo essersi spostata da Austin a San Francisco) e, più esattamente prima ad Amsterdam, quindi a Berlino e Londra.

Siamo già negli anni ottanta e la ragazza mostra apertamente le sue attitudini musicali, ha una passione spiccata per tutto ciò che è puro e idealista, le sue scelte musicali attingono alle tradizioni privilegiando country e folk, blues e jazz.

Per un certo periodo fa la segretaria allo Speakeasy dove comincia a presentare le sue canzoni dal vivo.
Poi, chitarra a tracolla, inizia a girare gli States: Pete Lawrence, il padrone dell’etichetta inglese Cooking Vynil, la registra con un sony portatile nel corso del festival folk di Kerville in Texas: il disco che ne risulta (The Texas Campfire Tapes) è un sorprendente successo indie (è il bestseller delle indipendenti inglesi nel corso del 1987), malgrado la registrazione comprenda anche rumori vari (grilli, automobili che passano, uccelli), Michelle mostra di avere un talento fuori dalla norma, le sue composizioni, lucide e piene di poesia, hanno il pathos e la fierezza di quelle dei grandi folksinger del passato.

Passa un anno e la Mercury, una multinazionale, la mette sotto contratto. Gli inizi non sano facili ma non si dispera e alla fine del 1988 esce “Short Sharp Shocked” il suo secondo album, ma il suo primo disco reale: è un piccolo trionfo per la giovane texana, in primo luogo perché vince la battaglia con la sua etichetta per la copertina, quindi perché il disco, ben supportato da buone composizioni. Il secondo album, fine 1989, è l’eclettico e difficoltoso “Captain Swing“, il disco completamente diverso dai due che lo hanno preceduto, ci consegna l’autrice alle prese con una robusta sezioni di fiati a ripercorrere sentieri musicali certamente non molto usuali.

E’ un omaggio alla tradizione texana dello swing, al blues fiatistico, ma l’album non ha l’impatto del lavoro precedente, vuoi per la diversità del materiale presentato, vuoi per il troppo eclettismo che la giovane lascia trasparire dal suo lavoro: la passione e la voglia di imporre le proprie idee questa volta sono preponderanti rispetto al risultato ultimo, certamente molto interessante, ma comunque inferiore rispetto al disco precedente.

Il suo quarto album: “Arkansas Traveler”, il terzo della sua trilogia, quello che la conclude, è il suo capolavoro. Arkansas traveler, è un disco lucido suonato con molto feeling, splendidamente attuale e strutturato con amore. Un lavoro che tratta con estremo rigore le radici della musica americana e le sue connessioni con la ballata tradizionale europea, quindi oltreché essere un album estremamente piacevole da ascoltare è anche un testo storico-educativo su cui ciascuno di noi può iniziare il suo apprendimento per conoscere più a fondo la vera musica tradizionale.

I dischi successivi anche se, alcuni di buona fattura, non riusciranno a eguagliare gli album sopra citati.

È libero un Paese che boccia il Ddl Zan?

“Mi domando come possa considerarsi libero un Paese in cui la libertà è garantita nella sua totalità per alcuni e centellinata per altri”.

Così Emma Ruzzon, rappresentante degli studenti dell’Università di Padova, durante la cerimonia per gli 800 anni dalla fondazione dell’Ateneo, alla presenza del presidente della Repubblia Sergio Mattarella e della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Un Paese, ha aggiunto Ruzzon

“In cui i senatori della Repubblica possono permettersi di applaudire pubblicamente l’affossamento di un disegno di legge che, pur in minima parte, mirava a tutelare la libertà di esistere di persone, cittadini, di uno Stato che continua a chiudere gli occhi davanti alla sue evidente transfobia, mentre conta il più alto tasso di omicidi di persone trans in Europa”.

La rappresentante degli studenti si è poi rivolta alle istituzioni.

“Non chiedete a noi di avere coraggio, abbiate voi il coraggio di guardare davvero al futuro, di chiederci come stiamo. Abbiate il coraggio di ascoltarci”, ha concluso.

Credo che, a queste parole della studentessa, ci sia ben poco a aggiungere.
E va bene… lo stato vaticano in casa, la chiesa cattolica, i bigotti, i retrogradi di ogni ordine e grado, e sappiamo che sono tanti in questa italiota ma è ora di finirla con il medioevo.

Purtroppo l’Italia è un paese libero nella misura in cui i suoi abitanti sono in grado di esercitare l’elettorato attivo in maniera consapevole. Se continuano a preferire i bigotti ai politici laici, le cose si metteranno sempre peggio.

John Cougar Mellencamp — The Lonesome Jubilee (1987

Il ribelle, questo è l’aggettivo che più si addice a John Mellencamp che passa l’adolescenza tra moto, bar, ragazze e gruppi rock, per poi sposarsi a diciannove anni. Dopo vari dischi, più o meno di valore, è con “Scarecrow” del ’85, disco antecedente a questo, che Cougar, così si fa chiamare all’epoca, arriva al vero successo.

I testi rilevano una sincera presa di posizione per i temi d’impegno sociale, soprattutto a favore degli agricoltori in crisi (sarà lui stesso ad organizzare il “Farm Aid”. Ma non solo al sociale sono rivolte le sue liriche, sono una miscela di riflessioni, commenti e descrizioni sulla sua condizione di vita presente e un po’ nostalgica, quando ricorda il suo esser stato più giovane.

Con questo “The Lonesome Jubilee” John Mellencamp si affina soprattutto anche sul piano musicale evolvendosi con elementi soul, tex mex e musica latina e con l’arricchimento di strumenti come il violino, la fisarmonica e il banjo. L’album è di “presa” immediata, si fa amare fin dal primo ascolto, ma non per questo cade nella banalità.

Nel complesso un buonissimo disco questo, del nostro. Musicalità e testi degni di un songwriter alla pari, certe volte, di musicisti di calibro internazionale assai più famosi, ma che nulla hanno da insegnare al nostro “puma”.

“La mia vita è una contraddizione di desiderio e dispiacere trascino il mio cuore attraverso le ceneri per gettarlo nel cuore. Forse c’è una ragione e potrebbe esserci un disegno, oppure siamo solo degli sciocchi a credere che un giorno capiremo. E tutto diventa vero, si tutto diventa vero. Come una ruota dentro un’altra che gira dentro di te. E pensi cosa ho fatto? Cosa posso fare? Quello che credi di te stesso diventa tutto vero.”

Spring #4/4

Quarta e ultima selezione forse, di questa carrellata fotografica primaverile duemilaventidue.
Anche se leggermente in ritardo a causa della mancanza di acqua, la più bella stagione della fioritura e della rinascita sta volgendo al termine. Anche quest’anno la primavera ha voluto offrirci il meglio di se, nonostante l’incuria e i mali dell’uomo, la sua grande voglia e gioia nel condividere la sua bellezza non è stata da meno.