Abbracci

Abbraccio la terra
e i suoi segreti.

Pioggia, neve,
vento e sole.

L’acqua bagna,
l’aria respira.

Abbraccio l’uomo
e le sue parole.

Latte, pane,
carne e pesce.

La poesia ordisce,
la vita crea.

Truffe online

Immagine con libero utilizzo

Gli aggettivi per descrivere Internet sono molteplici: affascinante, utile interessante ecc. ecc., ma Internet è (anche) un posto particolarmente pericoloso, soprattutto negli ultimi anni. Sono molti i rapporti delle autorità competenti che confermano, gli attacchi ransomware, le chiamate, i messaggi ed email di spam. Tutto questo sta aumentato in maniera esponenziale. A cadere vittime delle truffe online, nonostante i cybercriminali prendano di mira utenti di tutte le età, sarebbero soprattutto le persone di età superiore ai 60 anni. Considerate le conseguenze devastanti delle azioni dei truffatori, vediamo allora quali sono le minacce più comuni, così da fare attenzione a non caderne vittima.

Ransomware
I attacchi Ransomware sono dei “rapimenti” con richiesta di “riscatto”, e sono senza dubbio tra le minacce più preoccupanti della rete. Attraverso una strategia ben pianificata, in genere i cybercriminali riescono ad accedere ad un computer per sottrarre dati sensibili, in cambio dei quali richiedono un riscatto sostanzioso alla vittima. Se questa non dovesse accettare le condizioni dei truffatori, i dati saranno resi pubblici o tenuti in ostaggio dai criminali. A pagare le spese di questi attacchi sono soprattutto le aziende, che hanno avuto a che fare con non pochi problemi di malfunzionamento dei loro siti.

Frodi del call center
Secondo quanto riferito dalle autorità competenti, le frodi dei call center sono un grande classico delle truffe online, che colpiscono soprattutto gli utenti al di sopra dei 60 anni, tendenzialmente poco avvezzi alla rete. Queste persone cadono vittime di chiamate in cui i criminali si fingono rappresentanti delle istituzioni governative o referenti del servizio clienti di aziende di vario genere. Più prudenti, invece, sono gli utenti giovani e giovanissimi, che hanno sviluppato una certa diffidenza nei confronti delle chiamate di spam (fortunatamente).

BEC
BEC è l’acronimo di Business Email Compromise ed è considerata una delle minacce più pericolose per gli utenti in rete. Negli ultimi mesi, infatti, i cybercriminali hanno utilizzato questo metodo per effettuare trasferimenti di fondi non autorizzati semplicemente aprendo l’email o facendo clic sul collegamento presente all’interno dell’email stessa. Una truffa alquanto difficile da riconoscere, che comporta la perdita di denaro che non può essere recuperato. Proprio per questo, vi suggerisco vivamente di non aprire email provenienti da indirizzi sconosciuti, perché questo potrebbe mettere a rischio voi e il vostro portafoglio.

Investimenti falsi
Vi è mai capitato di ricevere una telefonata da parte di persone che si presentano come “Amazon”? A me si, centinaia (e non è una cifra a caso) di volte. Le truffe sugli investimenti online sono state la vera e propria sorpresa del 2022, in particolare per quanto riguarda le criptovalute. Sempre secondo il rapporto delle autorità competenti, infatti, moltissimi utenti sono cadute vittime di imbrogli di ogni genere. Tra questi, le autorità segnalano il caso in cui le persone collegano il proprio portafoglio di criptovalute a un’applicazione di estrazione di liquidità fraudolenta e tutti i loro fondi vengono spazzati via. Oppure quello in cui un annuncio di lavoro fraudolento viene pubblicato online offrendo ai candidati una consulenza sugli investimenti, consentendo così al truffatore di ottenere quanti più soldi possibile dalla vittima. Insomma, qualunque sia l’escamotage dei criminali, una cosa è certa: l’utente viene invogliato ad investire affinché ci si possa appropriare dei suoi fondi.

Chiarito quali sono le principali minacce della rete, adesso sta a noi cercare di evitare di caderne vittima per proteggere il nostro denaro e la nostra privacy.

Giunchi

Il giunco è una pianta perenne abbastanza comune dalle mie parti. Diffusa soprattutto nelle zone con clima umido, in quelle paludose e marittime, è facile quindi trovarla nella barena di Venezia.

Digitale

Immagine senza copyright
(Foto no copyright)

In questa mia “dimora virtuale”, condivido le mie passioni che sono:

– musica (suoni) con delle recensioni soprattutto di dischi pubblicati negli anni scorsi e altre conoscenze su musicisti ed evoluzioni che ho avuto modo di fare mie nel corso di cinquant’anni di passione;

– fotografia (visioni) con scatti effettuati con lo smartphone, oggetto che ormai è parte integrante della nostra quotidianità, una presenza stabile del nostro vivere comunicativo e fotografico;

– scritti (dintorni) con piccole riflessioni e altri testi senza nessuna presunzione letteraria ma con il solo scopo di mantenere “in memoria” ed essere condivise con chi “passa” per questo blog.

Oltre a queste tre principali “categorie passionali” ho deciso di aggiungere una quarta che, a onor del vero, poco c’entra con l’ossatura del blog, e quindi con una matrice presuntuosamente culturale e si chiamerà “digitali“.

Questa passione mi accompagna da decenni ed è proprio per questo che ho deciso di condividerla con voi con delle “pillole” che avranno il solo scopo di semplificare, divertire e soprattutto aiutare la vita digitale.

Popular Music (5. Il Funk e il Rap)

Prefazione Indice

Il Funk e il Rap

Funk
Le caratteristiche del funk sono ben definite: linea di basso ossessiva, ritmo martellante, chitarra secca e graffiante. Si possono individuare in brani di James Brown come Papa’s got a brand new bau (1965) o come la celeberrima Get up sex machine (1970).

Ma la musica funk non era solo trascinante e ‘fisica’, i testi spesso erano estremamente politicizzati come per esempio: Heron (1949) e molti altri brani dello stesso James Brown.
Il funk era la musica della popolazione di colore orgogliosa della propria identità, pronta a combattere peer difenderla. Era la voce del ‘potere nero’. Ma anche nel funk, dal punto di vista musicale, vanno fatte delle distinzioni. Una cosa era la proposta accattivante degli Earth, Wind & Fire (non a caso protagonisti poi della disco music), altra quella fortemente influenzata dal rock psichedelico di George Clinton o di Sly & the Family Stone.

—————————————–

Disco: Sky & the Family Stone – There’s a riot goin’ on (1971)

Magari ancora loro non lo sanno, ma quello che Sly Stone e famiglia mandano nei negozi è un lavoro che avrebbe fornito un sacco di idee a tutti immusonisti del periodo (e dopo). Opaco e asfissiante nel suono quanto i loro dischi precedenti erano solari, avveniristico negli arrangiamenti (c’è perfino una drum machine in Family affair, quasi otto minuti a testa per Thank you for talkin’ to me Africa e Africa talks to Thank you), adrenalinico nelle ritmiche, chiude definitivamente con gli anni ’60 e i suoi sogni. Il brusco risveglio degli anni ’70 era alle porte e questo disco ce lo mostra già confondendo le frustrazioni di una generazione con quelle di un musicista ormai schiavo di eccessi di ogni tipo e in vista della propria fine artistica.

—————————————–

Va detto tra l’altro che la lezione del funk finì per influenzare anche il jazz: dischi come ‘Head hunters’ (1973) di Herbie Hancock o ‘On the corner’ (1972) di Miles Davis portano più meno dichiaratamente quell’impronta sonora.
Anche Jimi Hendrix, Prince e i bianchi Red Hot Chili Pepper, hanno riconosciuto un’influenza decisiva, come figlia del funk.
La vicenda del funk si sarebbe andata spegnendo lentamente con il finire degli anni ’70: come gli artisti raggiungevano uno status (anche economico) agiato, la loro musica perdeva di mordente e scadeva in una dance elettrizzante, ma priva di reali contenuti.

Rap
Contrariamente a quasi tutti i generi musicali, si può dire che il rap (letteralmente ‘chiaccherata’) ha un padre, una madre e perfino un certificato di nascita.
Il ‘certificato’ è rappresentato dal primo singolo rap della storia, Rapper’s delight della Sugarhill Gang (1979): la sua base sonora era fornita da Good times degli Chic, e su di essa ‘recitava’ il testo la voce di Henry ‘Big Bank Hank’ Jackson. Lui era stato scelto da Sylvia Robinson (ecco la ‘mamma’ del rap), cantante soul e proprietaria del negozio Sugai Hill Records.
Il rap era uno degli elementi della cultura hip hop, assieme alla breakdance e all’arte dei graffiti.
E’ il padre? Il padre si chiama Kool Herk (1955) un dj. E’ stato lui a portare in città questo nuovo stile che esisteva già dagli anni ‘60 in Giamaica.

—————————————–

Ipse Dixit: «Kool Herk comprava dischi per utilizzare solo delle frasi o dei suoni, mai il prodotto intero. Un riff di chitarra o un giro di basso non dovevano durare più di 15 secondi. Metteva su lo stesso frammento musicale moltissime volte tagliando le altre parti del brano quando inseriva la sua voce. Poco dopo altri iniziarono a copiare lo stile di Herk aggiungendo ritocchi personali. Ad esempio, uno che si chiamava Theodor inventò la tecnica dello scratching che consisteva nel mandare avanti e indietro velocemente il disco con le dita.» (Dick Ebdige, ‘Cut’n’mix’)

—————————————–

Disco: Rui DMC – Raising hell (1986)
Questo terzo lavoro dei Rui DMC fu il primo a sdoganare l’hip hop presso le grandi masse e la crew fu la prima ad avere un disco di platino, la prima ad avere la copertina della prestigiosa rivista musicale Rolling Stone, la prima ad essere trasmessa da MTV. Tutto merito di quest’album dove, per primi, i tre decidono di sostituire le usuali basi di balck music con un rock più accessibile al pubblico di bianchi e i testi sono cruda cronaca della sopravvivenza nel ghetto, pur tuttavia rinunciando alle sovrastrutture politico-ideologiche tipiche, ad esempio, dello stile dei Pubblici Enemy.

—————————————–

Ipse Dixit: «Il rap è la CNN dei neri americani. Il nostro dovere è informare su quello che realmente succede. Le parole sono l’unico mezzo che abbiamo per fare arrivare al mondo la nostra voce. I vecchi oggi sembrano sempre più lontani dai giovani che crescono e vivono con il rap. Sono due sistemi che si scontrano e la frattura è solo un’inevitabile conseguenza. Esistono vari modi di fare rap e nessuno è migliore dell’altro. Ogni rapper ha qualcosa da raccontare. Può variare il linguaggio, non la sostanza.» (Chuck D., rapper)

Ascolta sette brani su radioscalo

Punti di vista

La maggior parte degli alberi sono fotografati nella loro posizione classica, dove per classica è da intendersi nella loro interezza o parte di essa. Ultimamente mi piace vederli e di conseguenza fotografarli con altre angolature. Questi due, per esempio, visti dal basso, danno un senso di maestosità, anche se, in realtà, non lo sono.

Warren Zevon — The Wind (2003)

Questo è il testamento musicale di Warren, morto poco prima della pubblicazione del disco (24 gennaio 1947 – 7 settembre 2003). Colpito da un male incurabile, il musicista californiano ha voluto a tutti i costi questo album, e se pur stanco, affaticato dalla malattia, ha lavorato duramente con profonda dignità fino alla completa registrazione. Attorniato da un numero incredibile di amici e musicisti, ci ha consegnato uno dei dischi più belli ed ispirati della sua trentennale carriera.

A differenza del disco precedente “My Ride’s Here” (la malattia lo aveva già minato), un disco decisamente sottotono, questo lavoro si prende decisamente la rivalsa. Zevon ritrova la vitalità e canta come non gli succedeva da molto tempo. Tutti gli ospiti amici e musicisti come: Dwight Yoakam, Don Henley, Ry Cooder e Bruce Springsteen, solo per citarne alcuni, sono parte integrante delle canzoni senza però precluderne l’opera originale di Zevon.

Le sonorità portanti delle undici canzoni del disco hanno il sapore country e rock and roll. Sono ballate per la maggior parte malinconiche, alcune toccano punti di estrema tristezza, solo pochissime lasciano spazio a un po’ di gioia. Profondo e carico di intensità, The Wind è un grande disco, il progetto di un musicista maturo, conscio dei suoi mezzi, che ha lavorato al meglio per regalare al suo pubblico qualcosa che avrebbe dimenticato difficilmente. Il ricordo poetico/sonoro di un musicista, di un uomo, dall’enorme dignità.

Still life (fotografia)

In fotografia, l’espressione inglese still life indica un particolare genere fotografico utilizzato per descrivere, in modo a caso, la rappresentazione di oggetti inanimati attraverso una specifica tecnica fotografica. (Wikipedia)

Chi ha avuto modo di vedere le mie foto in questo blog, si sarà accorto, grazie alla noia, che fotografo più i particolari che i panorami. E’ nel mio DNA. Non solo in fotografia ma in quasi tutto, vengo più colpito da “un particolare” che alla maggior parte delle persone passa inosservato, piuttosto che da “ampie” visuali. Anche queste due foto sono in questa linea. A molti non dirà nulla ma, se invece anche minimamente “sentirete” una leggerissima emozione, mi sentirei meno solo.