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Popular Music (10. Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa

Nei due dischi di Miles Davis ‘In a silent way’ e ‘ Bitches brew’ facevano la loro comparsa alcuni musicisti che avrebbero scritto splendide pagine negli anni successivi, tra gli altri: Herbie Hancock (1940), Joe Zawinul (1932 – 2007) e Chick Corea (1941), il chitarrista John McLaughlin (1942) e il sassofonista Wayne Shorter (1933).
Da loro nacquero alcuni gruppi che avrebbero segnato profondamente questo genere musicale: la Mahavishnu Orchestra di McLaughlin, i Weather Report di Zawinul e Shorter o i Return to forever di Corea. Da tutti questi (e molti altri) sarebbe arrivato materiale assolutamente fondamentale per il prosieguo della storia del jazzrock, definito successivamente fusion.

Finora è stato trattato il jazz americano, tuttavia questo genere ha avuto un largo seguito di pubblico e musicisti anche in Europa.
Grande interesse è sempre stata la scena francofona rappresentata dal chitarrista Django Reinhartd, dai violinisti francesi Stephane Grappelli, Jean Luc Ponty e Didier Lockwood, dall’armonicista belga Jean Baptiste e dal pianista francese Michel Petrucciani (1962 – 1999)
Il panorama britannico ha dato il meglio di sé praticando territori di ricerca al confine con i rock come nella cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’. Musicisti come i sassofonisti Lol Coxhill ed Elton Dean, i chitarristi Allan Holdsworth, Derek Bailey o il citato John McLaughlin, il tastierista Keith Tippett e gruppi come i Soft Machine o i Just Us (di Elton Dean) hanno sempre proposto musica estremamente interessante.

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Ipse Dixit: «E’ nefando e ingiurioso per la tradizione e per la stirpe riporre in soffitta violini e mandolini per dare fiato a sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda. E’ stupido, ridicolo e antifascista andare in sollucchero per le danze ombellicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga da oltreoceano.» (Carlo Ravasio, Il Popolo d’Italia – 30 marzo 1929)

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Nel nostro paese arrivò durante la Prima Guerra mondiale con l’esercito americano ed ebbe subito una nutrita schiera di appassionati, sia tra il pubblico che tra i musicisti. Tuttavia conobbe un periodo di stasi durante il regime fascista che, in ‘difesa’ della musica italiana, lo bollò come ‘barbara musica negroide’, espellendola dalle trasmissioni radiofoniche dell’EIAR (l’ente precursore della RAI).
Dopo il periodo di oscuramento, il jazz riprese vigore dagli anni ’50 in poi, con gruppi come il sestetto di Gianni basso e Oscar Valdambrini o grandi solisti come Dino Piana (trombone), Enrico Intra e Renato Sellani (pianoforte), Franco Cerri (chitarra) e molti altri.
Una citazione a parte merita Giorgio Gaslini (1929 – 2014), uno dei primi ad ottenere fama internazionale, nel cui lavoro si fondono di volta in volta il rock italiano dei primi anni anni ’70, l’impegno politico, l’instancabile didattica (fu il primo a portare il jazz nei conservatori), l’interesse per la musica contemporanea o per la musica etnica (da leggere il uso ‘Musica totale’ del 1975).
Dai primi anni ’70, ricco è poi stato il panorama jazzrock: gruppi come Perigeo (straordinaria band in cui militavano grandi jazzisti come il pianista Franco D’Andrea, il sassofonista Claudio Fasoli, il batterista Bruno Biriaco, il contrabbassista Bruno Tommaso e il chitarrista Tony Sidney, gli Area (del fantastico cantante e ricercatore Demetrio Stratos) con una proposta in grado di toccare i generi più disparati, dal jazz, alla musica sperimentale, alla canzone di impegno politico, gli Arti & Mestieri, gli Agorà e molti altri.
Infine corre l’obbligo di ricordare operazioni estremamente interessanti realizzate a Napoli con la fusione tra jazz e altri ambiti musicali, per incontrare di volta in volta la canzone d’autore (Pino Daniele), il rock (Napoli Centrale, Osanna) o la musica etnica mediterranea (Tony Esposito, Tullio de Piscopo).
Senza dimenticare, oltre ai nomi citati, grandi maestri come i sassofonisti Mario Schiano (1933 -2008) e Massimo Urbani (1957 – 1993).il batterista Gilberto Gil Cuppini (1924 – 1996) o il direttore d’orchestra e polistrumentista Gorni Kramer (1913 – 1995). Altri nomi assolutamente degni di menzione: i trombettisti Enrico Rava (1939), Paolo Fresu (1961) e Fabrizio Bosso (1973), dei pianisti Franco D’Andrea (1941), Enrico Pieranunzi (1949), Danilo Rea (1957), Rita Marcotulli (1959) e Stefano Bollani (1972), dei sassofonisti Gianluigi Trovesi (1944) e Francesco Cafiso (1989)e  del batterista Roberto Gatto (1958)

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Disco: Paolo Fresu Quintet – The platinum collection (2008)

Tre cd celebrano un gruppo storico del nostro jazz. Ogni volume è dedicato a un tema: il primo alle ballads, il secondo al blues, il terzo al song. Pur con maggiore attenzione alle incisioni effettuate per la prestigiosa etichetta Blue Note, i brani percorrono l’intera carriera del trombettista. Ma se Fresu giganteggia, merito va dato ai suoi compagni di viaggio nel costruire un’architettura sonora tanto curata nei dettagli quanto emozionante all’ascolto. Grande Jazz anche quando Fresu e i suoi compagni di viaggio si accostano con infinita sapienza, anche a brani ‘facili’ della canzone d’autore italiana o dell’universo sudamericano.

Ascolta otto brani su radioscalo

Life di Ellen River (2023)

Una americana in Italia. Sebbene il nome faccia pensare altrimenti, Ellen River è una cantautrice italiana, precisamente emiliana, che con Life arriva al suo secondo disco, dopo Lost Souls.
Il suo stile narrativo è in grado di tradurre Life in un racconto di vita dove, rock, country, blues, soul, folk e bluegrass si intrecciano nel messaggio di chi ancora affronta la vita con ironia nonostante i bocconi amari, non si arrende e prova a stare bene sapendo ce la felicità è fatta di piccoli istanti.

Un doppio album che suona come un ‘piece de resistence’ della canzone d’autore italiana cantata in inglese, 27 canzoni profonde e per nulla intimidite dal confronto internazionale.

Ascolta l’album

Sospeso

Possiedo diverse opere di Marino Ficotto ma questa, in particolar modo, è la mia preferita. Acquarello su carta (50X30) dal titolo “Sospeso”, anno 2012.
Facile comprendere che quello raffigurato è un aquilone.

Un valore aggiunto a quest’opera è la sua cornice o meglio come è stata incorniciata, la carta infatti, non è appoggiata sul fondo ma sollevata di due centimetri, quelli che bastano per dare un senso di “sospeso”, come stesse volando.

La bella sensazione visiva che riesce a trasmettere è percepibile dal vivo, ma comunque anche così il suo valore è già di per se grande.

Guzmania

Mi è sempre piaciuto fotografare i fiori, non è un segreto e i pochi che frequentano questo blog lo sanno bene, conoscere il loro nome però non è mai stata una priorità ma ora, grazie ad alcune app, è tutto più facile.
Questo fiore si chiama: Guzmania, dicono sia un fiore tropicale, io l’ho fotografato, come tutte le foto che faccio, in natura, mai recisi, e non in Thailandia ma nel territorio veneziano.

The National — Hight Violet (2010)

A tre anni di distanza da “The Boxer” è uscito “Hight Violet”, quinto disco dei The National, band originaria di Cincinnati.

Il disco pur senza particolari originalità è senz’altro tra i più ascoltabili di questo ultimo periodo.

La particolarità del suono “The National” è la bella voce baritonale di Matt Berninger che attraverso il suo modo di cantare ha creato un marchio di forza appiccicato al gruppo.

“High Violet” è un disco molto piacevole, e volendo inquadrarlo in qualche stile sonoro, per quanto non sia facile, nel loro sound riecheggia un misto di New wave con qualche spruzzatina di folk il tutto innaffiato da un buonissimo easy-rock.

Tutte le undici canzoni del disco sono di buona fattura, non ci sono quindi momenti di “stanca” e l’album si fa ascoltare dall’inizio alla fine.

Ascoltandolo e riascoltandolo molte volte e in situazioni diverse, la cosa che si evidenzia è la peculiarità del suono che sembra appartenere effettivamente alla realtà del momento. Notturni e per certi versi introspettivi sono la colonna sonora che accompagnano i giorni nostri.

Nei poco più di quarantacinque minuti di “High Violet” l’aria che si respira non è certamente di rivoluzione musicale anzi, qui si parla di conservazione musicale più che altro. Le loro canzoni sono lo specchio dei tempi che viviamo, appartengono al sociale odierno, come dire: così è.

Il fatto è che, pur senza grande originalità, i brani che creano gli sanno fare bene, eccome, e alla fine musicalmente parlando questo fa la differenza. Il disco è superbo, il suono è affascinante, e ascolto dopo ascolto entra nell’epidermide, scaturendo sensazioni e vibrazioni profonde. Bravo e bravi.

Autodraw: disegnare anche se non si è capaci

Le vie della tecnologia sono infinite. AutoDraw è una piattaforma sperimentale che è una sorta di Paint evoluto e intuitivo. A fare la differenza non è certo il talento dell’utilizzatore medio, quanto l’intelligenza del software. Tu schizzi qualcosa e lui la riprende, la migliora, la corregge, inseguendo la logica delle forme e delle figure. Facile e smart, assicura il team degli sviluppatori: “Non c’è niente da scaricare. Niente da pagare. E funziona ovunque: smartphone, tablet, laptop, desktop”. E il tutto avviene in modalità condivisa e aperta: artisti e grafici che volessero arricchire il database in progress, da cui il sistema attinge per sostituire gli sgorbi di cui sopra, possono caricare disegni e illustrazioni.

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