Popular Music (19. Italia: Il prog e fine anni ’70)

PrefazioneIndice

Disco: Tito Schipa – Vivere (1937)

La canzone, ripresa negli anni ’80 da Enzo Jannacci con un’interpretazione ironica e dissacratoria, fu un grande successo del 1937 nell’interpretazione di Tito Schipa che la cantava nel film omonimo di Guido Frignone. Si tratta del canto di gioia di un innamorato abbandonato, ma… inaspettatamente felice della ritrovata libertà. Da questo punto di vista una canzone assolutamente in controtendenza con i tanti cuori spezzati delle canzoni dell’epoca, che con la sua grinta quasi sbruffonesca ben si prestava all’interpretazione dei tenori dell’epoca.

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Disco: Domenico Modugno – Nel blu dipinto di blu (1958)

Questo brano molto più noto come «Volare» trionfò a Sanremo nel 1958. Era sovversivo fin dal modo in cui Modugno lo presentò sul palco: allargando platealmente le braccia quasi a volar via con la sua canzone, in spregio alla compostezza di maniera dei cantanti dell’epoca. E poi quell’urlo liberatorio «Volareee oh oh»… Quel gesto e quel grido provocatorio un vero terremoto nella sonnacchiosa canzonetta degli anni ’50, non ancora destabilizzata dal rock’n’roll e non ancora rivitalizzata dalla canzone d’autore. Forse tre anni dopo, Celentano non avrebbe voltato le spalle al pubblico (orrore!) Cantando, sempre a Sanremo, 24.000 baci, se Modugno non avesse spalancato le braccia. Forse gli «urlatori», senza quel grido, non avrebbero capito quale sarebbe stata la loro strada.

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Anni ’60: dall’America e dall’Inghilterra arriva il rock italiano

Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, l’Italia conobbe un’espansione economica enorme, il cosiddetto «boom» o «miracolo economico». L’incremento vertiginoso del commercio internazionale, lo sviluppo industriale grazie alle innovazioni tecnologiche e alla disponibilità di nuove fonti di energia, furono alcuni dei fattori che portarono ad un deciso aumento del tenore di vita delle famiglie italiane con straordinarie trasformazioni negli stili di vita, nel linguaggio e nei consumi. Nasceva la televisione, nelle case facevano la loro comparsa lavatrici e frigoriferi, iniziavano ad avere enorme diffusioni le prime utilitarie (500 e 600 Fiat).
Fu in questa Italia del benessere e del consumismo che, all’inizio degli anni ’60, arrivò il rock’n’roll americano. E lo scandalo fu enorme.
Era musica che portava con sé una grande carica di ribellione, e pur in qualche modo ancora ancorati alla tradizione, i giovani cantanti ne colsero lo spirito. Non si era mai visto un cantante voltare le spalle al pubblico, ma Adriano Celentano (1938) lo faceva e il pubblico, quello adulto, si scandalizzava, così come si scandalizzava alle grintose interpretazioni di Mina (1940) e di tutti gli altri giovani cantanti detti «urlatori» (Betty Curtis, Tony Dallara, Joe Sentieri, il primo Giorgio Gaber, Little Tony) che, accanto a colleghi di grande successo ma non così trasgressivi (Gianni Morandi (1944), Rita Pavone (1945) ecc. «sparavano» la loro voce dai juke box.
Le canzoni, a partire dallo stesso modo di presentarle, volevano esprimere un «disappunto», ovviamente, delle generazioni precedenti che con quei figli ribelli si trovavano a fare i conti.
Tuttavia stiamo ancora parlando di una canzone abbastanza tradizionale nella propria struttura. Il primo deciso rinnovamento arrivò però solo pochi anni dopo, alla metà del decennio, sull’onda del beat giunto dall’Inghilterra.
Il beat italiano costituì così un grande momento di creatività e presa di coscienza. Nonostante tutti i suoi maggiori successi fossero di fatto versioni (cover) di pezzi stranieri cui era stato adattato un testo italiano (spesso assai diverso dall’originale), importante fu il fatto che questi gruppi si rendessero conto di come attraverso le canzoni si potessero veicolare idee e opinioni, non solo storie d’amore.
Tra i principali esponenti del beat italiano vi erano, curiosamente, diversi gruppi inglesi giunti sulla scia del successo dei Beatles e poi rimasti nel nostro Paese. Si chiamavano Sorrow, Renegades, Motowns o Primitives. Tra tutti, i più famosi furono i Rokes

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Disco: Rokes – ma che colpa abbiamo noi (1966)

Questa canzone è uno dei manifesti del beat italiano. Si tratta della versione italiana (firmata da Mogol) di un brano del cantautore americano Bob Lind. Offre le prime composte, educate, rivendicazioni generazionali: «Sarà una bella società/fondata sulla libertà/però spiegateci perché/se non pensiamo come voi/ci disprezzate… come mai?». E ancora: «Se noi non siamo come voi/una ragione forse c’è/e se non la sapete voi/ma che colpa abbiamo noi?». Come si può vedere, ben altra violenza, negli anni, avrebbero espresso certe rivendicazioni giovanili (si pensi al punk), ma allora, per cominciare a muovere le coscienze, andava bene ance così.

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Da quel ricchissimo panorama musicale, popolato anche da celebri band italiane come Equipe 84, Nomadi, Ribelli, Corvi, Bisonti, Delfini e molti altri, prese il via il rock italiano, negli anni quasi sempre modellato sulle influenze anglosassoni, ma a volte di una grande originalità riconosciuta anche nei paesi ove il rock era nato.

Anni ’70: prog e i suoi fratelli

Come detto, il rock italiano (e quello dell’Europa continentale in genere) è figlio di quello anglosassone. Tuttavia particolarmente interessante fu – nei primi anni ’70 – la nostra scena progressive.
Mentre l’hard rock non fece molti proseliti tra i musicisti di casa nostra, gruppi inglesi come Genesis, yes, Jethro Tull o King Crimson, rappresentavano invece un modello per moltissime band italiane. Tuttavia, gruppi come Premiata Formerai Marconi (o PFM), Banco del Mutuo Soccorso (BMS), Osanna o Orme, non si limitarono ad imitare uno stile, ma coniugarono, con una perfezione mai più raggiunta dal nostro rock, stilemi anglosassoni e tradizione musicale italiana: quella popolare e folklorica (Osanna), quella classica (le Orme e i New Trolls) e quella del melodramma e del barocco (BMS e PFM).

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Disco: PFM – Per un amico (1971)

C’è stato un momento in cui gli italiani hanno cercato una strada italiana al rock, senza limitarsi a ripetere pedissequamente i modelli anglosassoni. Splendido esempio, questi spariti ricchissimi di inventiva e creatività in cui non è difficile rintracciare momenti assolutamente italiani. Ci sono la tarantella e il melodramma, il gusto peer la melodia e tutto il nostro sole. Le costruzioni dei brani sono piuttosto complesse, hanno righe parti strumentali caratterizzate dai timbri desueti di flauto e violino, e in alcuni casi lunghe durate, eppure, all’ascolto, la musica fluisce con grande naturalezza e facilità. Un lavoro che seppe affascinare gli ascoltatori stranieri, oltre che quelli italiani, e che a distanza di decenni conserva ancora intatta la freschezza e l’originalità che hanno influenzato generazioni di musicisti a venire.

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Fine anni ’70: largo all’avanguardia

Come avvenne in tutto il mondo, anche in Italia l’avvento del punk sconvolse la scena musicale della seconda metà degli anni ’70. In molti centri nodali: a Bologna, Firenze e Pordenone  soprattutto, ma anche a Milano, Roma e Napoli conobbero una scena simile più o meno. Si misero in luce molti gruppi come: Gaznevada, Skiantos, Litfiba e poi Windopen, Caffè Caracas o Tampax, stanchi di tutto ciò che il rock e la canzone d’autore avevano propinato fino a quel momento.
Tra le esperienza più valide, vanno citati i bolognesi Skiantos che furono precursori del cosiddetto genere demenziale che poggiava le proprie solide basi teoriche sulle intuizioni del giovanissimo leader Roberto «Freak» Antoni (1954 – 2014).

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Disco: Skiantos – Monotono (1978)

Dopo il debutto di «Inascoltabile», questo secondo album degli Skiantos fu un autentico manifesto contro i cantautori impegnati e il rock più stantio. Un manifesto scritto con un linguaggio volutamente «basso», fatto di rime baciate e testi stupidi che forse non volevano essere altro, o forse nascondevano molto di più. Testi che ridicolizzavano e sdrammatizzavano una musica spesso dura (punk, dopo tutto): «Le massaie fan la code/per comprare la mia broda/e per essere alla moda/io ci metto anche la soda» (Epdadone), «Io me la meno/di notte mi dimeno/domani prendo il treno/e vado fino a Sanremo» (Io me la meno), o «Se tu bruci una banca/il direttore poi si sbianca/dagli in testa anche una panka/e vedrai che poi la pianta!) (Panta Rock).

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L’autentica filosofia del punk (per non dire la dottrina politica del movimento) fu invece adottata dagli anni ’80 in poi, da band che vissero essenzialmente nelle cantine senza quasi mai assurgere a una qualche popolarità se non di nicchia (escludendo forse il solo caso degli emiliani CCCP)

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Ipse Dixit: «Decisi insieme ai mie amici, spronato dalla musica che usciva dalle cantine, di mettere in piedi una band. Il nostro modello erano gli Skiantos e i Gaznevada, mi piaceva il nonsense demenziale di Freak Antoni & Co. Rimasi rapito dalle loro idee. Personalmente fui spronato dalla scena bolognese e dal punk a mettere in piedi una band. Mi sentivo coinvolto dal messaggio crudo e diretto del punk: tutti potevano suonare anche se non sapevano suonare anche se non sapevano tenere in mano nessuno strumenti. L’importante era esporsi e metter a nudo la propria creatività.»

(Luca carboni in O. Rubini – A. Tinti «Non disperdetevi»)

Ascolta quindici brani su radioscalo.

Le migliori fotografie del mondo

La Sony ogni anno organizza un concorso fotografico denominato World Photography Award. Il concorso si articola in dieci categorie: dal viaggio al movimento, dal lifestyle al ritratto fino alla fotografia creativa e al paesaggio.
Si tratta delle migliori foto scattate nel corso del 2023: in tutto ci sono state 395 mila candidature.
Il vincitore assoluto verrà invece proclamato il 18 aprile quando a Londra si terrà la cerimonia di premiazione.

Pubblico le prime due foto vincitrici dell’Open del Sony World Photography Awards 2024, il resto le trovate nel link pubblicato a fine post.

Per la categoria “architettura” ha vinto la fotografia “Falling Out of Time” di Ana Skobe, che raffigura un faro stagliato contro un cielo limpido al crepuscolo.

Per “fotografia creativa” è stata premiata invece la fotografia scattata da Rob Blanken, che ha immortalato cristalli di aminoacidi B-alanina.

Le restanti fotografie sono visibili QUI

Sito italiano dedicato a Vincent Van Gogh

Van Gogh Gallery è un sito italiano dedicato al pittore Vincent Van Gogh che raccoglie dipinti, acquerelli e opere grafiche. E’ una raccolta veramente completa, permette infatti di sfogliare online quasi mille opere dell’artista.

Per accedere alla galleria si seleziona la sezione “opere”, si cerca poi il dipinto con un pratico motore di ricerca, per nome, per anno di realizzazione, per luogo di creazione o per locazione attuale. Degna di nota anche la “Biografia” dell’artista, che ne descrive la vita anno per anno in diversi capitoli.

Il portale è realizzato da un negozio che vende riproduzioni di alta qualità, ma non per questo deve scoraggiare, e merita almeno una visita.

Al di là che questo pittore possa piacere o no, è una raccolta che rende onore alla Rete.

Link per vedere il portale

Jackson Browne – Late for the sky (1974)

Con una splendida immagine di copertina esplicitamente dedicata a Magritte, l’album spinse al top la cosiddetta arte del riflusso. Il canzoniere dei disillusi della contestazione trova in Jackson Browne un interprete perfetto, che racconta la fatica di vivere con malinconica credibile vitalità. ‘Late for the sky’ esce nel dicembre del 1974. Non è un momento particolarmente fortunato. Jackson ha appena passato qualche guaio con “Redneck friend”, una canzone tratta dal suo precedente lavoro, ‘For everyman’, in cui si parla di masturbazione. Sua moglie però aspetta un figlio. E, infatti, nel retro della copertina di ‘Late for the sky’, Jackson dedica il disco a quell’Ethan (“che sta per arrivare”).

Il disco riceve i complimenti della critica, ma commercialmente è un piccolo disastro. Il suono morbido che viene offerto, le ballate profonde, il senso di vaga ma cosciente disperazione sociale attraggono e respingono allo stesso tempo. Di sicuro non sono “cosa immediata”. I singoli del disco (“Walking slow” e “Fountain of sorrow”) naufragano nei bassifondi della classifica. Jackson va in tournèe, anche da solo, a volte con il solo David Lindley, che col suo violino dà una svolta al timbro del classico suono da cantautore chitarra e pianoforte, cui anche Jackson era legato.

‘Late for the sky’ ha cambiato tanto nella musica rock. Forse troppo o troppo presto. Ha rimpastato le vecchie idee sulla cultura dell’immagine. Cantando canzoni senza tempo e trovando, dopo una serie di tentativi un suono che appariva perfetto per gli anni difficili che gli “individui” stanno vivendo, abbandonati dai loro stessi sogni e costretti a dire sì ad una società sporca. Jackson infila nel disco le osservazioni di una vita, guardando dentro ai propri cassetti, cantando la solitudine e la stessa desolazione di una generazione.

Quasi un capolavoro. 

Artefatti di Internet #14 – Le prime foto sul Web (1992)

Una delle primissime foto caricate sul World Wide Web era quella di Les Horribles Cernettes, una band tutta al femminile fondata da dipendenti del CERN. La band, il cui nome rende omaggio al più grande acceleratore di particelle del mondo, cantava canzoni pop parodia con testi come “Non passi mai le notti con me… ami solo il tuo collisore”. La band proveniva dallo stesso laboratorio in cui è stato inventato il Web e Tim Berners-Lee era un tale fan che caricò questa foto sul primo sito web. La band in seguito disse che l’immagine “è stata una di quelle che hanno cambiato il web, da piattaforma per la documentazione della fisica a media per le nostre vite”.

Il 18 luglio 1992 Silvano de Gennaro, sviluppatore e allora fidanzato di Michelle, si trovava nel backstage del Hadronic Music Festival, un’altra ricorrenza al confine tra il serio e il faceto tenuta annualmente al Cern. Fotografò la fidanzata e le amiche con una Canon EOS 650, modificando poi il risultato con la primissima versione di Photoshop. Berners Lee iniziava ad accarezzare l’idea di rendere il suo web un posto più divertente di un mero luogo di archiviazione di dati e risultati di esperimenti: voleva riuscire a caricarci delle foto. Trovandosi accanto a de Gennaro, gliene chiese una con cui fare una prova. Ecco come le Cernettes sono entrate nella storia del web. (continua…)

Il Buddambulo #6

Benché i libri che pretendono di spiegare come diventare felici siano numerosi, nel complesso gli esseri umani sono ancora tormentati dagli stessi problemi che assillavano i loro antenati. Il povero cerca la ricchezza, il malato desidera ardentemente la salute, coloro che sono afflitti dalle discordie familiari vorrebbero vivere in armonia, e via dicendo. I problemi, comunque, non sono in se stessi la causa fondamentale dell’infelicità: secondo il Buddismo, la causa reale dell’infelicità non è l’esistenza dei problemi ma il fatto che manchiamo del potere e della saggezza per risolverli.

Il Buddismo insegna che tutti gli individui possiedono un potere e una saggezza illimitati, e insegna il modo di sviluppare l’uno e l’altra. Piuttosto che cercare di eliminare la sofferenza e le difficoltà, che sono considerate intrinseche alla vita stessa, il Buddismo si concentra invece sul modo di sviluppare il nostro infinito potenziale allo scopo di vivere una vita realmente felice.
Potere e saggezza, spiega il Buddismo, derivano dalla forza vitale, perciò se sviluppiamo una forza vitale sufficiente saremo in grado di fronteggiare le avversità della vita e di trasformarle in una sorgente di felicità e di gioia.

Quando cadiamo in una profonda disperazione o siamo alle prese con un problema difficile, è arduo credere che la nostra vita possieda un potenziale illimitato. Ma questa è l’essenza di uno dei più profondi insegnamenti buddisti, noto come «i tremila regni in un singolo istante di vita», che vedremo nel prossimo post.
Per tutta l’epoca moderna, lo sviluppo della civiltà scientifica occidentale è stato sorretto, e forse persino dominato, dall’umanesimo, una dottrina che accentua la superiorità dell’uomo in quanto essere razionale. Ma l’umanesimo non sempre si è fondato su una visione globale della vita. In definitiva, l’idea che l’essere umano sia il centro dell’universo è ristretta ed egocentrica.

Non possiamo negare che il senso dell’io sia necessario per condurre una vita soddisfacente, ma l’attaccamento all’idea che l’io costituisca la totalità dell’esistenza secondo il Buddismo è non soltanto limitata ma addirittura pericolosa. Il Buddismo insegna invece che la strada per la liberazione dalla sofferenza sta nel risvegliarsi a una vita più grande che trascende i ristretti confini dell’io.

La coscienza dell’io costituisce la struttura che supporta la nostra visione del mondo. La percezione dell’universo diviso in due parti contrapposte – io e altri o interno ed esterno – sorge dalla nostra coscienza dell’io. Questa stessa coscienza dà origine agli altri dualismi come, ad esempio, il dualismo di mente e corpo (che ci fa credere che la mente sia il nostro vero io, mentre il corpo non lo è), quello di materia e spirito o quello di umanità e natura. Il pensiero dualista è stato il fondamento dell’evoluzione della civiltà moderna, ma è anche la radice di gran parte dei suoi attuali problemi. (Continua)

Stop animali nei circhi, vogliamo vederli liberi! Firmiamo la petizione per dire basta

No, gli spettacoli circensi con tigri, elefanti e scimmie non hanno niente di divertente (né tanto meno di educativo). L’era dei circhi con gli animali è ormai al capolinea in Italia. Firmiamo in massa la petizione lanciata dalla LAV per chiedere ai più presto la messa al bando definitiva di questo disumano business!

Imprigionati, sottoposti a stress, privati della loro essenza e costretti a viaggiare e ad esibirsi in spettacoli ridicoli. Sono circa 2000 gli animali che ancora oggi vengono sfruttati nei circhi sparsi sul territorio italiano. Da diversi anni cittadini e attivisti chiedono di far calare il sipario una volta per tutte su questo scempio, ma gli appelli sono rimasti inascoltati.

Oggi abbiamo la possibilità di cambiare direzione e unirci alle oltre 50 nazioni, fra cui la Francia, il Belgio e l’Austria, che hanno compiuto questo passo di civiltà, mettendo al bando i circhi con animali.

Nel nostro Paese, purtroppo, il primo via libera del Senato per l’approvazione della legge sullo stop all’utilizzo degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti è arrivato soltanto nel 2022 – dopo anni di stallo – ed entro il 18 agosto 2024 dovrà essere approvata la Legge-delega.

L’augurio è che non vi siano ulteriori slittamenti, anche perché i cittadini italiani stanno dalla parte degli animali: da un sondaggio DOXA BVA, commissionato nel 2023 dalla LAV (Lega Anti Vivisezione), è emerso che la stragrande maggioranza della popolazione – pari al 76% degli intervistati – è contrario al loro impiego nei circhi, mentre l’80% preferisce gli show senza sfruttamento.

Nei fine settimana del 9 e 10 e del 16 e 17 marzo, nell’ambito delle Giornate Nazionali LAV, sarà possibile sostenere la campagna #BastAnimaliNeiCirchi”.

Da Nord a Sud, in diverse piazze del Bel Paese si potrà firmare la petizione rivolta al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e al Parlamento, attraverso cui si chiede di procedere velocemente con l’attuazione della Legge-delega sullo spettacolo n.106 del 2022, aiutando economicamente la riconversione e il rilancio dei numeri circensi in spettacoli umani e più etici.

Alla petizione hanno già aderito oltre 25mila persone. Firma QUI anche tu per essere parte attiva di questa svolta di civiltà (attesa troppo a lungo)! (Fonte)

Mimosa

Ieri è stata la giornata della donna. Credo che solo “la donna” abbia, più dell’uomo, il diritto di esprimere il proprio pensiero. Proprio per questo il mio omaggio è esclusivamente “floreale”. In questo caso, anche un semplice scritto o una semplice frase, potrebbe rivelarsi superflua e velleitaria.