Artefatti di Internet #18 – PizzaNet (1994)

Lanciato da PizzaHut nel 1994, PizzaNet è stato il primo sito web di consegna di pizza online ed era disponibile solo per chi si trovava nell’area di Santa Cruz. È stato responsabile di uno dei primi acquisti online sul web: una grande pizza con peperoni e funghi, con formaggio extra. Nonostante abbia fatto un cameo nel film di Sandra Bullock del 1995 The Net, PizzaNet è cresciuta lentamente. Dopo che i clienti avevano ordinato cibo e bevande sul posto, il Pizza Hut più vicino li confermava comunque telefonicamente, portando il LA Times a soprannominare l’idea come “mezza cotta”.

Se vivevi a Santa Cruz nel 1994 potevi sederti al computer, aprire il tuo browser preferito e poi andare avanti e ordinare una pizza online.
PizzaNet è stato un esperimento lanciato nei primi anni ’90, un modo per Pizza Hut di testare il terreno e vedere se questa cosa del World Wide Web avesse una reale possibilità per il futuro. È stato proposto da un proprietario di Pizza Hut particolarmente ambizioso a Santa Cruz e sviluppato da alcune persone in un negozio di sviluppo noto come Santa Cruz Operation (SCO).
Trattandosi di una sorta di prova, il sito stesso è stato mantenuto piuttosto semplice. Eppure era pieno di possibilità. Qualsiasi utente del web può andare online, visitare pizza.net, compilare un modulo che include la scelta della pizza, l’indirizzo e il numero di telefono e, in un attimo, ricevere una pizza direttamente a casa sua. Il web potrebbe non essere stato progettato esattamente per questo scopo, ma ciò non gli ha impedito di essere davvero incredibile. (continua)

Quattro anni di Forte

…Quando lui va via, il vuoto si fa cratere. Allora perché legarsi a un animale? Perché, in quel frangente di vita che condividiamo, lui ci fa un dono immenso, un dono che non possiamo perdere: ci mostra la parte migliore di noi stessi.”

Questa meravigliosa, vera frase di Carmen Trigiante tratta da il suo libro “Guardami negli occhi” mi ha colpito in maniera profonda.

Oltre alla frase sopra scritta ne cito un’altra assai usata, forse banale ma altrettanto vera: “chi non ha mai avuto un animale non può capire“.

Possiedo un meticcio per scelta, sottratto a sicuro ricovero in canile, oggi compie quattro anni e come si sa, ha già vissuto un quarto, forse un terzo della sua vita.

Posto ancora un breve scritto estrapolato sempre dal medesimo libro:

Abbiamo respirato l’aria del mare, dei pini e dei fiori. Le stelle, con te, erano biscotti da gustare.
Costruirò una zattera coi ricordi, per incontrarci ogni notte, galleggiando su questo oceano di lacrime.
Ricamerò il cielo col sorriso che mi hai lasciato dentro.
Custodirò i tuoi biscotti in un barattolo di miele e li annuserò ogni volta che le giornate saranno amare, ma io non potrò accarezzarti.
Conserverò il tuo guinzaglio in uno scrigno segreto, e lo aprirò quando avrò voglia di rifugiarmi nell’universo, perché so che tu verrai lì, a cercarmi.
La tua zampa nella mia mano per l’eternità, l’odore del tuo pelo nelle mie narici, i tuoi occhi nel mio cuore, scolpiti dal raggio di luce che mi hai regalato ad ogni buongiorno.
Tu, indelebile dono della vita che alla fine si riprende la carne, ma non può separare le anime che sanno superare il tempo e lo spazio, per accedere all’eternità
.”

E’ davvero toccante quello che scrive Carmen, e averlo letto ha creato in me un misto di conforto e tristezza. So per certo che quando Forte lascerà questa vita il vuoto che creerà in me sarà enorme ma, allo stesso tempo, quello che avrà saputo donarmi, mi ripagherà completamente della sua assenza.

Popular Music (20. Cantautorato)

PrefazioneIndice

Mentre nei primi anni ’60 con il beat prendeva forma il primo rock italiano, alcuni musicisti di estrazione più colta, venivano influenzati da un modo di scrivere canzoni che in Francia esisteva da tempo. Personaggi come George Brassens, Jacques Brel, Charles Aznavour, Gilbert Bécaud, ecc. su una musica spesso essenziale, per non dire scarna, stendevano testi che parlavano d’amore in modo non banale o si occupavano di argomenti sociali o politici come la difficoltà di trovare lavoro, l’emarginazione o la ribellione a un potere sentito come oppressivo.
Da questi esempi, giovani musicisti come: Piero Ciampi (1934 – 1980), Gino Paoli (1934), Bruno Lauzi (1937 – 2006), Sergio Endrigo (1933 – 2005), Luigi Tenco (1938 – 1967), Fabrizio De Andrè (1940 – 1999), Giorgio Gaber (1939 – 2003), Francesco Guccini (1940) o Enzo Jannacci (1935 – 2013), ognuno con la propria personalità ed elaborando un proprio stile, presero spunto per creare una proposta artistica totalmente nuova per l’Italia.
La canzone non poteva più essere un semplice momento di svago: doveva contenere un «messaggio».
Una piccola grande rivoluzione.
Tutto ciò ebbe grande successo preso i giovani che finalmente potevano riconoscersi totalmente in quello che ascoltavano come in chi lo cantava.

Impossibile stilare una classifica di merito nel ricco panorama dei cantautori italiani che, dai primi anni ’60, avrebbe vissuto una stagione d’oro per almeno due decenni. A Fabrizio de André, tuttavia, viene universalmente riconosciuta una posizione di preminenza.
Il genovese fu uno dei primi a portare la canzone d’autore in Italia e, da quel momento, ha mantenuto salda la propria popolarità grazie a una produzione che, sostenuta da rigorosi principi artistici, non ha mai conosciuto un attimo di cedimento ed è sempre stata ad altissimo livello.

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Disco: Fabrizio de Andrè – La guerra di Piero (1964)

Forse non è una delle canzoni più belle di de André, ma è certo una delle più conosciute e, a suo modo, un brano storico. E’ infatti la prima canzone il cui testo è entrato in un’antologia scolastica: un fatto impensabile solo pochi anni prima. La guerra di Piero è molto semplice con la sua struttura di ballata: un soldato in terra incontra il nemico, potrebbe sparargli ma non lo fa, dopo tutto quella persona «che aveva il suo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore» non gli ha fatto niente. Il nemico approfitta dell’esitazione, spara e lo uccide. Questo, che fu forse uno dei primi esempi di impegno sociale in musica, divenne una sorta di inno per quanti, già allora, protestavano contro le guerre che insanguinavano il mondo.

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Ai cantautori degli anni ’60 ne seguirono molti altri dagli anni ’70 in poi. E furono tantissimi: Edoardo Bennato (1949), Claudio Lolli (1950 – 2018), Francesco de Gregori (1951), Lucio Dalla (1943 – 2013), Paolo Conte (1937). In ambito più commerciale Antonello Venditti (1949), Angelo Branduardi (1950), Ivano Fossati (1951), Enrico Ruggeri (1957) e Luca Carboni (1962). E poi Pino Daniele (1955 – 2015), Roberto Vecchioni (1943), Franco Battiato (1945 – 2021)  e più ‘leggeri’ Renato Zero (1950), Gianna Nannini e Teresa de Sio.

Con un impegno sociale più marcato con riferimenti all’ideologia di sinistra: il regista Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, Ivan della Mea, Gualtiero Bertelli, Dario Fo e Pino Masi.

Oltre l’impegno sociale, abbracciando uno stile personale più facile, ma non per questo leggero, ignorando il succedersi di mode e tendenze: Pierangelo Bertoli e Francesco Guccini.

Guccini non è mai stato ‘solo’ un cantautore.
Da orchestrale di balera come chitarrista del complesso ‘I Gatti’, aveva iniziato a scrivere canzoni per altri (i corregionali Nomadi e Equipe 84) e perfino musica per spot pubblicitari (Amarena Fabbri) alla pubblicazione del suo primo album ‘Folk & Beat n° 1’ dove esprimeva il suo interesse per la cultura americana. E poi via via un disco dopo l’altro per i decenni successivi.

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Disco: Francesco Guccini – Radici (1972)

Radici è da molti considerato uno degli episodi migliori di Guccini. I testi rivelano una notevole preparazione culturale, le musiche dimostrano una ricerca di soluzioni anche inusuali per questo ambito musicale, le rime esterne e interne al verso si incastrano in un prezioso lavoro d’intarsio che (miracolo!) non appare mai forzato. Eppure tutto questo sarebbe solo un esercizio di stile, un vano sfoggio accademico, se a dare spessore non ci fosse l’autentica passione popolare della Locomotiva, la malinconica poesia di Piccola città e Incontro, l’ingenuità della favola futuribile (e verrebbe da dire… suturata) di Il vecchio e il bambino… 

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Nella storia della canzone italiana, un caso assolutamente a se stante è rappresentato da Lucio Battisti (1943 – 1998). I suoi brani coi testi scritti da Mogol e poi Pasquale Panella, non esprimevano concetti particolarmente impegnati ma non si inquadrano nemmeno nel filone della canzone melodica tradizionale.

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Disco: Lucio Battisti – Pensieri e parole (1971)

In questo capolavoro assoluto, Battisti e Mogol propongono una forma di canzone totalmente inedita e mai ripetuta. Qui, due voci (entrambe di Battisti) cantano due testi distinti che continuamente si intrecciano. Il protagonista parla alla propria donna, ma in un caso esprime ciò che pensa, nell’altro ciò che dice apertamente. Le due linee, anche in contrasto, diventano complementari per darci un ritratto completo. Il testo (uno dei migliori di Mogol) è ricco di immagini dalle molteplici e mai chiarite interpretazioni, ma se il significato di alcuni passaggi può restare oscuro, chiarissimo è invece il senso generale di questa canzone che esprime in maniera assolutamente geniale la perenne lotta tra quello che si è veramente (e che si pensa) e ciò che appare (e che si dice).

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Se per tutti gli anni ’60 e ’70 la vicenda del rock italiano e quella dei cantautori avevano seguito strade assolutamente distinte, dagli anni ’80 in poi, i due percorsi iniziarono ad incrociarsi e fondersi.
I gruppi prog subirono un colpo durissimo, quasi tutti scomparvero (solo la PFM e il banco rimasero ma allontanandosi  dallo stile e dalla genialità dei primi tempi), come scomparvero i tanti gruppi pop (Pooh, Nomadi ecc.). Tuttavia in questo panorama desolante, mossero i primi passi tre personaggi che sarebbero diventati fenomeni musicali di immenso successo unendo scuola cantautorale e un inedito atteggiamento rock: Zucchero, Vasco Rossi e Luciano Ligabue.

Vasco Rossi (1952) era essenzialmente un dj (in discoteca e in una delle prime radio private italiane Punto Radio) a bocca, suo paese natale.
Presso l’emittente conduceva un programma sulla disco music e uno sui cantautori italiani dove dava spazio ai giovani esordienti della zona. Nel 1978, usci il primo album «Ma cosa vuoi che sia una canzone», non fu un successo come lo furono i successivi. Vinse un premio come rivelazione dell’anno e potè partecipare al festival di Sanremo dove arrivò ultimo con la sua «Vado al massimo».

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Disco: Vasco Rossi – Vita spericolata (1983)

Vita spericolata è il brano che riassume tutta al vita artistica e personale di Vasco. E anche se la sua vita, oggi, non è più ‘spericolata, esagerata, maleducata’, all’insegna della folle velocità o delle notti in cui ‘non è mai tardi’, questo brano continua ad identificarlo. Musicalmente è una canzone tutt’altro che banale, con un bellissimo crescendo che sottolinea un testo che è un inno alla ribellione e alla trasgressione. Una ribellione e una trasgressione che da molti è stata anche travisata, ma che nello spirito di Vasco voleva essere soprattutto un ‘no’ deciso alle convenzioni e alle mode che ci rendono tutti uguali, all’ipocrisia e all’incapacità di scelte coraggiose e personali, pur se controcorrente.

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Luciano Ligabue (1960) è nato a Correggio (RE). Dopo aver svolto i lavori più disparati (il bracciante, il metalmeccanico, il ragioniere, il conduttore radiofonico, il commerciante) nel 1987, fondò insieme ad alcuni amici il gruppo degli Orazero con il quale partecipò a diversi concorsi con brani che poi avrebbe inciso, come Anime in plexiglass, Bar Mario, Figlio di un cane ecc. Nel ’88 Pierangelo Bertoli incluse proprio Sogni di rock’n’roll nell’album ‘tra me e me’.

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Disco: Ligabue – Ligabue (1990)

Spesso nell’album d’esordio finisce tutto ciò che un artista ha covato per anni. Se il lavoro di selezione tra una materiale generalmente molto vasto ed eterogeneo funziona, ci si ritrova tra le mani un lavoro come questo. Che deve molto a Springsteen nella struttura delle canzoni e nelle tematiche affrontate, ma altrettanto alla nebbia e alle campagne padane. Ballate e rock tirati che piacquero immediatamente e che fecero del disco uno dei rari debutti di grande successo del rock italiano. Dopo quel disco, Lega avrebbe regalato al proprio pubblico ancora alcuni album di alto livello dirigendosi poi gradatamente verso una proposta sempre di grande successo, quanto più avara di colpi di genio.

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Adelmo ‘Zucchero’ Fornaciari (1955) rappresenta un caso tutto particolare.
Anche lui emiliano della provincia reggiana come Ligabue, ha condotto la prima parte della propria carriera soprattutto come autore di brani molto commerciali per altri cantanti (non particolarmente famosi). In questa veste, ad esempio, nella prima metà degli anni ’80 ha partecipato 5 volte al festival di Sanremo, oltre ad altre due in prima persona (senza essere minimamente notato)

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Disco: Zucchero – Blue’s (1987)

Probabilmente il vertice artistico del bluesman emiliano sta nei tre lavori pubblicati tra gli anni ’80 e ’90 (Blue’s, Oro incenso & birra e Miserere). In particolare, Blue’s arrivava dopo un paio di singoli e un album che avevano messo il musicista sulla strada giusta. Qui c’è ancora il gusto della canzone, non solo del riff vincente che poi avrebbe preso il sopravvento nella sua produzione; c’è l’amore per la musica nera americana e per la migliore canzone italiana. E nel momento in cui questi due elementi si fondono, prendono forma piccoli capolavori come Dune mosse, Hai scelto me, Pippo, Senza una donna o Hey Man.

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Lucio Dalla (1943 – 2012) è un autentico monumento della canzone italiana. Inserito qui, dopo tre ‘rockautori’ ma non può  certo essere inserito in questa categoria, come in nessun’altra: per lui la musica era una esperienza totalizzante del tutto ignara delle categorie.
Del resto dalla aveva iniziato come clarinettista jazz, era passato alla canzone commerciale (cin poco successo), aveva esplorato i territori della canzone d’autore avvalendosi dei testi di altri prima di iniziare a fare tutto da solo regalando alla storia della canzone italiana brani indimenticabili.

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Disco: Pino Daniele – Nero a metà (1980), Vai mo’ (1981)

Questi due album non costituiscono solo la vetta artistica della lunghissima carriera di Pino Daniele, ma due dei momenti più alti dell’intera storia della canzone d’autore italiana. In entrambi la fusione tra blues, rock, jazz, tradizione partenopea, musica bianca e musica nera è assolutamente perfetta, in un equilibrio entusiasmante su cui può muoversi energia e delicatezza, sberleffo e poesia in un linguaggio vivacissimo che fonde dialetto partenopeo e slang americano. Con una ricchezza di suoni che riesce ad abbracciare tutti i colori del Golfo.

(Fine)

Ascolta dodici brani su Radioscalo.

Storie dal mondo

Da due anni il World press photo, il più importante premio fotogiornalistico del mondo, ha cambiato le categorie e la formazione della giuria: i temi sono solo quattro, mentre la giuria è divisa in aree geografiche, dall’Africa all’Europa, dal Centroamerica all’Oceania. L’obiettivo è quello di dare spazio a fotografi di ogni parte del mondo e di far emergere storie che potrebbero avere più difficoltà a farsi conoscere. Quest’anno hanno partecipato 3.851 fotografe e fotografi di 130 paesi. Ci sono storie legate alla crisi climatica in Brasile e in Bangladesh, un reportage sulla riduzione delle popolazioni di farfalla monarca in Nordamerica e Centramerica, e lavori sulla demenza senile in Giappone e Madagascar. Ovviamente non potevano non esserci immagini sulle guerre tra Russia e Ucraina, e tra Hamas e Israele. “Le foto scelte sono state realizzate con rispetto, coraggio e profondità, spesso in circostanze inimmaginabili”, ha detto la presidente della giuria Fiona Shields, del Guardian. I vincitori finali del premio saranno annunciati il 18 aprile.

Qui le foto finaliste

AccuRadio free internet radio

AccuRadio Free Internet Radio è un servizio di streaming musicale, che permette di ascoltare diversi generi e canali. Non sono web radio tradizionali, si tratta di selezioni musicali preconfezionate, però a differenza di spotify e servizi analoghi, non si può ricercare l’artista o il brano da riprodurre, ma soltanto il genere. Si può, però, saltare i brani che non ci piacciono, o premendo skip, o scegliendo ban artist (escludi artista) e ban song.

Nella finestra del player si trovano i pulsanti ovviamente play e pausa, titolo e artista del brano, possibilità di comprare la canzone (pulsante buy), condivisione della canzone (pulsante share) ed esclusione di canzone o artista (ban artist or song), o di mettere un voto (rate) o di saltare al brano successivo (skip current song).

Link al sito web – Link all’ app android – Link all’ app iOS

Erba stanca

Questa visione, quasi onirica, mi ha colpito e ho voluto immortalarla diverso tempo fa. Anche se tecnicamente è abbastanza lacunosa, ha un qualcosa di inspiegabile, e ho voluto inserirla a ‘mo di ricordo.

Neil Young — On the beach (1974)

Se si escludono le estemporanee night-session di Tonight’s the nightOn the beach è il lavoro più drammatico, triste e doloroso di Young, ma anche quello meno negativo. 
Neil Young mette a nudo le sue esperienze facendone un punto di forza realizzando sei incubi agghiaccianti, tetri ed impenetrabili e due rifugi malinconici per il cuore. Storie di morte raccontate da chi è sopravvissuto, ricordi vicini e lontani che vengono rivisti con significati rivelatori. 
On the beach è una introspezione esistenziale con evidenti sottintesi psicoanalitici in un misto di irreale e quotidiano, di bisogno-abbandono, dove per la prima volta Neil Young vive la sua vita e le sue esperienze in prima persona. E’ l’impronta esasperata e vera del suo personale modo di intendere il blues: una musica cruda, chitarre sporche e lancinanti, ritmiche squadrate ed essenziali e su tutto la voce cruda di Neil che tesse frenetiche immagini surreali, suonate e interpretate esclusivamente per sé stesso.
Con queste confessioni autobiografiche On the beach cancella il passato ed esprime una nuova esigenza del musicista che artisticamente e umanamente lascia tutt’oggi stupefatti.

Artefatti di Internet #17 – What is internet, anyway? (1994)

Nel 1994, al TODAY Show, i conduttori Katie Couric, Bryant Gumbel ed Elizabeth Vargas riflettevano sulla natura di Internet, discutendo sul significato del simbolo @ e chiedendo: “Che cos’è Internet, comunque?” All’epoca solo 20 milioni di persone in tutto il mondo utilizzavano Internet, di cui meno della metà possedeva un account di posta elettronica. Appena 10 anni dopo la messa in onda di questo segmento di notizie, il numero di utenti Internet avrebbe raggiunto più di un miliardo.

Gumbel è stato il primo a porre la domanda, dopo che lui e i suoi co-conduttori hanno discusso alcune nozioni di base, ad esempio se “@” significasse “a” o “circa” o forse “intorno”. Couric ha poi chiesto a un produttore fuori campo: “Puoi spiegare cos’è Internet?” La migliore risposta che hanno ottenuto è stata semplicemente che “Internet è quell’enorme rete di computer che sta diventando davvero grande adesso”. “Cosa? Ci scrivi, come se fosse posta?” ha chiesto Gumbel in una domanda successiva. Qualunque cosa ci si aspettasse di farne, Couric era sicura di una cosa: non voleva farne parte. “Ho paura che se mi abbonassi a qualcosa come Internet, ne rimarrei affascinata e non passerei mai del tempo con la mia famiglia”, ha detto in un’altra clip dell’epoca. In un altro video di ritorno al passato, ha aggiunto: “Mi sento come se fossi così inondata di informazioni tutto il tempo che non ne voglio di più”. (continua...)