Il Buddambulo #10

La tradizione filosofica dominante in Occidente tende (nel mondo greco a partire da Platone, che ha influenzato in maniera determinante il Cristanesimo; nel mondo moderno a partire da Descartes) a separare corpo e anima, materia e spirito, estensione e pensiero. Spesso il primo termine veniva collegato al male e alla morte, il secondo al bene e all’immortalità. Teoricamente sarebbe quindi possibile separare il bene dal male, la morte dalla vita, combattere contro l’aspetto negativo e far trionfare solo l’aspetto positivo. Ironia della sorte, la società occidentale ha conseguito i suoi più splendidi successi in campo scientifico e tecnologico, mentre in campo spirituale il bilancio è stato più discutibile.

All’opposto i filosofi monisti, che riducono tutto il reale a uno solo dei due aspetti (tutto è materia oppure spirito) si trovavano poi in difficoltà a spiegare la complessità della vita in tutte le sue forme. Per il Buddismo invece materia e spirito, corpo e mente, non sono che due aspetti della medesima entità. Questo principio, conseguenza diretta dell’unificazione delle tre verità, è detto unione o inseparabilità di corpo e mente (shikishin funi).

Questo termine compare per la prima volta nel commento di Miao-lo all’Hokke Gengi di T’ien-t’ai. Shiki, contrazione di shiki-ho (fenomeni fisici) indica tutto ciò che può essere percepito esteriormente: in altre parole l’aspetto visibile. Shin, contrazione di shin-po, corrisponde a ciò che è invisibile, alla mente. Funi è l’abbreviazione sia di nini funi (due ma non due) che di funi nini (non due ma due). Ciò significa che corpo e mente appaiono distinti senza esserlo, sono due solo fenomenicamente, ma formano un’unità inscindibile a livello di entità. L’intelletto umano li percepisce e li analizza separatamente; ma agli occhi del Budda sono semplicemente due manifestazioni della stessa realtà.

Solo la psicanalisi ha tentato di superare il tradizionale dualismo, mentre la psicosomatica ha dimostrato come la mente possa influire sul corpo dando origine a molte malattie. Ma il Buddismo si spinge oltre. Non si tratta di stabilire come un fattore influenzi l’altro, perché in questo caso si ragionerebbe ancora in termini dualistici. Non esistono una materia pura e uno spirito puro che interagiscono secondo modalità non ancora del tutto chiarite scientificamente; esiste solo l’entità fondamentale della vita che si manifesta come materia o energia, come corpo o pensiero.

Corpo e mente appartengono al livello fenomenico, l’unicità è il livello della “vera entità”. Ne consegue che, agendo tramite la pratica buddista (a livello di entità), avremo la possibilità di migliorare la nostra salute e di guarire da malattie, sia fisiche sia psichiche, di fronte alle quali la scienza medica si è dimostrata impotente.

Appunti Corti #26

Gente e idee di “Fratelli di taglia”, politicamente non mi sono mai piaciute, ma la gente che vota lega proprio non la digerisco. Anzi, più che la Lega, dico proprio Matteo Salvini. Ma come si fa a votare tanta “poraccitudine”? Un dislessico politico, una banderuola messa sul pennacchio di una barca che stramba continuamente per cercare un refluo d’aria che lo possa sospingere. Più che un politico, lui è un corsaro che mira solo al bottino. Un tipo che se cambiasse idea su amici e affetti per come l’ha sempre cambiata in politica, sarebbe come un lebbroso medioevale preso a sassate appena si avvicina alla cinta muraria di qualsiasi città… Un cazzaro verde (come qualcuno l’ha rinominato) che in un Paese, non dico serio ma appena appena mediocre, starebbe a sbucciar banane per i babbuini. Un “papeetaro” che d’estate non regge nemmeno l’acqua minerale e parla come un tamarro ubriacone.

Unique pieces #1

Perché anche se calpestato ripetutamente il dente di leone non muore? Il segreto della sua forza è nella sua radice lunga e robusta, che si estende in profondità nel terreno. Lo stesso principio vale per le persone. I veri vincitori nella vita sono coloro che, avendo le radici del loro essere a una profondità tale che nulla possa scuoterli, sopportano ripetute sfide e battute d’arresto. (Daisaku Ikeda)

Lizzie No – Halfsies (2024)

Il terzo album della cantautrice, chitarrista e arpista di Brooklyn, New York, Lizzie No è un costrutto. Classificare gli artisti potrebbe rendere più semplice l’organizzazione dei negozi di dischi e delle playlist, ma non esiste un termine che possa definire un artista, men che meno uno come Lizzie No.

Si potrebbe dire che Lizzie No fa musica “americana”, in quanto il suo lavoro attinge ai ritmi e alle tradizioni del blues, del folk e del country. Mostrando un’innegabile influenza indie che le permette di muoversi frequentemente e senza soluzione di continuità tra circoli musicali sovrapposti.

Si potrebbe dire che Lizzie No scrive canzoni di “protesta”, in quanto donna nera e queer, la sua intera esistenza è una protesta vivente, respirante e cantata contro un genere e un paese che sono riluttanti a fare i conti con le fondamenta stesse su cui sono stati costruiti.

Il modo meravigliosamente intricato di scrivere canzoni di Lizzie No risplende in queste undici canzoni, con il personale e il politico che si intrecciano l’uno con l’altro con la stessa naturalezza del suo patchwork di influenze. L’album funge da conversazione vivente tra le ispirazioni musicali e letterarie di No, riflettendo la sua venerazione per le grandi voci che l’hanno preceduta, da Lucinda Williams a Toni Morrison, e la sua ricerca di una connessione tra loro.

Ascolta l’album

James Cotton: l’armonica d’oro del Blues

Il 1° Luglio del 1935, a Tunica, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande armonicista e vocalist Blues James Cotton. Iniziò a suonare l’armonica a bocca molto presto e fu allievo di Sonny Boy Williamson II, musicista con il quale iniziò anche ad esibirsi in tour. Per 12 anni armonicista di Muddy Waters, il suono potentissimo e una presenza sul palco unica e irripetibile rendono James Cotton uno degli armonicisti più apprezzati al mondo e sicuramente uno dei più ispiranti. Nel 1966 formò la propria Blues band, iniziando lunghe tournèe in tutti gli Stati Uniti, e raggiungendo presto il successo. Negli anni ’70 ed ’80 venne riconosciuto come il miglior armonicista Blues in attività, molto apprezzato anche come vocalist ed entertainer, partecipò ai più grandi Festival Blues americani ed europei e vinse anche alcumi “Grammy Awards” sia come compositore, che come armonicista e show man. Oltre al sound acustico, davvero inarrivabile, James Cotton ha anche una gamma di fraseggi interessanti e dotati di una personalitè straordinaria è soprattutto quando suona sincope mozzafiato o frasi incalzanti dove ogni nota è dotata di un attacco stellare. Soprattutto come band-leader, James Cotton è la dimostrazione pratica di che cosa riesca a fare un ottimo suono acustico: Cotton infatti si esibisce quasi sempre usando un microfono da voce collegato direttamente all’impianto, anziché passare per l’amplificatore. Di lui restano una ventina di dischi come leader ed una cinquantina di dischi nei quali è ospite di altri grandi musicisti. Morì ad Austin, nel Texas, nel 2017.

Dialetti

Nel lontano 2008, insieme a un sparuto gruppo di amici “virtuali”, con delle passioni comuni, aprimmo un blog che portava il nome di Dialetticon, spazio ancora visibile a questo indirizzo.

Dal nome si capisce che l’oggetto sono i dialetti, un modo molto semplice e spartano di condividere termini e parole che il tempo si sta portando via.
Il blog poi, come spesso succede, dopo qualche anno si arenò, anche se ogni tanto qualcosa viene ancora pubblicato.

Per non perdere i dialetti, un tesoro nazionale ancora radicato in Italia ma a rischio di estinzione, è nata la più grande banca dati digitale dedicata allo studio, alla documentazione e alla ricerca sui dialetti e le lingue minoritarie parlate nelle regioni del Nord Italia.

Una raccolta di migliaia di registrazioni audio in 18 dialetti registrata dalle persone comuni, nelle scuole e attraverso il sistema del crowdsourcing, che incoraggia la partecipazione attiva dei residenti nei territori. Il progetto “AlpiLinK – Lingue Alpine in contatto” coinvolge cinque università italiane: Torino, Valle d’Aosta, Verona, Trento e Bolzano.

Sono oltre 200 mila le registrazioni raccolte dal 31 dicembre 2023, grazie al contributo di 1731 persone. L’obiettivo è dare un contributo significativo alla conoscenza dei dialetti e sperimentare un nuovo modello partecipativo di ricerca che si basa sul coinvolgimento dal basso. Tutte le persone che parlano un dialetto possono infatti contribuire direttamente alla ricerca attraverso il sito di AlpiLinK partecipando in pochi minuti all’audio-sondaggio dedicato in cui viene proposto all’utente di utilizzare il proprio dialetto o la propria lingua per descrivere cosa accade in una scena o per tradurre le frasi o parole indicate. Le varietà linguistiche interessate dal progetto sono friulano, veneto, trentino, ladino, lombardo, piemontese, francoprovenzale, occitano, walser, cimbro, mòcheno, sappadino, saurano, timavese, tirolese, resiano, tedesco e sloveno della Val Canale. I dati raccolti sono elaborati e catalogati da 26 ricercatori degli atenei coinvolti nel progetto e resi accessibili in modo gratuito online.

Qui il progetto AlpiLink

Prelinger Archives

Nato nel 1983 per opera del professor Rick Prelinger, si tratta di un enorme archivio di film. Circa dieci anni fa è stato acquisito alla Library of Congress e, da allora, è iniziato un lungo lavoro di digitalizzazione di più di 11.000 titoli, di cui circa 6.600 sono disponibili in free download.

L’archivio Prelinger fa scaricare più di 6.600 film e documentari gratis

Si va dai primi del ‘900 fino a i giorni nostri e si può trovare davvero di tutto: dagli spot commerciali, ai filmati educativi che venivano proiettati nelle scuole americane negli anni ’50 o quelli di propaganda girati dopo la seconda guerra mondiale. Per non parlare dei cartoni, di migliaia di documentari o di cortometraggi amatoriali.

Tutti i filmati sono disponibili al fine di essere condivisi e riusati in tutti i modi possibili: l’intero progetto si basa sull’idea che gli utenti possano sfruttare questo enorme archivio per proiezioni o per la creazione di contenuti nuovi.

Link al Prelinger Archives

David Honeyboy Edwards: l’ultimo grande rappresentante del “Delta Blues”

Il 28 Giugno del 1915 a Shaw, nel Mississippi U.S.A., nasceva il grande bluesman David Honeyboy Edwards, che viene considerato l’ultimo grande rappresentante del cosiddetto “Delta Blues”. Edwards inizio la sua carriera di cantante e chitarrista a soli quattordici anni accompagnando dal vivo Wolf e Walter: il debutto vero e proprio come solista, pochi anni più tardi, avvenne nei club di Memphis. Trasferendosi a Greenwood, entrò in contatto con molti musicisti Blues, tra i quali il mitico Robert Johnson che – secondo la leggenda – era presente la notte della morte, avvenuta dopo l’ingestione di un bicchiere di whisky avvelenato, dell’icona delle dodici battute. Ebbe la sua prima occasione di registrazione discografica nel 1942, da parte di Alan Lomax, per conto della “Library of Congress”, come esempio del tipico “Blues rurale del Delta”. Pur avendo registrato dischi per case discografiche importanti come la “Chess” di Chicago e la “Sun” di Memphis, per decine di anni non riscosse successo, e diverse incisioni non videro la pubblicazione. Solo in tarda età, negli anni ’80 e ’90 venne “riscoperto”, apprezzato e portato al successo, pubblicando finalmente anche le sue primissime incisioni. Nel 2004 fu invitato a partecipare a Dallas ad un irripetibile concerto con gli ultimi grandi del “Delta Blues”, insieme a Pinetop Perkins, Henry Townsend e Robert Lockwood. Nel 2009 fu invitato alla “Biennale Musica” di Venezia, nella rassegna “La musica del novecento” e nel 2011, a 96 anni, riuscì a fare anche la sua ultima tournée negli Stati Uniti, per poi spengersi il 29 agosto per un attacco di cuore a Chicago.

Appunti Corti #25

In tutta Europa soffia il vento del negazionismo climatico che viene identificato come ‘ideologico’. I più teneri danno la colpa alla Cina, i più ortodossi a Greta e agli imbrattatori di monumenti. La maggior parte di noi non fa nulla per cambiare le proprie abitudini e, soprattutto le multinazionali, resistono alla trasformazione green se non ben sovvenzionati da incentivi che, ovviamente, generano nuova spesa pubblica.
La mia generazione purtroppo ha espresso una classe dirigente inadeguata per affrontare il green deal e dunque non resta che sperare in quella futura.
Verranno tempi difficili. E siamo solo all’inizio.