Bob Dylan: i suoi album #23

Shot of Love (1981)

La fine della “Trilogia Cristiana”.
Shot of Love rappresenta il ventunesimo album in studio di Bob Dylan e chiude idealmente la sua celebre e discussa “trilogia cristiana”, preceduto da Slow Train Coming (1979) e Saved (1980).
Tuttavia, rispetto ai predecessori, questo disco segna un punto di svolta: l’impostazione strettamente gospel lascia spazio a un ritorno massiccio alle sonorità rock’n’roll, blues e pop, mostrando un artista che, pur mantenendo forti riferimenti spirituali, inizia ad allontanarsi da quel rigido periodo di conversione “born-again”.
Rispetto ai due lavori precedenti, qualcosa sta cambiando: la fede rimane al centro della scrittura, eppure la musica torna a respirare, recuperando parte di quella libertà espressiva che aveva reso Dylan uno degli artisti più imprevedibili della storia del rock.
All’uscita, l’album accolse reazioni piuttosto divise da parte della critica (memorabile la stroncatura iniziale di Paul Nelson su Rolling Stone, che ne salvò comunque il finale).


Nondimeno, il disco è stato ampiamente rivalutato nel corso degli anni da fan e critici, diventando uno dei lavori più amati del Dylan degli anni ottanta.
Shot of Love è un disco di transizione, ma non nel senso riduttivo del termine. È piuttosto un album in cui convivono tensioni spirituali, inquietudini personali, ironia, rabbia e improvvise illuminazioni poetiche. Dylan non ha ancora abbandonato la sua stagione religiosa, ma sembra progressivamente liberarsi dalla necessità di trasformare ogni canzone in una dichiarazione di fede.
Dal punto di vista musicale, Shot of Love segna un passo avanti rispetto alla rigidità di Saved. Gli arrangiamenti sono più vivaci, il ritmo è spesso incalzante e il suono si muove con maggiore disinvoltura tra rock, blues e gospel.
La voce di Dylan rimane aspra, nasale, talvolta volutamente sgraziata. Non cerca la perfezione tecnica e non ne ha bisogno. La sua interpretazione sembra piuttosto il risultato di una lotta continua con le parole, come se ogni verso dovesse essere conquistato prima di poter raggiungere l’ascoltatore.

Un disco imperfetto, ma necessario.
Shot of Love non possiede la compattezza dei grandi capolavori di Dylan degli anni Sessanta, né la forza innovativa di album come Blood on the Tracks o Desire. Alcuni brani risentono ancora dell’eccessiva insistenza religiosa che aveva caratterizzato la sua produzione immediatamente precedente. In certi momenti, la necessità di affermare una verità spirituale sembra prevalere sulla libertà della scrittura.
Eppure sarebbe ingiusto considerarlo soltanto un episodio minore.
Un album di transizione, ma con un finale straordinario. Non uno dei suoi dischi più perfetti, bensì uno dei più umani della sua stagione cristiana.


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