Saved (1980)
Pubblicato nel giugno 1980, Saved è il secondo capitolo della controversa fase religiosa di Bob Dylan, iniziata con Slow Train Coming (1979) e conclusa idealmente con Shot of Love (1981)(prossima recensione). È un disco interamente immerso nel gospel, nel blues e nel rock. Ma Saved è soprattutto un disco di fede assoluta, senza mediazioni. Dylan non racconta la religione: la vive e la proclama. È probabilmente questo il motivo per cui, all’epoca, una parte del pubblico lo accolse con diffidenza: le canzoni sono esplicitamente cristiane e spesso assumono il tono di una testimonianza personale.
Musicalmente, però, Saved è più interessante di quanto la sua reputazione lasci pensare. La band è straordinariamente compatta e il disco ha un suono caldo, potente, costruito su organo, pianoforte, chitarre, basso, batteria e un importante coro gospel. Dylan canta con una voce aspra, quasi febbrile. Non cerca eleganza: cerca convincimento. In certi momenti sembra quasi predicare attraverso il microfono.
L’apertura, “A Satisfied Mind”, introduce subito un’atmosfera di gratitudine e abbandono. Poi arrivano la trascinante “Saved”, la rabbiosa “Solid Rock” e soprattutto “Covenant Woman”, più intima e affettuosa. “What Can I Do for You?” è probabilmente uno dei brani più riusciti: un gospel intenso, costruito sulla voce di Dylan e su un bellissimo intervento di armonica. Qui la dimensione religiosa diventa quasi una confessione privata. “In the Garden” è invece il grande affresco spirituale del disco: Dylan ripercorre episodi della vita di Cristo con una costruzione musicale solenne, crescente, quasi liturgica. E poi c’è “Pressing On”, il cuore emotivo dell’album. Il brano procede come un inno, sostenuto dal coro, mentre Dylan canta con una convinzione quasi commovente. È uno dei casi in cui la forza dell’interpretazione supera persino la dimensione strettamente religiosa del testo.
In definitiva, Saved non è il Dylan enigmatico di Blood on the Tracks, né quello visionario di Blonde on Blonde. È un Dylan che ha temporaneamente rinunciato all’ambiguità e alla metafora per dire “questa è la mia fede”. Proprio questa assolutezza può risultare respingente. Ma, ascoltato senza pregiudizi, rimane un disco ruvido, sincero, potente e sorprendentemente soul.
