«Dal 1967 al 1970», scrive Russell Gersten, «Aretha fu l’artista di colore più importante della scena pop, raggiunse vendite fenomenali per quegli anni, cantò in ogni luogo, dall’Apollo al Lincoln Center, meritandosi addirittura la copertina di “Time”». Era lei a impersonare la nuova cultura afroamericana che si andava affermando, con un prorompente desiderio di libertà e d’uguaglianza, ma anche con una sfrenata voglia di comunicazione. Aretha Franklin è stata una delle grandi cantanti del secolo americano, una stella della soul music, ma anche una regina del pop, una voce «divina» e tecnicamente sbalorditiva, soprattutto nell’appoggio ritmico della voce.
Incise il suo primo disco a quattordici anni, come artista gospel, ma fu il solito John Hammond a scoprirla e a portarla a incidere per la Columbia, per tutta la prima metà degli anni Sessanta, senza però far emergere il vero talento della cantante, la sua naturalezza nell’affrontare i temi della musica nera, spostandola anzi verso un campo pop che la Franklin avrebbe padroneggiato solo più tardi.
Fu all’Atlantic che Aretha riuscì a liberare la sua passione, a mettere a fuoco uno stile che aveva la straordinaria caratteristica di essere meravigliosamente melodico e al tempo stesso violento, vibrante, con vertiginosi cambi di registro e punte liriche di ineguagliabile intensità, fortemente emotive e brutalmente fisiche. Anima e corpo, body and soul, questo era il segreto di Aretha Franklin e dei suoi maggiori successi, dal suo primo singolo per la Atlantic, I Never Loved a Man the Way I Love You, all’incredibile traduzione soul di un brano scritto da Carole King (You Make Me Feel Like) A Natural Woman.
Fu Jerry Wexler a capire che Aretha, nel 1966, aveva bisogno di libertà creativa e di fiducia, per poter offrire il meglio di sé. Come puntualmente avvenne. Negli anni d’oro della sua carriera, mise in luce qualità che poche altre grandi cantanti prima di lei avevano espresso, che hanno aperto la strada, e non solo nel campo del soul o della musica nera, a intere generazioni di vocaliste. Grazie al lavoro svolto con la Atlantic, la Franklin iniziò a realizzare dei veri e propri album, non solo delle collezioni di singoli, offrendo al soul una possibilità di maggiore respiro che fino ad allora il genere non conosceva. « Alla fine degli anni Sessanta», ricorda Richie Unterberger, «Aretha Franklin diventò una delle più grandi stelle internazionali del pop, molti videro in lei un simbolo dell’America nera… e le classifiche riflettevano il successo in maniera impressionante: dieci singoli nella Top Ten in soli diciotto mesi, tra il 1967 e il 1968, e una larghissima serie di medi successi nei cinque anni successivi».

Un Monumento!
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