John Coltrane scomparve prematuramente nel luglio del 1967, all’età di quarantuno anni, rinnovando una parabola di sfrenata creatività e autodistruzione che ricordava il genio dissoluto di Charlie Parker. Fu anche uno degli ultimi jazzisti a interpretare in modo idealistico, romantico, l’avventura della ricerca musicale. Al pari di Davis, ma seguendo una strada più vincolata all’evoluzione del rapporto musicista-improvvisazione, la sua carriera è un condensato della storia del jazz moderno, secondo una evoluzione lineare che l’ha portato gradualmente dalle prime acquisizioni tradizionali, legate allo stile hard bop, fino a vette di sublime e inarrivabile libertà creativa.
Arrivò sulle scene tutto sommato in sordina, alla metà degli anni Cinquanta, entrando a far parte come sax tenore del gruppo di Miles Davis, dopo un lungo apprendistato nel ryhthm’n’blues, nel be-bop, e nel mainstream jazz. Quando il gruppo si sciolse, nel 1957, andò a lavorare con Thelonious Monk, e con il grande pianista iniziò a definire alcuni dei tratti più caratteristici del proprio stile. Nel 1958 tornò con Davis e insieme a lui si avventurò nei territori dell’improvvisazione modale. Nel 1960, alla fine dell’esperienza con Davis, Coltrane pubblicò Giant Steps, un disco che in qualche modo rivelava definitivamente la sua grandezza anche attraverso la varietà delle strade annunciate. Soprattutto è evidente la singolare capacità, tipica del mondo di Coltrane, di unire una prodigiosa e spesso cerebrale tecnica strumentale a una forte passione emotiva e spirituale, come fu ancora più evidente quando Coltrane trovò un ineguagliabile equilibrio formando il celeberrimo quartetto con McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso ed Elvin Jones alla batteria, con il quale realizzò uno dei massimi capolavori della cultura jazzistica, ovvero My Favorite Things. Nel brano, che dura tredici minuti, si avverte un bilanciamento sospeso, quasi magico, tra la struttura fortemente armonica del pezzo (uno standard classico) e le nuove esperienze modali che Coltrane aveva mutuato sia dal lavoro con Miles Davis sia dalla fascinazione verso le musiche dell’Oriente. Suona infatti il sax soprano, fino ad allora poco usato nel jazz e imposta il pezzo proprio come una struttura meditativa o ancora di più, come un’esaltante esperienza spirituale.
La momentanea stabilità offerta dal quartetto permise a Coltrane di allargare spettacolarmente i confini del jazz., senza perdere un evidente legame con le radici. In questa sfrenata corsa creativa, Coltrane adottò una chiave spirituale che in qualche modo lo ha collocato in un luogo diverso ma complementare a quello che invece era il «polo laico» di questa ricerca, ben rappresentato, per motivi diversi, da Ornette Coleman e da Miles Davis. «Penso che la cosa principale che un musicista vorrebbe fare sia dare all’ascoltatore un quadro delle tante cose meravigliose che conosce e sente nell’universo. Questo è la musica per me: una delle maniere di dire che l’universo in cui viviamo, che ci è stato dato, è grande e bello». Dal 1964 in poi l’aspetto spirituale della sua musica fu espresso attraverso A Love Supreme e Ascension, due capolavori assoluti in cui la mobilità «ascensionale» era costante e che riflettevano la crescente ossessione coltraniana per la ricerca.
Coltrane praticava la sperimentazione come se un fuoco inestinguibile lo portasse a muoversi sempre in avanti, senza sosta. E fu proprio questa corsa febbrile e inarrestabile – non a caso il suo soprannome era «Trane» – a consumare velocemente la sua esistenza, un po’ come era successo molti anni prima a Charlie Parker e a Bud Powell, o, per rimanere negli anni Sessanta, a personaggi come Jimi Hendrix. Coltrane potrebbe essere considerato ancora oggi un maestro, soprattutto nel metodo, nella sua filosofia della ricerca musicale come avventura continua, come instancabile riprogettazione di scenari in movimento.

Un grande Artista! 🎶
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