Popular Music (18. Il rock: Africa e anni ’90)

PrefazioneIndice

Attorno alla metà degli anni ’80, l’occidente si accorse improvvisamente della musica africana.
Successe che nel 1986 Paul Simon (1941), grande cantautore americano che negli anni ’60 aveva avuto un enorme successo in coppia co Art Garfunkel, pubblicò l’album ‘Graceland’, disco splendido, profondamente influenzato dalle ritmiche e dalle soluzioni sonore e musicali dei musicisti sudafricani e ghanesi che vi avevano contribuito.
La musica occidentale di accorse così dell’immensa ricchezza di quell’universo sonoro, e moltissimi furono i musicisti che vi si ispirarono. E, quel che più conta, si aprirono le porte a molti artisti che dall’Africa arrivarono a proporre la propria musica in prima persona in Europa e in America: Salif Keita e Mori Kate dalla Guinea, Ray Lema dallo Zaire, i senegalesi Toure Kunda e Youssou N’Dour e moltissimi altri godettero per alcuni anni di grande popolarità.
Va detto comunque che non era la prima volta che musicisti africani ottenevano grande successo nel… nord del mondo: basti pensare, dagli anni ’60 in poi, a una star come Miriam Makeba, o al gruppo degli Osibisa, al sassofonista Manu Dibango, al trombettista Ugh Masekela o a Fela Kuti, alfiere dell’afrobeat.

Anni ’90: il britpop

Così come erano stati frenetici gli anni ’80, gli anni ’90 furono piuttosto… sonnacchiosi. Probabilmente il fenomeno più rilevante del decennio, in Inghilterra, artisticamente e commercialmente, fu quello del britpop. Niente di clamoroso o particolarmente innovativo: gruppi come Pulp, Suede, Verve, Supergrass, Blur e oasi si limitarono a fondere strutture musicali anni ’60 e ’70, innervandolo con i nuovi suoni sviluppatosi negli anni ’80. 

Sta di fatto che, però, già alla fine del decennio si aveva già dato tutto e l’affermarsi di  nuove band come Radiohead, Coldplay, Placebo, Stereophonics, ecc. legittimarono la creazione di una nuova etichetta: new britpop. Ma si era già nel nuovo millennio.
Contemporaneamente ha avuto una vita breve ma intensa un altro interessenza genere che il grande critico musicale Simon Reynolds battezzò post rock. Di fatto la sua caratteristica era di proporre una musica che fondeva elementi rock con altri mutuati dal jazz e dalla musica classica contemporanea, dando vita a una proposta intensa, rarefatta e introspettiva.

Il nuovo millennio
Difficile individuare negli ultimi anni qualche filone, scuola o genere unitario che abbia caratterizzato l’inizio del nuovo secolo. Certo non sono mancati e non mancavano gruppi e musicisti interessanti come Kasabian, Artic Monkeys, Franz Ferdinand, Muse, Tortoise, Mogwai, Belle and Sebastian e i Talk Talk.

La disco music

La nascita di un «genere»
Quando è nata la disco music (o semplicemente disco)?
Difficile dirlo, probabilmente nei primi anni ’70.
In questa musica ‘nuova’, confluivano generi e stili diversi: funk, soul, influenze tropicali il pop bianco delle grandi orchestre.
Nel 1973, la Love Unlimited Orchestra di Barry White (1944 – 2003) portò al primo posto della classifica dance USA un brano intitolato ‘Love’s theme’, nel 1974 entrarono in classifica una dopo l’altra ‘Never con way goodbye’ di Gloria Gaynor a altri brani di Kool & The Gang, Shirley & Company, Hues Corporation e di George McCrae.

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Disco: Gloria Gaynor – Never can way goodbye (1975)

Album fondamentale nella storia della disco. Il produttore Meco Monardo (che otterrà grandissimo successo con la riedizione disco della colonna sonora di ‘Star Wars’) costruì nella prima facciata un medley di tre canzoni passando senza soluzione di continuità da Honeybee alla title track quindi alla celeberrima Reach out. Il medley, che per tutto il 1975 imperversò nelle radio e sulle piste, aveva un suono in odore di Philly Sound con diverse break strumentali piazzati in punti strategici su cui potevano effettuare i messaggi. Questa operazione che riproponeva ‘già pronto’ il lavoro del dj ebbe un grande seguito e negli anni fu riutilizzata in molti altri brani di successo.

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Se Barry White può essere considerato uno dei precursori della disco music, altri produttori stavano lavorando, nello stesso periodo, in quella stessa direzione. A Philadelphia, ad esempio, Kenny Gamble e Leon Huff e rinomi di punta Billy Paul e Teddy Pendergrass, gli O’jays, le Three Degrees e i Blue Notes di Harold Melvin

A Miami sempre nel 1974, raggiunse la cima delle classifiche anche Rock your baby di George McCrae, euna certa notorietà la ebbe la TK Records ed Henry Stone.
Henry Stone ebreo e bianco portò all’enorme successo i K.C. & The Sunshine Band

Nel ’76 la disco music era di quasi esclusivo appannaggio della gente di colore, solo due anni dopo, nel ’78, invece la disco dominava qualsiasi classifica, invadeva la programmazione di qualsiasi stazione radio, musicava gli spot pubblicitari e influenzava pesantemente la produzione musicale di artisti rock, come Rolling Stone, David Bowie, Rod Stewart o Santana.
Come per il jazz e per il rock, perché un fenomeno musicale di origine nera assurgesse a popolarità mondiale, era stato necessario che se ne appropriassero i musicisti bianchi, nel caso della disco, i Bee Gees.
I Bee Gees non erano nati come musicisti disco: i tre fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb, avevano dominato le classifiche pop degli anni ’60 con vari singoli. Però quando la carriera sembrava lanciata a mille si interruppe quasi di colpo, dissidi interni portarono alla divisione del trio e ciascuno intraprese con scarsissimo successo una propria carriera. Nel ’75, alla disperata ricerca di qualcosa che riportasse in auge i tre, ci fu il miracolo. I vecchi Bee Gees melodici e languidi non c’erano più, il loro pop bianco si era trasformato in un funk di facile presa che faceva faville e il singolo Mr. Jive li riportò in vetta alle classifiche.
Era disco music, sissignori: c’erano finalmente arrivati anche i bianchi.

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Disco: Saturday night fever – O.S. (1977)

Quando si parla della colonna sonora del film disco per eccellenza, si finisce sempre per parlare dei Bee Gees, anche se nel disco non ci sono solo loro. Ma la cosa è inevitabile. I maggiori successi dell’album (Stayin’ alive, How deep is your love, Night fever, More than a woman, You should be dancin’) sono dei fratelli Gibb, e se accanto a loro vi sono anche comprimari di tutto rispetto (Kool & the Gang, K.C. & the Sunshine Band, Tavares) ad essi i tre bianchi dalle voci in falsetto lasciarono solo le briciole: Boogie shots a K.C., e soprattutto Disco inferno ai Trammps. Tutto ciò impedisce di considerare l’album una credibile antologia della disco music anche se la sua importanza nella diffusione del fenomeno fu assolutamente fondamentale.

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Ipse Dixit: «La musica quest’anno si misura in battute al minuto, fra 122 e 144: la chiamano «Disco». Sembra che tutto il mondo abbia voglia di ballare. Da Rio a Parigi, dall’Italia alla sua patria, New York City, la discoteca è diventata meta di una generazione nuova e di una vecchia che si è convertita. Disco è la parola per tutto quello che oggi significa danza. Perché disco, incredibilmente, è diventato il nuovo esperanto musicale e sta per influenzare la storia della musica a venire. Nessuna via di fuga. Disco è la nuova maniera di dimenticare l’arrivo del 2000, è la chiave per lasciarsi alle spalle gli anni ’60. E’ la gioia, un Popper per sfrecciare sui confini del totale abbandono dal controllo dei sensi. Eppure è la moda-musica più tecnologica, comandata e controllata che sia stata prodotta. Bene e male in lotta. La prima massiccia alternativa danzante dai tempi del rock’n’roll. E, infine, la più grossa operazione commerciale nel campo dello spettacolo da sempre».

(Carlo Massarini, Popster – maggio 1979)

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