Popular Music (17. Europa – Il rock fine anni ’70 e ’80)

PrefazioneIndice

Il punk prende le mosse negli Stati Uniti attorno alla metà degli anni ’70. Solo dopo sbarca in Inghilterra. Ambasciatori di questa nuova musica, furono il primo album dei Ramones (omonimo) e l’ex manager dei New York Dolls. Costui si chiamava Malcom McLaren, un 25enne londinese trasferitosi in Usa, che, tornato a Londra, radunò un gruppo di scalciati musicisti da lui battezzati Sex Pistols. Forse McLaren voleva solo lanciare una moda, ma quella ‘nuova cosa’ trovò terreno fertile in una generazione che sentiva l’esigenza di ribellarsi contro l’industria discografica e spazi vitali negati. Se infatti alle sue origini il rock era immediatezza e ribellione, cosa avevano di autenticamente rock le suites di 40 minuti di Mike Oldfield (1953) autore di un album di enorme successo e grande bellezza come ‘Tubular bells’, o le intricatissime costruzioni musicali del progressive, o ancora, certo pomposo e prolisso hard rock?
Dunque il punk esplose fragorosamente a Londra dando voce a spazio a centinaia di giovani che non aspettavano che l’opportunità di scatenarsi in maniera finalmente libera.
Tuttavia, se il punk ha avuto socialmente una carica dirompente ed è stato concettualmente rivoluzionario visti i tempi e gli stili imperanti, dal punto di vista strettamente musicale non fu una vera rivoluzione: di fatto riprendeva caratteristiche già nel rock come spregiudicatezza dei temi, immediatezza, ingenuità, ritorno a canzoni brevi e immediate e dalla struttura semplicissima.
Dunque le caratteristiche distintive del punk erano:
– Grande velocità e brevità dei brani
– Ritmica martellante e non elaborata
– Formazione tipo con 2 chitarre, basso, batteria, ma niente tastiere
– Canzoni dalla semplice struttura strofa/ritornello a volte con bridge (intermezzo centrale)
– Tecnica esecutiva non necessariamente ineccepibile (anzi!)
Va sottolineato come per i musicisti punk l’esigenza primaria era esprimersi, non farlo in maniera accurata come solo pochi anni prima. Durante il primo concerto dei Ramones in Inghilterra, il 4 luglio 1976, il gruppo incontrò alcuni fans che erano anche musicisti: erano membri dei Sex Pistols e dei Clash. Paul Simonon disse che i suoi Clash non avevano ancora fatto nessun concerto perché non si sentivano ‘abbastanza bravi’, Johnny Ramone gli rispose: ‘Voi siete pazzi, noi suoniamo male, ma non è necessario essere bravi, basta andare sul palco e suonare. Dopo due giorni i Clash tennero il loro primo concerto.
Gruppi come Sex Pistols, (per loro di fatto uno solo album in studio, ‘Never mind the bollock’ del 1977, ma fondamentale per la storia del rock), Damned, Clash, e moltissimi altri diedero vita ad una breve e intensa stagione musicale che di fatto azzerò completamente tutto quello che era esistito prima e gettò le basi per quanto sarebbe venuto dopo.
Travolti da questa ondata, i ‘mostri sacri’ del panorama rock precedente finirono infatti per perdere consensi: sopravvissero a questa rivoluzione (e all’odio delle giovani generazioni di musicisti e ascoltatori) i pochi che nella loro carriera erano rimasti aderenti all’idea di un rock considerato come espressione artistica immediata, sincera e non artefatta, come Bruce Springsteen, Rolling Stones, Bob Dylan, Neil Young o Lou Reed. Accanto a loro, quelli il cui successo era tale da non poter essere scalfito dal succedersi delle mode (Queen, Bowie) ed alcun eroi del pop come i più volte citati Elton John, Madonna, Paul McCartney o i Genesis che dopo l’uscita di Peter Gabriel avevano gradatamente abbandonato il progressive per una musica più semplice e di maggior successo commerciale.
Quella generazione di musicisti violenti e ribelli era comunque impreparata a confrontarsi con le regole dell’industria discografica (e magari cambiarle) e la loro musica poteva essere perfetta per demolire l’ordine precostituito ma, basata su una povertà formale assoluta, non aveva alcuna possibilità di resistere al tempo.
Il punk rock, nelle forme in cui era esploso, si esaurì nel giro di pochi anni: morì ‘ufficialmente’ nel 1979 con la morte violente (e mai chiarita del tutto) di Syd Vicious bassista dei Sex Pistols e nel momento in cui alcuni gruppi, come i Clash, cedettero alle lusinghe delle major discografiche o, semplicemente, sentirono l’esigenza di affinare ed elaborare la loro proposta musicale. In particolare i citati Clash nella loro carriera avrebbero realizzato album fondamentali per la storia del rock come ‘London Calling’ o ‘Sandinista’, ma i fans della prim’ora non perdonarono mai loro di ‘essersi venduti a logiche commerciali’.
Il punk della prima ondata, dunque, durò pochi anni, tuttavia fu da quel ciclone e dal rinnovamento che esso portò nel panorama musicale, che presero origine le esperienze più significative degli anni ’80. 

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Ipse Dixit: «Sono un anticristo/sono un anarchico/non so cosa voglio/ma so come averlo/voglio distruggere la gente comune/perché voglio essere un anarchico/non un cagnolino/anarchia per la Gran Bretagna/primo o poi arriverà/forse sto vivendo il momento sbagliato/fermate il traffico/il tuo sogno è fare shopping in un supermercato/(ecco) perché io voglio che l’anarchia sia in città/di tanti modi di avere quello che vuoi/io uso il meglio/io uso gli altri/io uso il nemico/io uso l’anarchia/perché voglio che l’anarchia/sia il solo modo di essere/è questa la M.P.L.A. o l’U.D.A. o l’I.R.A.? Io pensavo fosse la Gran Bretagna/o un altro paese/un’altra stupida tendenza/voglio che sia anarchia/voglio che sia anarchia/lo capisci?/allora incazati/distruggi» (Sex Pistols, Anarchy in UK)

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Fine anni ’70: r’n’b, ska e reggae

Mentre infuriava il punk, le nuove generazioni, avevano però anche l’esigenza di divertirsi, di ballare… C’è chi lo faceva al ritmo della nascente disco music, chi invece preferì recuperare il vecchio rhythm’n’blues, considerata si ‘solo’ una musica fisica, divertente e danzereccia e quindi lontana dai presupposti del punk, ma che nella sua immediatezza e ‘sincerità’ non tradiva lo spirito della nuova musica giovane.
Spesso, tuttavia, una grande energia danzereccia nascondeva nei testi tematiche sociali. Lo ska ad esempio, parla degli operai schiavi di una vita di lavoro cui non resta che bere birra.
Parlando infine di quel periodo, non si può però evitare di dar conto di un fenomeno musicale, in qualche maniera estraneo al rock esploso in Inghilterra e che ebbe immediatamente un grande successo mondiale. Sto parlando del reggae giamaicano, una musica che nei Caraibi aveva una lunga tradizione ma che a Londra trovò la spinta per imporsi a livello planetario, finendo per influenzare sia il rock – ad esempio nella proposta di gruppi come Police o UB40 o in album di artisti non reggae come per esempio ‘Black and blue’ dei Rolling Stones.
Se è vero che molti gruppi e musicisti europei o americani ne adottarono la ritmica ‘zoppicante’ è anche vero che furono i più autentici esponenti di questa musica ad avere successo in prima persona, musicisti come Peter Tosh (1944 – 1987) o Bob Marley (1945 – 1981), capofila di una nutrita schiera di artisti giamaicani che godevano per diversi anni di enorme successo.

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Disco: Bob Marley – Exodus (1977)

Questo album è considerato uno dei vertici di tutta la musica reggae, non solo di Marley. Il musicista lo incise a Londra dove, entrato in contatto con la scena reggae inglese e col punk, comprese l’importanza del proprio ruolo sia come artista che come leader per la sua gente. Realizzò quindi un lavoro dove ritroviamo tutti gli aspetti della sua musica, della sua filosofia di vita e della sua religione. Canzoni d’amore, di rabbia e ribellione, di speranza e fede, di fratellanza universale e gioia. «Aprite i vostri occhi e guardatevi dentro/Siete soddisfatti della vita che state vivendo?/Noi sappiamo dove stiamo lasciando Babilonia, per tornare nella terra di nostro padre/Esodo, movimento del popolo di Jah».

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Anni ’80: tanta vita dalle macerie del punk

Dalla ventata di novità del punk, fiorirono alcune realtà di assoluto rilievo artistico: esperienze che musicalmente poco avevano a che vedere col punk stesso, ma moltissimo con la volontà di rinnovare gli ormai usurati stilemi del rock anni ’70.
I Talking Heads, i primi Police, i Tears For Fears, i Jam, gli Style Council, i Joy Divison, i Cure, gli Dire Straits ecc. ecc. Sono la minima parte di gruppi e musicisti che in qualche modo e in maniere diverse, contribuirono a rinnovare il suono di quegli anni.

A vantare una storia che prese le mosse all’inizio degli anni ’80, vi furono gli irlandesi U2.  Quando nel 1981, pubblicarono il loro primo album ‘Boy’, il disco arrivò come un pugno in faccia, qualcosa di inaspettato e di diverso da tutto quando andava in quel periodo. Era rock vero, fatto da più dalle chitarre e dalla batteria che dagli strumenti elettronici che in quel momento dominavano e i testi parlavano di problemi reali, importanti di impegno e di una dichiarata, accesa, fede in Dio.

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Disco: U2 – The Joshua tree (1987)

‘The Joshua tree’  è considerato uno dei picchi creativi della band di Dublino. Ma è stato anche un album di enorme successo (20 milioni di copie vendute), con brani divenuti pietre miliari nel percorso artistico del gruppo. Momenti che spiccano in un progetto musicale comunque coeso e compatto. Nel disco si esprime compiutamente tutta la forza sonora degli U2 ma anche, nei testi, tutta la loro potenza espressiva. Eppure non sono solo i valori tecnico-artistici in senso stretto a fare di questo lavoro una delle vette del gruppo, quanto lo straordinario impatto emotivo, quel ‘qualcosa’ che parla al cuore prima ancora che al cervello.

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