Progressive rock
Durante gli anni 70, il progressive rock (o prog) rappresentò l’evoluzione massima della composizione in ambito rock.
Osteggiato da chi preferiva immediatezza e aggressività, adorato da chi a rock chiedeva invece maggiore complessità e profondità, questo genere prevedeva brani anche di lunga durata (fino a venti, trenta minuti) e estremamente elaborati.
Per scriverli ed eseguirli, i musicisti di Genesis, Emerson Lake & Palmer, King Crimson, Yes, Van Der Graaf Generator, ecc. dovevano possedere solide basi teoriche compositive e un’abilità tecnica straordinaria.
In tali proposte risultava fortissima l’influenza della musica colta, una vicinanza tra i due mondi che a volte ha finito per concretizzarsi anche nella rievocazione in chiave rock di brani classici da parte di gruppi come Emerson Lake & Palmer, Nice, Renaissance, Jethro Tull, ecc.
Esistono almeno due Pink Floyd, o meglio, un solo gruppo dalle due facce.
Formatisi alla fine degli anni 60 sotto l’influenza del genio visionario del chitarrista Syd Barret (1946 – 2006), i Pink Floyd si segnalarono immediatamente come gruppo interessato alla più estrema sperimentazione musicale a e visiva (quest’ultima, ovviamente nei concerti arricchiti da fantascientifici – per l’epoca – impianti luce).
I loro primi album sono a buon diritto ascrivibili al filone psichedelico inglese, del quale sono considerati necessari punti di riferimento. Tuttavia nel 1973, la band cambiò decisamente direzione (ecco i “secondi” Pink Floyd) con l’album “The dark side of the moon”: perso Barrett, divenuto incapace di conciliare disturbi mentali e uso di droghe con la sua presenza nel gruppo, con questo album la band si indirizzò verso una musica più accessibile al grande pubblico, dando sfoggio di genio compositivo e di grande capacità di intuire cosa potesse piacere alla gente.
Ottenuto un immenso successo (il disco restò ininterrottamente in classifica per oltre trent’anni vendendo più di 50 milioni di copie) se pure accusati di tradimento da parte dei fans della prima ora, i Pink Floyd negli anni avrebbero centellinato le loro produzioni discografiche regalando tuttavia al pubblico un paio di capolavori assoluti (‘Wish you were here’, ‘The wall’) e diverse altre pagine di alto livello.
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Disco: Pink Floyd – Atom Earth mother (1970)
Non il lavoro più noto dei Pink Floyd, non quello di maggior successo, ma questo album, per alcune caratteristiche, va segnalato. Magari, riscoperto. Stiamo parlando dei Floyd pre-“Dark side”, quindi lontani dal grande successo commerciale e ancora pesantemente influenzati dalla psichedelia. Ma sono Pink Floyd che stanno cercando di esplorare nuove strade.
Centro nodale dell’album è la splendida (in alcuni momenti, esaltante) suite di 25 minuti che titola l’album, nella quale il suono del gruppo si fonde con quello di un’orchestra sinfonica con una perfezione quasi mai raggiunta nei tanti altri esperimenti del genere. Tra gli altri pezzi di stile psichedelico si segnalano la dolce ballata If e i 13 lisergici minuti di Alan’s psychedelic breakfast.
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Come abbiamo visto, all’inizio degli anni ’70, il rock non era più solo la musica aggressiva e spensierata delle origini: guardava con grande interesse alla musica classica, alla letteratura e all’arte.
Non stupisce quindi che alcuni dei suoi esponenti non fossero semplicemente ragazzi con un giubbotto di pelle e una chitarra a tracolla: David Bowie (David Jones, 1947 – 2016), ad esempio – e non era certo l’unico – prima di mettersi a fare musica aveva studiato cinema, arte, teatro e letteratura, e nella sua proposta artistica “globale” confluirono tutti questi interessi.
I suoi concerti dei primi anni ’70 erano autentiche performances d’arte moderna, tese ad amplificare l’aspetto “finzione” insito nell’esistenza stessa della rockstar. Nel corso di questi spettacoli si produceva infatti in un plateale trasformismo estetico amplificato dalla dichiarata bisessualità, incarnando il personaggio alieno di Ziggy Stardust. Fingere in maniera clamorosa, insomma, per evidenziare la finzione di quanti, sul palco, pretendono invece di essere “autentici”
Buona parte degli anni ’70 lo videro impegnato in questo tipo di ricerca (estetica, musicale e concettuale), poi, abbandonate le vesti di Ziggy per un look classico ed elegante (in clamoroso contrasto con le spille da balia, le folli acconciature e i jeans strappati del punk che stava sorgendo), si dedicò l’esplorazione della musica elettronica realizzando alcuni album di cerca, ma anche al cinema e al teatro.
I decenni successivi l’avrebbero sempre visto impegnato in un proprio percorso che, di volta in volta, ha ignorato le tendenze musicali temporanee o le ha destrutturate e ricostruite a proprio uso e consumo. Finendo per diventare uno dei personaggi fondamentali della storia della musica rock.
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Disco: David Bowie – The rise and fall Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)
Questo disco parte da una maschera, quella di Ziggy Stardust, alieno “caduto sulla terra” in cui convivono il cabaret mitteleuropeo d’anteguerra e la fantascienza di Kubrick, il glam più volgare e le intuizioni più sottili. Dal punto di vista musicale, l’album offre ballate romantiche, rock’n’roll tiratissimi da suonare a tutto volume (come si raccomanda in copertina) e, appunto, glam: voci sguaiate, melodie struggenti, arrangiamenti al limite del pacchiano che non sanno rinunciare agli effettoni dell’orchestra. Un miscuglio che sarebbe insopportabile se dietro non ci fosse tantissima autoironia, ottime intuizioni e, alla fine, alcuni autentici capolavori entrati nella storia: Five years, Moonage daydream, Starman, Ziggy Stardust e Rock and roll suicide. Mica pochi per un disco solo.
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Nel resto d’Europa
Cosa succedeva in quel periodo nel resto dell’Europa? Non molto va detto.
Certo ogni paese aveva la propria scena rock e pop, ma raramente di livello internazionale. Tra i pochi che hanno ottenuto qualche popolarità fuori dal proprio paese possiamo ricordare gli olandesi Focus e i francesi A.N.G.E. e Magma, (tutti progressive rock), gli svedesi ABBA e i tedeschi Scorpions (hard rock). Ma anche nel caso di un grande successo (360 milioni di dischi venduti dagli ABBA), niente di particolarmente originale.
In questo senso forse l’unico fenomeno continentale di rilievo di quegli anni fu quello della cosiddetta ‘musica cosmica’ fiorito in Germania dalla fine degli anni ’60.
In realtà sotto questa etichetta finirono esperienze musicali affalto diverse: la psichedelia dei Faust (“IV”), dei Can (“Tago mago”) e degli Ashra Tempel (“Schwingungen”), il misticismo laico/religioso dei Popol Vuh (i bellissimi “Hosianna mantra” e “Seligpreisung”), le meditazioni elettroniche di Klaus Schulze e dei suoi Tangerine Dream (‘Phaedra’), i deliri anarchici degli Amon Düül (‘Vive la Trance’), ecc. Fu in questo variegato panorama musicale, che per lo più aveva come denominatore comune l’uso degli strumenti elettronici e la ricerca di un linguaggio svincolato dai modelli anglosassoni, che avrebbero in qualche modo preso il via anche le sperimentazioni (meno “sognanti” ed effettistiche) di un gruppo che tra gli anni 70 e ’80, avrebbe conosciuto un notevole successo commerciale: i Kraftwerk.
1 Kraftwerk possono essere considerati i veri padri della moderna computer-music. Il loro contributo allo sviluppo della musica elettronica è infatti riscontrabile in molte delle produzioni techno ed electro di fine millennio (ne parleremo nel capitolo dedicato alla dance). La loro intuizione fu di usare, fin dall’inizio degli anni ’70 e con quel poco che la tecnologia metteva a disposizione, le macchine come strumento compositivo. «Autobahn” “Trans Europe Express” e “The man machine” i loro dischi più significativi, ad evidenziare un percorso che riguardò non solo la loro musica ma anche lo stralunato modo di porsi sul palco: distaccati ed inespressivi, molto più vicini al mondo delle macchine che non a quello degli esseri umani. Chi scrive assistette ad un concerto in cui i quattro, dopo due brani, si alzarono dalle loro poltrone in platea e salirono sul palco prendendo il posto di quelli che tutto il pubblico aveva preso per i musicisti ma che in realtà erano solo dei manichini…