Il rock degli anni ’70
Tra gli anni ’60 e gli anni ’70, l’Inghilterra e Londra in particolare erano una fucina di creatività non solo in ambito musicale: le idee più innovative nel campo della moda, del design e dell’arte venivano da li.
A Londra, strade come Carnaby Street, King’s Road o Regent Street (e ovviamente i loro negozi, laboratori e atelier) erano inevitabile punto riferimento per chi volesse tenere d’occhio l’evolversi, a volte anche frenetico, dei costumi e delle tendenze. Si trattasse del lancio di una scandalosa gonna sopra il ginocchio (la “minigonna” di Mary Quant) o dell’ultima folle idea dei Pink Floyd.
Non stupisce quindi che in quel periodo anche il rock conoscesse evoluzioni continue e continue frammentazioni in sottogeneri, anche molto distanti loro. Così alcuni gruppi optarono per un suono duro e fortemente ritmi (hard rock), altri per uno sviluppo estremo della tecnica di composizione con brani elaborati e complessi (progressive rock), altri cercarono interessanti fusioni con l’universo dell’arte contemporanea (art rock), al si dedicarono essenzialmente all’aspetto visuale e giocosamente trasgressivo (glam rock), altri ancora si fecero pronubi del fertilissimo matrimonio tra rock e jazz, altri infine dedicarono a sperimentazioni estremamente interessanti in una terra di nessuno tra classica, jazz e rock psichedelico (la citata, fertilissima, «Scuola di Canterbury»). Infine va detto del recupero, i questi anni, del patrimonio musicale folkloristico da parte di band come Pentangle (ma i primi due bellissimi album sono ancora della fine degli anni ’60), Fairport Convention e Steeleye Span.
Hard rock ed heavy metal
Caratterizzato da una proposta agreressiva nelle sonorità e nelle ritmiche, l’hard rock (rock duro), ha avuto nei decenni esponenti un po’ in tutto il mondo. Solo negli anni ’70, dagli Stati Uniti arrivarono Iron Butterfly, Ted Nugent, Grand Funk Railroad, Steppenwolf, Blue Oyster Cult, Aerosmith, Van Halen, Alice Cooper, Z7 Top, Kiss e, tutto il filone del southern rock, dall’Australia gli AC/DC, dal Canada i Triumph, dalla Germania gli Scorpions, dall’Italia il Rovescio della Medaglia.
Molto significativi erano comunque i gruppi inglesi, forse quelli che godettero di maggior successo internazionale e la cui proposta risultava più stilisticamente varia. Tra i tantissimi, possiamo ricordare almeno Deep Purple (nelle loro diverse formazioni succedutesi nei decenni), Black Sabbath autori di un hard rock tetro e funereo precursore di tanto metal del decennio successivo, Led Zeppelin, con un personalissimo stile che fondeva blues, rock duro, psichedelica e reminiscenza folk, e Who cui si deve la prima, fondamentale, opera rock della storia: ‘Tommy’ del 1969.
Nati artisticamente in ambito blues, Jimmy Page, chitarra, Robert Plant, voce, John “Bonzo” Bonham, batteria, e John Paul Jones, basso e tastiere, i Led Zeppelin hanno rappresentato una delle realtà più interessanti ed influenti della storia del rock, godendo anche di un successo enorme (circa 300 milioni di dischi venduti). La loro storia (9 album ufficiali e molte raccolte) è finita con la scomparsa del batterista John Bonham avvenuta il 4 dicembre 1980 anche se gli altri tre sono tornati sul palco altre volte, come in occasione del Live Aid nel 1985. La musica del gruppo si richiamava, soprattutto agli inizi, alle basilari strutture del blues (la band fu spesso accusata di saccheggiare quel repertorio senza riconoscerne gli autori) ma presto accolse anche influenze folk e psichedeliche. E, alla fine, nonostante i Led Zeppelin siano universalmente riconosciuti tra i principali esponenti del rock “duro”, da molta parte della critica è stato loro rimproverato di non essere “sempre” duri come avrebbero potuto e dovuto essere. Page, Plant, Bonham e Jones invece avevano orizzonti musicali più ampi come è ben espresso dalla monumentale e leggendaria Stairway to heaven e per loro era una necessità ineludibile alternare la violenza di Immigrant song (il cui “attacco” è stato votato come il più devastante della storia del rock), alle atmosfere bucoliche di Black mountain side, lo sperimentalismo sonoro di Whole lotta love e le emozioni di Since I’ve been loving you, uno dei più intensi, struggenti ed emozionanti blues mai scritti o cantati.
—————————————–
Disco: Led Zeppelin – III (1970)
Dopo i trionfi dei due album precedenti, il terzo era tanto atteso che dovette uscire in tutta fretta con una copertina provvisoria. Appena messo sul piatto, molti pensarono che il solo attacco dell’iniziale Immigrant song valesse buona parte dei soldi spesi. Arrivati a Since I’ve been loving you quasi tutti erano convinti che sarebbe stato impossibile spenderli meglio, quei soldi.
L’universo musicale di questo album oscilla fra il devastante brano d’apertura e questo intensisimo blues, ma prevedeva anche puntate nel folk, chitarre acustiche e atmosfere bucoliche. Tanto eclettismo non era apprezzato da chi da Page e Plant voleva solo bordate sonore, e iniziò a considerare finita la vicenda del Dirigibile. Invece di lì a poco il gruppo avrebbe tirato fuori il brano che gli avrebbe consegnato l’immortalità: Stairway to heaven.